Rincoglioniti dallo smartphone: gli analfabeti digitali.

Viviamo immersi in un paradosso grottesco: l’italiano medio non apre un libro da anni, ma passa ore a scorrere video idioti sullo smartphone credendo di “informarsi”. Non legge, non approfondisce, non verifica una fonte, però si sente improvvisamente esperto di geopolitica, medicina, economia e intelligenza artificiale grazie a tre meme e due video da dieci secondi. È il trionfo dell’analfabetismo digitale travestito da opinione.

Internet doveva liberarci, connetterci, darci accesso alla conoscenza. Invece ci sta lentamente lobotomizzando. La rete è diventata una discarica di scemenze dove prosperano fake news, complotti, trucchetti magici, santoni della salute e ciarlatani del pensiero. Ma il problema non è la rete: il problema siamo noi. Un popolo che non legge, che non verifica, che non ragiona è un popolo facile da addomesticare. Perfetto per chi vuole vendergli merce scaduta o idee tossiche.

Lo smartphone, compagnuccio fedele di ogni minuto libero, è diventato la droga collettiva. Scroll compulsivo, video brevi, micro-dopamina continua. E intanto il cervello si atrofizza. Pochi secondi di attenzione, ragionamento zero. Chi pensa è lento. Chi approfondisce è noioso. Chi chiede prove è scomodo. Meglio credere al primo che urla più forte: un influencer improvvisato, un complottista sudato in cameretta, un guru su TikTok. E boom: la verità è servita.

La parte più tragica? La gente non si rende nemmeno conto di essere controllata. Ogni like è un dato. Ogni condivisione è un profilo psicologico. Ogni emozione registrata dall’algoritmo diventa materiale per manipolarti meglio. Ma l’italiano medio è convinto di “avere le proprie idee”. In realtà, le sue idee gli sono state consegnate da un algoritmo che conosce le sue paure meglio di lui.

Eppure basterebbe un minimo di autocoscienza per accorgersene. Siamo di fronte a un’epidemia culturale: analfabetismo funzionale + dipendenza digitale = manipolazione garantita. Qui non servono “corsi avanzati di metaverso” come qualcuno osa proporre: servono centri di disintossicazione dai social, percorsi per recuperare la capacità di concentrazione, programmi di riabilitazione mentale. Prima della tecnologia, andrebbe reintrodotta l’educazione al pensiero.

Non c’è libertà senza consapevolezza. Non c’è democrazia senza spirito critico. E soprattutto: non c’è conoscenza senza libri. Chi non legge è un analfabeta anche se sa parlare. Chi non approfondisce è già prigioniero. E allora, se davvero vogliamo alzare il livello, smettiamola di fare le vittime della disinformazione e iniziamo ad armarci contro di essa. Non con l’odio, ma con la cultura.

Ecco tre libri fondamentali per chi vuole svegliarsi dal coma digitale:


1. Il capitalismo della sorveglianza – Shoshana Zuboff
Un mattone intellettuale necessario. Spiega come le Big Tech trasformano ogni nostra azione digitale in profitto e controllo. Imperdibile per capire cosa c’è dietro lo “smart” che tanto amiamo.

2. L’era della disinformazione – Cailin O’Connor e James Owen Weatherall
Perfetto per chi vuole capire fake news, polarizzazione e camere dell’eco. Mostra come le bugie si diffondono non perché siano credibili, ma perché sono emotive.

3. Pensieri lenti e veloci – Daniel Kahneman
Un capolavoro assoluto. Spiega come la nostra mente ci frega ogni giorno. Dopo averlo letto, riconoscerete al volo le trappole cognitive usate per manipolarvi online.


Se sei arrivato fin qui senza tornare a scrollare TikTok, sei già sopra la media. Il prossimo passo è semplice: abbandona i social e riconquista il pensiero.

Marx aveva ragione: il Compendio del Capitale e il fallimento del neoliberismo.

Il Compendio del Capitale è un testo che, pur nella sua forma ridotta e accessibile, riesce a trasmettere la potenza analitica dell’opera originale di Karl Marx. Leggendolo oggi, in un mondo segnato da crisi cicliche, precarietà diffusa e disuguaglianze crescenti, non si può che arrivare a una conclusione semplice ma scomoda: Marx aveva ragione. La sua analisi del capitalismo come sistema instabile, dominato dalla ricerca incessante di profitto e dall’accumulazione a spese del lavoro umano, risuona con forza nel nostro presente, soprattutto dopo decenni di dominio del neoliberismo.

Il pregio principale del Compendio è la capacità di rendere accessibili concetti che nell’opera completa di Marx richiedono una lettura lunga e complessa. Qui la teoria del valore, il ruolo della merce, la dinamica del plusvalore e l’inevitabile tendenza alle crisi vengono esposti con chiarezza e rigore. Non si tratta solo di nozioni economiche astratte: sono strumenti per leggere ciò che accade attorno a noi, dalla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi alla crescente alienazione dei lavoratori in settori sempre più automatizzati e digitalizzati.

Il lettore si accorge presto che il capitalismo descritto da Marx nel XIX secolo non è un relitto del passato, ma una struttura che continua a dominare la vita sociale ed economica. Le stesse contraddizioni che egli mise in luce — il divario tra capitale e lavoro, la tendenza del sistema a produrre ricchezza per pochi e precarietà per molti, l’inevitabile instabilità dei mercati — sono oggi ancora più acute. Il neoliberismo, con le sue promesse di libertà individuale e crescita infinita, non ha fatto altro che amplificare queste contraddizioni, rendendo ancora più evidente la validità della critica marxiana.

Questa recensione non è quindi un semplice invito alla lettura, ma un riconoscimento della potenza critica di un pensatore che, più di ogni altro, ha saputo svelare la natura del capitalismo. Non sorprende che molti preferiscano ignorarlo o ridurlo a una curiosità storica: ammettere che Marx aveva ragione significa anche mettere in discussione il sistema in cui viviamo quotidianamente. Ma proprio per questo, il Compendio del Capitale non è soltanto utile: è necessario.

Fascisti delle regole: schiavi dell’ordine, nemici della libertà.

Il fascismo non è morto, e non serve cercarlo nei raduni nostalgici col braccio alzato: il fascismo vive ogni giorno dentro l’ossessione per le regole, dentro scuole che fabbricano sudditi invece di persone libere. Non servono manganelli, oggi basta un banco, una campanella, un registro elettronico che ti scheda e ti punisce con la freddezza di un algoritmo. È così che nascono i fascisti delle regole: individui incapaci di respirare senza chiedere il permesso, che confondono l’ordine con la giustizia e l’obbedienza con la verità.

Non sono ottimista sul nostro sistema scolastico. Non perché “non funzioni”, ma perché funziona perfettamente come macchina di addestramento al conformismo. Lo dimostrano i dati INVALSI: oltre la metà degli studenti che escono dalle medie non ha competenze adeguate. Ma non è un fallimento, è un progetto. Non serve pensiero critico, serve docilità. La scuola non forma individui, produce sudditi disciplinati. Campanelle, voti, note, e ora soprattutto il registro elettronico: il nuovo strumento di controllo digitale che riduce l’educazione a un carcere telematico. Ogni assenza diventa un avviso, ogni voto una notifica, ogni comportamento un dato archiviato. Non più relazione, ma sorveglianza.

“Sei andato a scuola e ti hanno detto: siedi al tuo posto. E già lì hai smesso di credere che il tuo posto sia dappertutto.”
— Silvano Agosti

Ecco il seme del fascismo: l’idea che senza regole calate dall’alto ci sia solo il caos. Ti convincono che la libertà vada meritata e che l’anarchia sia pericolosa. Una volta che questa menzogna ti entra nelle vene, il fascismo non deve nemmeno imporsi: lo invochi tu stesso, lo consideri naturale, lo difendi. Fascisti non si nasce: lo si diventa, giorno dopo giorno, educati a credere che pensare sia un problema e obbedire una virtù.

E oggi il meccanismo è ancora più subdolo. Non è solo la scuola: sono i social, i like, gli algoritmi che ti premiano o ti puniscono come nuove pagelle invisibili. È la stessa logica del registro elettronico: un addestramento continuo al controllo, alla dipendenza dal giudizio esterno, alla paura di uscire dalla riga.

Qualcuno però resiste. Pochissimi. Quelli che ricordano che nessuna regola è sacra, che la libertà non si mendica ma si vive. “Non son l’uno per cento, ma credetemi esistono” scriveva Léo Ferré. Ed è in quell’esiguo uno per cento che abita la speranza di un mondo diverso.

Un mondo che Silvano Agosti racconta in Lettere dalla Kirghisia, libro visionario e necessario. Nelle sue lettere, immagina una società in cui la vita non è soffocata dall’ossessione delle regole, dove il lavoro è condivisione e non schiavitù, dove il tempo torna ad appartenere alle persone. Non è un’utopia ingenua: è un’alternativa concreta, capace di smascherare la brutalità del nostro presente. La Kirghisia è l’opposto della scuola-fabbrica: lì non cresci per obbedire, ma per vivere.

La verità è che la scuola di oggi — con le sue campanelle e i suoi registri elettronici — non educa, ma addestra. È una fabbrica di fascisti delle regole, incapaci di immaginare la libertà. Solo chi rifiuta questa ossessione può tornare a ciò che siamo per natura: anarchici e liberi.

HUGO PRATT: IL PIRATA ANARCHICO DEL FUMETTO

Il 20 agosto 1995, Hugo Pratt ci lasciava, lasciando dietro di sé un’eredità creativa che continua a navigare libera nei mari del fumetto mondiale. La sua scomparsa rappresentò non la fine, ma il decollo interminabile di una rotta narrativa senza confini: la sua voce anarchica, sospesa tra mito, storia e libertà, è diventata un’icona persistente nel panorama culturale.

Pratt e l’anarchia della narrazione

Hugo Pratt fu molto più di un fumettista: fu narratore verbo-visivo, poeta grafico e viaggiatore dell’anima. Non seguiva rotte consolidate né cercava approdi comodi. Il suo segno sfidava le convenzioni: essenziale, evocativo, affascinante nei silenzi tanto quanto nei disegni. Come ha sintetizzato Umberto Eco:

“Quando mi voglio rilassare leggo saggi di Engels. Quando voglio qualcosa di più impegnativo leggo Corto Maltese.”

Per Eco, il fumetto di Pratt incarnava una visione alta, capace di superare le barriere tra “letteratura alta” e “letteratura popolare”: «Pratt rende materia di narrazione avventurosa la propria nostalgia della letteratura, e la nostra».

Una ballata del mare salato: anarchia e mito in un solo soffio

Pubblicata tra il 1967 e il 1969, Una ballata del mare salato segna l’alba di Corto Maltese ma soprattutto inaugura il «romanzo a fumetti» come forma matura e complessa. Ambientata nel Pacifico d’inizio Novecento, intreccia pirateria, colonialismo, guerra e poesia senza inciampare nel cliché. Corto non è un eroe tradizionale, ma un vagabondo che fluttua tra storia e leggenda, mai prigioniero di una morale definitiva.

La vera anarchia non sta nella dissoluzione, ma nell’indipendenza: Pratt libera i suoi personaggi, li lascia vivere nel loro respiro. Il suo tratto grafico asciutto ed emozionante suggerisce più di quanto mostra, evocando atmosfera, luce, orizzonti lontani con un solo gesto.

Perché vale la pena leggere Una ballata del mare salato

  • È l’opera che ha elevato il fumetto al rango di “letteratura disegnata”, grazie a dialoghi e narrazione visiva che avrebbero potuto benissimo stare in un romanzo  e in effetti Hugo Pratt ha scritto un romanzo con lo stesso titolo del fumetto.
  • Offre un Corto Maltese che sfugge a definizioni e categorie, rappresentando la libertà come scelta stilistica e morale.
  • È un’esperienza immersiva e culturale, dove mito e realtà si intrecciano in un continuo gioco interpretativo, aperto al lettore.


Se vuoi comprendere che cosa significhi fumetto come linguaggio libero, anarchico e alto, leggi Una ballata del mare salato. Non è solo un’avventura: è una ballata visiva che mescola storia, sogno e poesia, sprigionando l’essenza di Pratt e facendoci sentire, ancora oggi, il richiamo del mare e della libertà.


L’umanità si rincoglionisce: il declino della mente nell’era dei video brevi

Siamo al capolinea di qualcosa che un tempo si chiamava “pensiero”. Le nuove tecnologie, in particolare i social media basati sui video brevi come TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts, stanno rendendo l’umanità sempre più stupida, distratta e incapace di cogliere la complessità del mondo. È un processo lento, ma inarrestabile, simile alla bollitura graduale di una rana in pentola: nessuno se ne accorge, finché non è troppo tardi.

I dati parlano chiaro: il tempo medio passato sui social è oggi superiore alle 2 ore e 30 minuti al giorno per utente (fonte: Statista, 2024), con picchi che superano le 4 ore tra gli adolescenti. Allo stesso tempo, la capacità di concentrazione umana è scesa drammaticamente. Secondo uno studio di Microsoft del 2022, l’attenzione media dell’essere umano è ormai scesa a 8 secondi—meno di quella di un pesce rosso.

In metropolitana, nei bar, nei parchi: ovunque si vedono persone che scorrono compulsivamente video di pochi secondi, molti dei quali con l’audio a tutto volume, disturbando chi cerca un momento di silenzio o di riflessione. Nessuno legge. Nessuno parla. Nessuno ascolta. Tutti condividono clip idiote senza aggiungere un pensiero, un’idea, una riflessione. La comunicazione si è ridotta a “guarda questo” o “quanto è cringe”, in un’orgia di stimoli poveri, superficiali e alienanti.

La condivisione non è più culturale, ma mimetica. Non si condividono pensieri, ma reazioni emotive elementari: risate, rabbia, indignazione. Le idee sono evaporate. La lettura è vista come una fatica inutile, la scrittura come un’abilità obsoleta, il silenzio come un problema da riempire a suon di scroll. Questo non è più intrattenimento: è anestesia collettiva.

Serve una disintossicazione culturale. E urgente. Serve il ritorno al tempo lento, alla profondità, al dubbio. Serve leggere. Ma non leggere qualsiasi cosa: leggere per risvegliare il pensiero critico, la capacità di argomentare, di resistere alla semplificazione.

Ecco 5 libri indispensabili per chi vuole salvarsi dalla stupidità di massa:

“Pensieri lenti e veloci” – Daniel Kahneman
Un viaggio straordinario nella psicologia del pensiero umano: perché decidiamo male, perché ci accontentiamo di scorciatoie mentali, e come possiamo recuperare il controllo razionale.

“1984” – George Orwell
Non è solo distopia: è il manuale di sopravvivenza intellettuale per chi vive in una realtà filtrata da algoritmi e manipolazioni cognitive.

“Homo Deus” – Yuval Noah Harari
Una riflessione sul futuro dell’umanità e sui rischi di affidare la nostra coscienza alle intelligenze artificiali e ai modelli algoritmici.

“Il mondo nuovo” – Aldous Huxley
La società ipnotizzata da piaceri superficiali che Huxley immaginava è oggi una realtà più concreta dei suoi incubi.

“L’arte di pensare” – Ernest Dimnet
Un invito prezioso e dimenticato a tornare alla riflessione, alla profondità, al pensiero indipendente.

Chiunque stia leggendo questo articolo dovrebbe porsi una sfida immediata: per ogni minuto passato a guardare video brevi, dedicare due minuti alla lettura di un buon libro. Ma se si arrivasse a non perdere neppure un secondo su questi brevi video non sarebbe neppure così male. È un atto di ribellione, ma anche di sopravvivenza mentale.

Non c’è nessuna scusa valida per continuare a farsi lobotomizzare da contenuti che durano 12 secondi. Spegni il volume, chiudi l’app, apri un libro. E ricomincia a pensare. Prima che sia troppo tardi.

Chi ha rubato il desiderio ai giovani? – Stare di fronte all’assenza di stelle


C’è un tempo per il sogno, e c’è un tempo in cui anche il sogno viene mercificato, svuotato, deriso. Siamo immersi in questo secondo tempo, una stagione grigia e gelida, in cui il desiderio — linfa dell’umano — non è più un’energia che muove il mondo, ma un simulacro, un prodotto vendibile, un algoritmo da ottimizzare.

I giovani, una volta portatori di utopie, oggi sembrano i primi ad aver deposto le armi del desiderio. Non perché non abbiano speranze, ma perché non credono più che il futuro le possa contenere. È il presente stesso ad averli colonizzati: fatto di stimoli infiniti ma orizzonti ciechi, di infinite connessioni ma totale isolamento, di offerte illimitate ma nessuna vera chiamata. Il paradosso è evidente: si vive in un’epoca che promette tutto e allo stesso tempo toglie il senso di qualunque cosa. Il desiderio muore così: non per mancanza, ma per saturazione.

In questo vuoto, il libro di Danielle Cohen-Levinas, La saggezza del desiderio – Stare di fronte all’assenza di stelle, pubblicato da Mimesis, interviene come un richiamo filosofico e poetico insieme. La filosofa ci guida in un percorso che intreccia pensiero e vulnerabilità, tra etica e la tensione dell’anima. Il desiderio non è qui trattato come pulsione o capriccio, ma come movimento originario dell’essere, come responsabilità, come apertura all’altro e al mondo. Desiderare è riconoscere la mancanza, sì — ma anche custodirla, farne uno spazio in cui la libertà può ancora accadere.

La domanda è inevitabile: chi ha spento il desiderio nei giovani? Chi ha costruito questo sistema di controllo sottile, dove tutto sembra libero ma niente è veramente scelto? Non sarà che proprio i poteri politico-economici hanno saputo neutralizzare la forza trasformativa del desiderio, convertendola in bisogno, in performance, in consumo? In una società che premia l’efficienza e punisce l’inquietudine, desiderare è diventato un rischio. Ma anche un atto sovversivo.

Il sottotitolo del libro — Stare di fronte all’assenza di stelle — è forse la chiave più profonda. Non si tratta di cercare stelle false o luci artificiali. Si tratta di rimanere lì, in quella notte senza orientamento, e non fuggire. Di resistere alla tentazione del cinismo e del nichilismo. Di trovare, proprio nel buio, la possibilità di un nuovo sguardo. Perché il desiderio, quello vero, nasce anche (e forse soprattutto) nel deserto.

Ecco allora che questo libro non è solo un’opera filosofica, ma un gesto etico. Un invito a ritornare alla sorgente del desiderio come forza di alterazione, come sete che salva. Non sarà una lettura facile, né consolatoria. Ma è forse ciò che più manca oggi: un pensiero che non ci intrattiene, ma ci mette in crisi. E in quella crisi, forse, ritroveremo la forza di desiderare ancora.

“I giovani d’oggi fanno schifo!” – Lo dicevano anche nel 400 a.C. e basta, ci avete rotto.

Ogni volta che un giovane accende una cassa Bluetooth o osa vestirsi in modo non conforme alle aspettative dei sessantenni con nostalgia delle toppe sui gomiti, parte la solita lagna: “ai miei tempi la musica era vera”, “noi sì che sapevamo divertirci senza stare tutto il giorno con quel coso in mano”, “questa generazione è persa”. Sì, certo. Come no. Lo stesso disco rotto da tremila anni. E ora basta.

I giovani d’oggi sarebbero la rovina del mondo. Lo dicevano anche ai tempi di Socrate, che lamentava come i giovani mancassero di rispetto, non ascoltassero gli anziani e fossero dipendenti da nuove mode frivole. Se avessero avuto TikTok, avrebbe scritto un dialogo su quanto fosse demoniaco ballare davanti a una telecamera. Ogni generazione invecchia e perde contatto col tempo, ma non lo accetta. Così trasforma la nostalgia in arroganza, e sputa sentenze su tutto ciò che non capisce.

Parliamo di musica. I boomer ci raccontano che il rock era puro, il cantautorato impegnato, e che oggi non si fa musica, ma “rumore”. Ma chi glielo spiega che lo dicevano anche dei Beatles? Che i genitori di allora si stracciavano le vesti per il ciuffo di Elvis e lo scuotere i fianchi come una scimmia indemoniata? O che quando è uscita “Smells Like Teen Spirit” di Nirvana, molti adulti la giudicavano incomprensibile e nichilista? Ogni generazione pensa che la propria colonna sonora sia l’ultima vera musica. Ma non è amore per la musica. È solo egocentrismo anagrafico.

E intanto i giovani di oggi, quelli che vengono etichettati come pigri, fragili, svogliati, sono in realtà più istruiti, più aperti, più internazionali dei loro genitori. Vi sembra poco? Parlano più lingue, viaggiano di più, hanno amici e relazioni in ogni parte del mondo. Non hanno bisogno di piantare bandierine sull’identità nazionale, perché si sentono a casa ovunque. Mentre i loro padri si arrovellano per difendere confini e concetti polverosi di “patria”, loro si scambiano meme e amore con ragazzi e ragazze da cinque continenti. Chi è il provinciale, qui?

E poi diciamolo: sono meno razzisti, meno sessisti, meno omofobi. E se sbagliano, si correggono. I padri si giustificano: “si diceva così ai miei tempi”, come se l’ignoranza fosse una medaglia. I figli, invece, ascoltano, leggono, si informano, imparano a cambiare idea. Non sono perfetti, ma almeno si pongono il problema. E questo, signori nostalgici, si chiama progresso.

Anche sul lavoro, il solito ritornello stanco: “I giovani non hanno voglia di faticare”. Falso. I giovani non hanno voglia di farsi sfruttare. E fanno bene. Sono stufi di essere pagati in nero, trattati come pedine usa-e-getta, sminuiti da capi cinquantenni con la terza media e un’idea del lavoro ferma agli anni ’70. Quelli che ti dicono “prima il dovere, poi il piacere” mentre evadono il fisco e ti chiedono di lavorare 10 ore per 700 euro. Altro che etica del lavoro: questa generazione “adulta” è forse la peggiore di sempre, più ignorante di quella dei propri genitori, più arrogante e convinta che la gerarchia sia sinonimo di intelligenza. Non ha cresciuto i giovani: li ha spremuti e poi accusati di essere molli perché si sono rifiutati di farsi macellare.

I giovani non vogliono tutto e subito. Vogliono solo dignità. E non si accontentano del contentino. Vogliono tempo per sé, per la famiglia, per la salute mentale, vogliono vivere. E questo non è debolezza. È lucidità. È civiltà.

Ma non fidatevi solo di uno sfogo indignato. Leggete. Ecco cinque libri che smontano con intelligenza – e un po’ di ironia – la favola che “una volta era tutto meglio”:

“Siamo sempre stati giovani” – David Hajdu
Un saggio che attraversa decenni di cultura giovanile mostrando come ogni nuova espressione – dal jazz al rap – sia stata accusata di essere decadente. Hajdu ci ricorda che i giovani non “rovinano” il mondo: lo reinventano.
Voto: 9/10 – Se hai più di 50 anni, leggilo. Se hai meno di 30, regalalo ai tuoi genitori.

“Contro i giovani” – Paolo Crepet
Il titolo inganna. Crepet in realtà difende i giovani, attaccando la società ipercritica e incoerente che li accusa. Un libro che scava nella frustrazione degli adulti e smaschera il moralismo.
Voto: 8/10 – Una doccia fredda per chi si crede saggio solo per l’età anagrafica.

“La musica fa crescere i pomodori” – Peppe Vessicchio
Una lettura brillante sul potere trasformativo della musica. Vessicchio ci mostra come ogni genere, anche quelli snobbati dagli adulti, abbia dignità artistica.
Voto: 7.5/10 – Se pensi che la trap sia solo rumore, leggi e poi riparliamone.

“Giovani, belli… e disoccupati” – Alessandro Rosina
Analisi sociologica seria ma accessibile, che ribalta il luogo comune dei giovani pigri e incapaci. Il vero problema? Gli adulti che hanno blindato ogni possibilità di cambiamento.
Voto: 9/10 – Un libro che dovrebbero leggere tutti i pensionati con il mito del “sacrificio”.

“Il mestiere di vivere” – Cesare Pavese
Non parla direttamente dei giovani moderni, ma leggendo le sue pagine di diario ti accorgi che l’inquietudine, il disagio, il senso di incomprensione… sono gli stessi da sempre.
Voto: 10/10 – Prova che i giovani non sono mai stati capiti davvero, nemmeno da sé stessi.

Insomma, la prossima volta che sentite qualcuno dire “i giovani non hanno valori”, rispondete: “Tu non hai memoria”. I giovani di oggi sono migliori. Non perché siano perfetti, ma perché sono liberi, critici, curiosi, globali. E perché non si fanno più fregare dal ricatto morale di chi li ha traditi.

Stai offrendo la tua anima gratis: i Social non ti rubano tempo, ti rubano identità.

Ogni giorno milioni di persone aprono TikTok, Instagram, Facebook e YouTube con un solo pensiero: “Giusto due minuti”. Ma secondo i dati pubblicati da DataReportal 2024, la permanenza media globale sui social è di 2 ore e 23 minuti al giorno. In Italia, la stima è ancora più alta tra i giovani: oltre 3 ore e 45 minuti al giorno. Facciamo un calcolo semplice: sono 1.370 ore l’anno, più di 57 giorni interi passati davanti a un flusso di contenuti che non abbiamo scelto, che ci inseguono, ci seducono e ci modellano.

E no, non si tratta solo di tempo sprecato. Quel tempo viene monetizzato. Come? Attraverso la tua profilazione.

L’eredità digitale è la tua nuova carta d’identità
Tutto ciò che fai online viene tracciato: ogni click, ogni visualizzazione, ogni reazione. Anche solo guardare passivamente un reel di 10 secondi contribuisce a definire chi sei per l’algoritmo. E più sei coerente nel guardare determinati contenuti, più il sistema si affina. Non serve nemmeno interagire: il solo tempo che passi su un post è già un segnale chiaro.

E poi ci sono i post “ingannevoli”, apparentemente innocui, come quello che periodicamente ritorna:
“A partire da domani, Facebook renderà pubblici i miei contenuti. Copia e incolla questo messaggio per proteggere la tua privacy…”

Chi condivide queste sciocchezze non solo non protegge nulla, ma si autoetichetta come soggetto facilmente influenzabile. Gli algoritmi leggono questo comportamento come un indice di credulità e agiscono di conseguenza: verrai inserito in cluster target per contenuti clickbait, pubblicità truffaldine, fake news, corsi-fregatura e prodotti di bassa qualità. Perché? Perché chi è poco informato è più facile da manipolare e, quindi, più redditizio.

Non è solo un problema personale. È una questione collettiva: le piattaforme sfruttano la diffusione di contenuti assurdi, superficiali o complottisti proprio perché funzionano meglio con chi non verifica, non riflette, non approfondisce.

Se proprio vuoi restare: sii attivo, non passivo
L’uso passivo dei social è ciò che ti rende schiavo. Scrollare video brevi, lasciarsi ipnotizzare da contenuti rapidi e inconsistenti, condividere catene e meme spazzatura… tutto questo ti riduce a un consumatore prevedibile e vuoto.

Se devi usare i social:

Non guardare video brevi compulsivamente: sono progettati per farti perdere la nozione del tempo e distruggere la tua soglia di attenzione.

Non commentare in discussioni tossiche: l’algoritmo ama il conflitto, anche quando è stupido.

Non condividere fake news o contenuti di dubbia provenienza: anche se ti sembrano “solo uno scherzo”, contribuiscono a peggiorare il sistema.

Scrivi solo se hai qualcosa di intelligente o autentico da dire: un’idea, un pensiero, una battuta.

Cura quello che guardi: ogni visualizzazione è un voto che alimenta ciò che il sistema ti mostrerà dopo.

Libri per uscirne vivi (e migliori)
Ecco alcuni testi che ti aiutano a spezzare il ciclo e riprendere il controllo:

“Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” – Jaron Lanier
Un libro manifesto. Lanier spiega come i social rendano le persone più infelici, meno empatiche e più manipolabili, e invita a uscirne come atto di autodifesa e ribellione personale.
📖 “Vi stanno trasformando in prodotti. Cancellarsi è il primo passo per tornare liberi.”

“Solitudine. Il ritorno a sé in un mondo iperconnesso” – Michela Marzano
Un invito a non avere paura della disconnessione. La solitudine diventa qui un bene da coltivare per ritrovare se stessi.

“Digital Minimalism” – Cal Newport
Non predica l’isolamento, ma l’uso consapevole: scegliere pochi strumenti digitali per massimizzare il valore e ridurre la distrazione.

“Il potere di adesso” – Eckhart Tolle
Un richiamo potente a vivere nel momento presente, abbandonando il bisogno costante di distrazione e connessione.

“Spegni tutto e vivi meglio” – Catherine Price
Una guida pratica, in stile “detox da schermo”, che in 30 giorni ti accompagna a riscoprire cosa vuol dire vivere nel mondo reale.

Ogni minuto in cui scegli di non aprire un’app social è un atto di consapevolezza. E ogni volta che eviti di condividere un contenuto inutile, che decidi di leggere, scrivere o semplicemente pensare, stai esercitando la forma più concreta di libertà in epoca digitale.

Non lasciare che siano gli algoritmi a raccontare chi sei.
Non diventare il contenuto.
Se devi essere online, sii presente davvero.
Altrimenti, spegni tutto. E riprenditi la vita.

Avvoltoi di tempo e serenità: come difendersi dai predatori emotivi, sociali e digitali.

Viviamo in un’epoca in cui il predatore non ha più bisogno di bussare alla porta: entra direttamente nelle nostre vite attraverso una notifica. I predatori di tempo, spazio e serenità si sono evoluti. Alcuni sono relazionali, altri digitali. Tutti hanno una caratteristica in comune: non rispettano i confini altrui, perché spesso non conoscono neppure i propri.

I predatori di tempo sono persone che si appropriano delle nostre ore senza chiedere permesso. Ti coinvolgono in lunghe conversazioni senza uno scopo, chiedono aiuto continuamente senza mai restituire, o peggio, ti fanno sentire in dovere di esserci, sempre. Il loro strumento preferito è l’urgenza fittizia: problemi che “devono” diventare tuoi, anche se non lo sono.

I predatori di serenità, invece, sono quelli che usano te come una valvola di sfogo. Ti scaricano addosso le loro ansie, frustrazioni, rancori. Con le moderne nevrosi sono in aumento. Parlano sempre di sé, raramente ti chiedono come stai. Entrano nella tua psiche e la colonizzano con il loro caos, lasciandoti spossato e confuso. E se provi a mettere limiti, si offendono.

Ma c’è una nuova specie, ancora più subdola: i predatori digitali. Quelli che ti scrivono su WhatsApp a qualsiasi ora, anche per le sciocchezze. Quelli che mandano messaggi vocali di sette minuti come se tu fossi il loro terapeuta. Quelli che ti taggano in post che non c’entrano nulla con te o ti mandano reel e link aspettandosi una reazione immediata. Non parlano con te: ti occupano.

Il digitale ha tolto i filtri. Chiunque si sente autorizzato a irrompere nel tuo spazio mentale, anche mentre lavori, riposi o hai bisogno di silenzio. Le notifiche sono diventate catene, e le chat, un campo minato.

Come difendersi?
Disattiva le notifiche. Tutte. Scegli tu quando leggere e rispondere, non lasciare che siano gli altri a dettare i ritmi.

Applica il “doppio silenzio”: silenzia le chat più tossiche e silenzia la tua risposta. Non tutto merita attenzione immediata (o alcuna).

Usa il messaggio automatico sui social: “Non leggo messaggi qui, scrivimi solo per cose urgenti e importanti.”

Imposta orari digitali: come spegni le luci di casa, spegni anche il Wi-Fi mentale. Dopo una certa ora, nessuno ha diritto di bussare.

Rispondi con gentile fermezza: “Mi fa piacere sentirti, ma ora non posso parlare. Ti riscrivo io.” Il messaggio è chiaro: esisti, ma non sei disponibile sempre.

E oltre il digitale?
La difesa va applicata anche nel mondo reale. Ecco 5 strategie efficaci per proteggerti dai predatori in carne e ossa:

Impara a riconoscere i segnali di allarme
Se ti senti spesso stanco, svuotato o in colpa dopo aver interagito con una persona, fermati. La tua energia emotiva è un ottimo indicatore: se qualcuno ti consuma più di quanto ti arricchisce, forse è un predatore relazionale.

Allena il “no” come un muscolo
Dire no non è egoismo, è igiene mentale. Non devi spiegare tutto, non devi giustificarti troppo. Un no chiaro, fermo e gentile è una barriera potentissima contro chi tenta di invadere il tuo tempo o spazio.

Esci dal ruolo di “risolutore”
Non è tuo compito risolvere i problemi degli altri, soprattutto se questi usano le lamentele croniche per scaricare su di te la loro insoddisfazione. L’ascolto empatico non significa farsi carico.

Proteggi il tuo tempo libero come fosse sacro
Non dare appuntamenti “per pietà”, non accettare inviti solo per paura di deludere. Il tuo tempo di riposo è parte della tua salute mentale. Chi ti vuole bene lo capisce.

Cura il tuo “ecosistema umano”
Frequentati con chi ti rispetta, ti ascolta e ti nutre. Le relazioni sane non tolgono, danno. Più coltivi connessioni positive, meno spazio lasci ai predatori.

Ogni volta che dici “no” a un’invasione, dici “sì” a te stesso. Proteggerti non è egoismo: è responsabilità verso la tua vita.

Per approfondire, ecco cinque libri che ti aiuteranno a riconoscere e neutralizzare questi predatori:

“Il coraggio di non piacere” di Ichiro Kishimi e Fumitake Koga – Per liberarti dal bisogno di approvazione e vivere secondo le tue regole.

“Donne che amano troppo” di Robin Norwood – Un viaggio nelle relazioni in cui ci si perde per compiacere.

“I vampiri energetici” di Christiane Northrup – Per identificare chi prosciuga la tua energia e come liberartene.

“La sottile arte di fare quello che co ti pare”* di Mark Manson – Per scegliere consapevolmente cosa vale davvero il tuo tempo e la tua attenzione.

“Le parole sono finestre (oppure muri)” di Marshall B. Rosenberg – Per imparare la comunicazione nonviolenta e costruire relazioni sane senza sacrificare se stessi.

Ricorda: sei tu a decidere chi entra, quanto resta, e quanto spazio occupa nella tua vita. Nessuno ha diritto al tuo tempo solo perché ha accesso al tuo numero o al tuo profilo.
Impara a proteggere i tuoi confini come fossero sacri. Perché lo sono.

Compendio dell’Anarchia: un piccolo libro per iniziare a pensare in grande.

Oggi esce Compendio dell’Anarchia, il nuovo libro di Luca Cappellini. Non è un saggio accademico, non è un manifesto arrabbiato, non è un’opera filosofica densa di concetti astratti. È, come suggerisce il titolo, un compendio — e questo significa molto. Un compendio è un’opera che raccoglie e sintetizza, che ordina e presenta, che rende accessibile ciò che spesso appare complesso, frammentario o distante. In questo caso, l’anarchia.

Nel panorama editoriale odierno, se ti avvicini per la prima volta all’anarchismo, rischi di trovarti subito catapultato dentro i testi originali di Bakunin, Kropotkin, Proudhon o Malatesta: fondamentali, certo, ma anche impegnativi, talvolta densi e scritti in contesti storici che possono rendere difficile coglierne tutta l’attualità. Compendio dell’Anarchia nasce invece proprio con un’altra missione: essere la prima scintilla, il primo incontro, lo strumento introduttivo che ti invita ad avvicinarti al pensiero anarchico senza esserne travolto.

Luca Cappellini ha scritto un libro che si legge con facilità ma che lascia il segno. Capitolo dopo capitolo, l’autore smonta i pregiudizi sull’anarchia come caos o violenza e ne restituisce il senso più autentico: una pratica quotidiana di libertà, solidarietà, autogestione e disobbedienza consapevole. Il testo propone riflessioni, esempi concreti, citazioni, spunti di vita vissuta e scenari che mostrano come vivere da anarchici oggi sia qualcosa di profondamente umano e realizzabile, anche senza proclami o rivoluzioni di massa. Anzi: il cambiamento, sostiene il libro, inizia proprio dai gesti piccoli, coerenti, condivisi.

Compendio dell’Anarchia riesce là dove molti altri testi falliscono: riesce a farti sentire che l’anarchia è più vicina di quanto pensassi. Che forse, in alcuni momenti della tua vita, l’hai già vissuta senza saperlo. Che dietro ogni scelta controcorrente, ogni relazione orizzontale, ogni atto di cura non gerarchica, c’è un’anima anarchica in potenza.

La scrittura è chiara, diretta, mai didascalica. Ogni pagina invita, più che convincere. È un libro che fa nascere domande più che offrire dogmi, e in questo risiede tutta la sua forza divulgativa. Una lettura che può accendere la curiosità e portare molti lettori ad aprire, con maggiore consapevolezza, proprio i grandi classici dell’anarchismo.

Se non hai mai letto nulla sull’anarchia, questo libro è un ottimo inizio. Se hai già letto qualcosa, potrebbe sorprenderti per freschezza e autenticità. Se pensi che l’anarchia non ti riguardi, forse ti farà ricredere.

Compendio dell’Anarchia è disponibile da oggi in versione cartacea e in eBook Kindle. Un piccolo libro, sì. Ma anche una porta aperta su un mondo fatto di domande, alternative, possibilità. E forse, di una nuova consapevolezza.