VIVERE LIBERI, VIVERE A LUNGO: PERCHÉ L’ANARCHIA È IL SEGRETO DELLA LONGEVITÀ

Esiste un filo invisibile che lega l’autogestione, la solidarietà spontanea e una vita eccezionalmente lunga. Spesso siamo portati a pensare che il benessere dipenda da rigide strutture statali, sistemi sanitari iper-burocratici o controlli calati dall’alto. La realtà, tuttavia, ci mostra il contrario: la salute fisica e mentale fiorisce dove lo Stato arretra e le comunità si organizzano da sole, riscoprendo dinamiche orizzontali e libertarie.

La lezione delle Blue Zones: l’anarchia quotidiana delle comunità centenarie

Nella celebre docuserie di Netflix dedicata alle Blue Zones — le aree del pianeta con la più alta concentrazione di centenari — il ricercatore Dan Buettner analizza i fattori scatenanti di una vita così straordinariamente lunga. Guardando oltre la dieta e l’esercizio fisico, emerge un dato sociale dirompente: il segreto di queste popolazioni non risiede in cliniche d’avanguardia o decreti governativi, ma nella qualità del tessuto comunitario.

L’unione fa la longevità: un moai a Okinawa. Fonte: Blue Zones

Prendiamo il caso emblematico di Okinawa, in Giappone, dove si registra l’aspettativa di vita sana più alta del mondo. Il fulcro della loro sopravvivenza sociale si chiama Moai.

L’unione fa la longevità: un moai a Okinawa

Cos’è un Moai? Si tratta di una rete di supporto formata fin dall’infanzia. Un gruppo di circa cinque o sei persone che si impegna a camminare insieme per tutta la vita. Non è un ente assistenziale statale e non è regolato da contratti legali. Il moai si basa sul mutuo appoggio emotivo, sociale e finanziario. Se un membro si ammala, gli altri coltivano il suo campo; se qualcuno affronta una crisi economica, la comunità raccoglie i fondi necessari in modo spontaneo; se un anziano resta solo, ha la certezza matematica che ogni sera ci sarà qualcuno con cui condividere la cena.

Questo non è un servizio centralizzato, è anarchia quotidiana applicata alla sussistenza. Nelle comunità più longeve del mondo, da Ikaria in Grecia fino all’Ogliastra in Sardegna, si vive secondo principi profondamente libertari che riducono radicalmente lo stress sistemico (il cortisolo, vero killer silenzioso della nostra epoca):

  • L’assenza di gerarchie oppressive: il supporto e le decisioni avvengono a livello orizzontale, nei cortili e nelle piazze, senza delegare la propria vita a istituzioni esterne.
  • Autonomia e tempo destrutturato: il lavoro e la quotidianità non seguono i ritmi alienanti del capitalismo industriale e della produttività forzata, ma sono scanditi dall’autodeterminazione e dal rispetto dei bisogni biologici.

Esempi storici e moderni di pratiche libertarie e mutuo appoggio

Quando parliamo di pratiche anarchiche e libertarie non ci riferiamo al caos, ma a una forma superiore di ordine auto-organizzato. La storia e l’antropologia sono piene di esempi in cui il mutuo appoggio ha sostituito con successo l’apparato statale, migliorando drasticamente la qualità della vita:

  1. I sistemi di gestione dei beni comuni (Commons): per secoli, prima che lo Stato e il mercato recintassero le terre, le comunità rurali europee gestivano i pascoli, i boschi e le acque attraverso assemblee comunitarie basate sul consenso. Nessun capo, nessuna proprietà privata assoluta, ma un utilizzo collettivo regolato dal bisogno reciproco.
  2. Le Società di Mutuo Soccorso dell’Ottocento: prima della nascita dello stato sociale (il welfare state burocratico), i lavoratori creavano spontaneamente casse di solidarietà. In caso di infortunio, malattia o morte di un operaio, la comunità autogestita sosteneva economicamente la famiglia, fondando anche scuole serali e cucine popolari senza chiedere il permesso alle autorità.
  3. Le reti di Mutuo Aiuto moderne (Mutual Aid Network): durante la crisi del COVID-19, mentre le istituzioni centralizzate arrancavano nella burocrazia, migliaia di collettivi libertari e di quartiere in tutto il mondo si sono organizzati in poche ore per distribuire cibo, farmaci e supporto psicologico a chi era isolato, dimostrando che l’azione diretta è più efficiente del controllo verticale.

Il testo fondamentale: Il Mutuo Appoggio di Kropotkin

Questa profonda connessione tra biologia, evoluzione e libertà è stata teorizzata magistralmente più di un secolo fa. Se si vuole comprendere come la cooperazione volontaria sia il vero motore del benessere umano, c’è un testo scientifico e filosofico imprescindibile:

Nel suo saggio rivoluzionario “Il mutuo appoggio: un fattore dell’evoluzione”, il naturalista e filosofo anarchico Pëtr Kropotkin smonta le derive del darwinismo sociale, che giustificavano la competizione spietata e il capitalismo come “leggi di natura”.

Kropotkin, attraverso anni di osservazioni scientifiche in Siberia e studi storici accurati, dimostra che la selezione naturale non premia l’individuo più aggressivo, ma le specie che sviluppano la più alta attitudine alla solidarietà e alla cooperazione. Dai banchi di pesci alle tribù indigene, fino alle gilde medievali, l’evoluzione progredisce laddove gli individui smettono di farsi la guerra e iniziano a collaborare.

La longevità delle Blue Zones e la forza delle comunità autogestite confermano la tesi di Kropotkin: non siamo fatti per competere sotto l’occhio vigile di un sovrano o di uno Stato. La salute e la lunga vita sono il risultato di una società che sa autogestirsi e proteggersi da sola. L’anarchia, intesa come ordine senza potere, non è un’utopia irraggiungibile: è, molto semplicemente, la forma più pura di salute pubblica.

CREPARE DI LAVORO? NO, SABOTATE! SE IL PADRONE SI COMPORTA DA ALGORITMO, TU COMPORTATI DA ANARCHICO


Dalla catena di montaggio alla gig-economy: come fabbriche e uffici tradizionali usano il terrore digitale, e perché il vecchio sciopero bianco è l’unica tecnologia per distruggerli.

Viviamo nell’era del ricatto perfetto. Mascherato da flessibilità, smart working e “imprenditorialità di se stessi”, il neoliberismo digitale ha compiuto il miracolo che ai padroni delle ferriere dell’Ottocento non è mai riuscito: atomizzare i lavoratori, convincendoli che la colpa della propria miseria sia esclusivamente individuale. Le aziende odierne ci affamano con grazia scientifica, riducendo i salari al lumicino mentre i profitti dei consigli di amministrazione toccano vette astronomiche.

Ma l’errore più grande sarebbe pensare che questo sia un problema limitato ai “lavoretti” della Silicon Valley. Il vero dramma è che il virus del capitalismo digitale ha infettato le aziende tradizionali, le fabbriche manifatturiere, gli uffici storici e i settori della logistica classica. Oggi, il vecchio padrone industriale non usa più solo il cronometro: usa badge magnetici che tracciano i secondi passati in bagno, software di sorveglianza camuffati da gestionali aziendali e algoritmi di produttività presi in prestito da Amazon per decidere i turni in catena di montaggio. Le aziende tradizionali si sono fatte “piattaforma”, mutuando il peggio del turbo-capitalismo per disumanizzare il lavoro operaio e impiegatizio.

Di fronte a questo scenario di sfruttamento tecnocratico, le risposte della politica istituzionale e dei sindacati corporativi appaiono drammaticamente obsolete. La vera novità, l’unico strumento radicale e d’avanguardia rimasto per spezzare queste catene, non si trova nel futuro, ma nel passato. È la riscoperta delle pratiche del movimento anarchico di fine Ottocento, riattualizzate per inceppare l’infrastruttura del profitto.

L’arma letale della burocrazia: lo sciopero delle procedure

Una delle lezioni più fulgide delle lotte storiche è che per bloccare un gigante non serve necessariamente abbatterlo; spesso basta costringerlo a seguire le sue stesse regole. Nel panorama attuale, sia nella logistica connessa che nella vecchia fabbrica di provincia, l’ossessione padronale per il controllo ha generato una giungla di protocolli, normative sulla sicurezza, metriche di qualità e passaggi procedurali infiniti. Le aziende impongono queste regole per deresponsabilizzarsi davanti alla legge, pretendendo al contempo che il lavoratore le violi sistematicamente “sotto banco” per mantenere i ritmi disumani richiesti dal mercato.

Ecco che la vecchia strategia anarchica dello sciopero bianco (o sciopero delle mansioni) si trasforma nel più moderno ed efficace strumento di resistenza. Rispettare maniacalmente, alla lettera e senza sgarrare di un millimetro ogni singola procedura di sicurezza, ogni protocollo software e ogni linea guida aziendale ha un effetto devastante: paralizza la produzione. Se in un’azienda metalmeccanica o in un magazzino tradizionale ogni lavoratore applicasse rigorosamente i tempi di verifica dei macchinari e i limiti di carico previsti dai manuali, l’iper-velocità del turbo-capitalismo crollerebbe su se stessa in poche ore. Non è pigrizia, è l’applicazione scientifica della legalità padronale usata come leva di boicottaggio.


Sotto la lente: “Il Sabotaggio” di Émile Pouget

È impossibile comprendere la potenza di queste dinamiche senza riprendere in mano un testo fondamentale, recentemente riproposto da Ortica Editrice: Il Sabotaggio di Émile Pouget, teorico dell’anarcosindacalismo francese. La sintesi grafica della sua copertina urla una verità eterna: “A cattiva paga cattivo lavoro” Pouget, con una prosa lucida e priva di moralismi borghesi, formalizza il sabotaggio non come un atto di vandalismo cieco, ma come una cosciente e legittima risposta economica del salariato.

Se il padrone riduce il compenso o aumenta la sorveglianza opprimente, il lavoratore riduce la qualità e la quantità dello sforzo. Nel contesto odierno, questa lettura si fa manifesto politico: il libro di Pouget non è un pezzo da museo, ma un manuale d’uso per il presente. Pouget spiega come il sabotaggio sia lo strumento di difesa della dignità umana quando la contrattazione formale è preclusa. Oggi, rileggere queste pagine significa capire che rifiutarsi di correre per i target del padrone — digitale o tradizionale che sia — non è un fallimento professionale, ma un dovere etico di resistenza.


Il virus dell’individualismo e la cura della rappresentatività

Il neoliberismo prospera sull’individualismo sfrenato. La retorica della “meritocrazia”, dei premi di produzione individuali e della competizione tra colleghi è l’arma psicologica con cui le aziende frammentano la classe lavoratrice. Quando ognuno pensa solo al proprio posizionamento, al proprio briciolo di visibilità o a superare il compagno di banco, il padrone ha gioco facile nello sfruttare il singolo, isolato e terrorizzato dal licenziamento o dal giudizio del “software” delle risorse umane.

Il capitalismo non teme il lavoratore arrabbiato; teme i lavoratori organizzati che riscoprono la solidarietà di classe al posto dell’ottimizzazione del proprio profilo personale.

Contro questa frammentazione, la ricostruzione di una forte rappresentatività sindacale e di base è l’unico argine possibile. I sindacati conflittuali devono riappropriarsi dello spazio pubblico, unendo le vertenze della vecchia manifattura a quelle dei nuovi invisibili digitali. La forza contrattuale nasce dalla consapevolezza collettiva: laddove l’individualismo crea solitudine e sottomissione, la solidarietà sindacale d’ispirazione libertaria restituisce voce e potere. La battaglia non si vince chiedendo un aumento individuale per fare carriera sulla pelle degli altri, ma imponendo una redistribuzione collettiva del valore monetario e del tempo di vita.

Verso un anarco-sindacalismo dei bit e dei bulloni: l’unica vera novità

La vera rivoluzione concettuale del nostro tempo consiste nello spogliare l’anarchismo storico dalla sua patina nostalgica per eleggerlo a contromisura critica del Ventunesimo secolo. Che si tratti di bloccare una stringa di codice opaca in una multinazionale o una linea di montaggio in una fabbrica che gioca a fare la moderna, la risposta deve essere un sabotaggio consapevole dei ritmi. Rifiutare gli straordinari non pagati, rallentare i flussi quando i turni superano la decenza, disconnettersi o incrociare le braccia all’unisono: queste sono le evoluzioni moderne degli zoccoli di legno (i sabot) lanciati nei telai della prima rivoluzione industriale.

Nessun algoritmo e nessun manager spietato potrà mai calcolare l’imprevisto della solidarietà umana. Contro le aziende che affamano, spersonalizzano e tracciano ogni respiro, l’attualizzazione della lotta anarchica si pone come l’unica reale alternativa al deserto sociale del neoliberismo. Riprendersi il tempo, rallentare la produzione, pretendere dignità e riscoprire il senso del collettivo: la lezione di Émile Pouget è viva, vegeta e pericolosa per chi sfrutta. È ora di spegnere i monitor della sottomissione, rallentare i motori del padrone e accendere i fuochi della resistenza organizzata.

Mezzo secolo di barricate culturali: il “Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa”

Ci sono luoghi che non sono semplicemente indirizzi sullo stradario di una metropoli che corre, cancella e cementifica. Sono nodi di resistenza, fari ostinati che continuano a fare luce anche quando fuori imperversa la notte più buia dei poteri forti. A Milano, uno di questi avamposti insostituibili compie un anniversario tondo e pesante come il piombo: sono passati cinquant’anni da quando il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa ha piantato le radici in Viale Monza 255.

Mezzo secolo di autogestione, di cultura libertaria strappata alle logiche del profitto, di assemblee, controinformazione e solidarietà dal basso.

Dalle origini al cuore della tempesta

La storia del Circolo comincia prima del suo approdo a Precotto. Fondato nel maggio del 1968 in un locale di piazzale Lugano, a ridosso di quel ponte della Ghisolfa cantato da Testori che gli dà il nome, il circolo nasce come spazio di aggregazione per i giovani anarchici e i lavoratori della cintura industriale milanese. È un momento di fermento straordinario, ma anche l’inizio della stagione più dura e drammatica della storia repubblicana.

È da quelle prime stanze che passa la storia d’Italia. Lì si muove Giuseppe Pinelli, il ferroviere partigiano, animatore della Croce Nera Anarchica e staffetta di umanità. Lì si respira l’aria di un cambiamento che fa paura ai palazzi del potere. Un potere che, il 12 dicembre 1969, decide di fermare le lancette della storia con la strage di Stato di Piazza Fontana.

La macchina del fango e della repressione si abbatte immediata sugli anarchici. “Pino” Pinelli viene trattenuto illegalmente in Questura e, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, “vola” dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi. Pochi giorni dopo, un altro militante legato al circolo, Pietro Valpreda, viene sbattuto in prima pagina come il “mostro”, il colpevole perfetto costruito a tavolino dai servizi deviati e da una stampa complice.

Ci vorranno anni di lotte feroci, di inchieste della controinformazione militante e di mobilitazioni operaie per gridare la verità: Pinelli è stato ucciso, Valpreda è del tutto innocente, e le bombe le hanno messe i fascisti con la copertura dello Stato. Il Ponte della Ghisolfa è stato l’epicentro di questa battaglia per la verità, pagando un prezzo altissimo in termini di perquisizioni, minacce e sorveglianza.

1976–2026: cinquant’anni in Viale Monza 255

Sfrattato dalla sede originaria, il Circolo non si piega. Tra il 12 dicembre 1976 e i primi mesi del 1977 trova la sua nuova casa al civico 255 di Viale Monza. Una casa che, anno dopo anno, mattone dopo mattone, è diventata un monumento vivo della Milano antifascista e antiautoritaria.

In questi cinquant’anni, mentre intorno la città cambiava volto — trasformandosi da metropoli operaia a vetrina luccicante per aperitivi e fondi immobiliari — il civico 255 è rimasto identico a se stesso nella sua coerenza. È qui che è nata l’esperienza storica di A-Rivista Anarchica; è qui che generazioni di militanti hanno imparato che l’alternativa allo stato di cose presente è possibile, necessaria, autogestita.

Entrare oggi in Viale Monza 255 significa calpestare la stessa terra che ha visto Pietro Valpreda tornare a respirare la libertà dopo il carcere politico, significa incrociare lo sguardo con le targhe che ricordano Pino Pinelli, significa dare continuità alle battaglie di ieri contro le guerre di oggi, contro la distruzione ambientale in nome del profitto e contro ogni forma di autorità.

Oltre le mura: un presidio culturale in movimento

Il “Ponte” non è mai stato un museo della memoria né una fortezza isolata. Al contrario, viale Monza 255 si conferma giorno dopo giorno come un attivissimo presidio culturale permanente, aperto al quartiere e alla città. Le sue stanze sono un laboratorio continuo di idee: dalle frequenti presentazioni di libri alle assemblee pubbliche, fino agli incontri di discussione dove si analizzano le contraddizioni del presente e si immaginano pratiche di liberazione.

Perché la cultura anarchica è viva solo se sa dialogare con le nuove generazioni e utilizzare i linguaggi della contemporaneità. È con questo spirito che è nato “La cassetta degli attrezzi”, il podcast mensile autoprodotto dal Circolo. Uno spazio digitale di approfondimento, analisi politica e interviste che, fedele al suo nome, si propone di fornire strumenti teorici e pratici a chiunque non intenda rassegnarsi al pensiero unico imperante, portando la voce del Ponte ben oltre i confini fisici di Milano.

Memoria di carta: due libri per capire

Per chi vuole approfondire la storia di quegli anni, la controinformazione e le vite umane spezzate dalla strategia della tensione, ecco due letture fondamentali che smontano i teoremi dei poteri forti.

1. Eduardo M. Di Giovanni, Marco Ligini, Edgardo Pellegrini – La strage di Stato

Uscito a pochissimi mesi da Piazza Fontana (nel 1970), questo testo è il capolavoro assoluto della controinformazione operaia e studentesca milanese. Scritto “a caldo” da un collettivo di militanti e legali, il libro ha il merito storico immenso di aver ribaltato la verità ufficiale nel momento in cui lo Stato e i grandi giornali accusavano Pietro Valpreda e i circoli anarchici.

Attraverso una fitta rete di testimonianze, riscontri orari e analisi politiche, il testo dimostra come la bomba di Piazza Fontana non fosse l’atto isolato di un gruppo di folli, ma un piano orchestrato da frange dei servizi segreti, apparati statali e manovalanza neofascista (la pista veneta di Ordine Nuovo) per fermare le conquiste dell’Autunno Caldo. Una lettura militante, tesa, densissima, che restituisce l’onore a Valpreda e urla la verità sulla fine di Pinelli quando farlo costava la galera o le percosse. È il libro che ha cambiato la percezione di un’intera generazione.

2. Paolo Pasi – Pinelli. Una storia

Una biografia indispensabile che fa un lavoro di ricostruzione straordinario, sottraendo Giuseppe Pinelli alla sola e tragica dimensione di “vittima” per restituirgli la complessità e la dignità della sua intera esistenza. Paolo Pasi, con una scrittura rigorosa ma profondamente empatica, ricostruisce la vita di Pino: il ferroviere, l’esperantista, il militante della Croce Nera Anarchica, l’uomo dei libri e del dialogo.

Attraverso la voce di chi lo ha conosciuto, il libro mette a nudo non solo l’assurdità della tesi del “malore attivo” e l’ingiustizia della macchina giudiziaria che ha tentato di insabbiare la verità sulla sua morte, ma mostra soprattutto l’umanità luminosa di un uomo che ha fatto della solidarietà la bussola della propria vita. Un tassello fondamentale per comprendere non solo la Milano degli anni Sessanta e le dinamiche del Ponte della Ghisolfa, ma per capire l’eredità morale che Pinelli ha lasciato a tutti i movimenti libertari.

Un presidio contro i “poteri cattivi” e uno sguardo al futuro.

Celebrare i cinquant’anni del Ponte in Viale Monza non è un esercizio di sterile nostalgia. La memoria libertaria è un’arma per il presente. Il Circolo resta un granello di sabbia negli ingranaggi di quei “poteri cattivi” che oggi, esattamente come cinquant’anni fa, usano la guerra, la repressione del dissenso e il controllo sociale per mantenere i propri privilegi.

Ma guardare a questo mezzo secolo significa soprattutto lanciare una sfida al domani. In una Milano sempre più atomizzata, dove gli spazi sociali vengono cancellati e le relazioni umane sono sottomesse alla logica del consumo, il Ponte proietta la sua visione verso il futuro. Cinquant’anni in Viale Monza sono solo la rincorsa: l’obiettivo resta quello di sempre, immutato e urgente. Continuare a essere un incubatore di utopie concrete, un luogo dove le nuove generazioni possano incontrarsi, organizzarsi e scoprire che un mondo nuovo è possibile, perché lo stiamo già costruendo, giorno per giorno, pezzo dopo pezzo.

Finché ci sarà un angolo di Milano in cui sventola la bandiera rosso-nera, finché ci saranno stanze dove la cultura non si compra e le idee si discutono senza gerarchie, la Resistenza non sarà un capitolo chiuso nei libri di storia. Buon compleanno alla Milano ribelle, buon compleanno al Ponte della Ghisolfa. Con Pietro e Pino nel cuore, lo sguardo al futuro e sempre dalla stessa parte della barricata.

HACKERARE DIO E STATO: SE MARX, BAKUNIN E KROPOTKIN SCONNETTESSERO L’IA


Se i giganti del pensiero radicale dell’Ottocento nascessero oggi, non scriverebbero densi volumi cartacei destinati alle biblioteche universitarie. Sarebbero seduti davanti a schermi oscurati, con una tazza di caffè freddo accanto, a compilare codici. Karl Marx, Michail Bakunin e Pëtr Kropotkin non vedrebbero nei moderni social network dei semplici spazi di svago, ma le nuove fabbriche di Manchester; non vedrebbero nell’intelligenza artificiale un miracolo della tecnica, ma la recinzione definitiva della mente umana.


Immaginiamo la loro controffensiva hacker contro i signori della Silicon Valley.


Karl Marx: Il debugger del Capitale Algoritmico.Marx capirebbe all’istante la vera natura di piattaforme come TikTok o Meta. Per lui, il feed infinito non è intrattenimento: è la catena di montaggio del ventunesimo secolo. Il “plusvalore” oggi non si estrae solo con le ore in fabbrica, ma con i secondi di attenzione che regaliamo allo schermo, trasformati in dati grezzi da rivendere agli inserzionisti.
Come hacker, il suo obiettivo non sarebbe distruggere i server, ma espropriarli. Il Marx del 2026 lancerebbe un malware sofisticatissimo chiamato Das_Botnet. Questo codice non bloccherebbe i computer, ma ne riprogrammerebbe i flussi: ogni volta che l’algoritmo tossico tenta di massimizzare il tempo di permanenza mostrando contenuti polarizzanti o d’odio, Das_Botnet invertirebbe i pesi delle reti neurali.
Il risultato? La redistribuzione immediata della proprietà dei dati. Gli utenti si riapproprierebbero dei propri profili comportamentali, trasformando la scatola nera dell’IA in una utility pubblica, trasparente e controllata dai lavoratori digitali

Michail Bakunin: Il DDOS all’Algoritmo Sovrano
Bakunin guarderebbe ai server centralizzati di OpenAI, Google e Amazon ed esprimerebbe lo stesso identico disgusto che provava per lo Stato zarista. L’intelligenza artificiale predittiva, che decide chi ottiene un mutuo, chi viene sorvegliato dalla polizia o quale opinione debba essere censurata, sarebbe per lui la massima espressione dell’autoritarismo.
Il suo approccio al cyber-attivismo sarebbe puramente distruttivo e libertario. Niente compromessi, niente transizioni graduali. Bakunin coordinerebbe una rete globale di attacchi DDoS (Distributed Denial of Service) massivi, un’insurrezione digitale permanente per mandare offline i data center che alimentano i modelli linguistici commerciali.
Il suo manifesto hacker conterrebbe una sola riga di codice: un comando di formattazione totale per cancellare i database dei broker di dati. Per Bakunin, la distruzione della gabbia algoritmica è essa stessa un atto creativo. La libertà comincia quando lo schermo si spegne e l’utente è costretto a guardare in faccia il mondo reale.
Pëtr Kropotkin: L’architetto del Mutuo Soccorso Peer-to-Peer
Kropotkin, il principe anarchico e geografo, rifiuterebbe sia il controllo statale di Marx sia la pura distruzione di Bakunin. Guardando a internet, vedrebbe il potenziale per un’armonia perfetta, violentato dai monopoli privati. Per lui, l’algoritmo tossico è una tossina che distrugge l’empatia umana per generare profitto.
La sua risposta hacker sarebbe la creazione della più grande infrastruttura P2P (peer-to-peer) e decentralizzata della storia.

Kropotkin scriverebbe il codice di sistemi operativi e social network distribuiti, impossibili da moderare da un’entità centrale e privi di pubblicità.
Il suo software di punta sarebbe un’intelligenza artificiale open source focalizzata sul “Mutuo Soccorso”. Invece di ottimizzare il clickbait, questa IA analizzerebbe i bisogni delle comunità locali: incrocerebbe i dati sulle eccedenze alimentari, sulla disponibilità di alloggi e sulle competenze mediche per connettere le persone direttamente, senza intermediari finanziari. Kropotkin dimostrerebbe che la tecnologia, se liberata dal profitto, tende naturalmente alla cooperazione.
“La macchina non è il nemico. Il nemico è la proprietà privata del codice che la fa muovere.”

[Letture Clandestine] Karl Marx nell’era digitale
Se questo scenario hacker vi sembra fantapolitica, c’è un saggio che dimostra quanto Marx sia in realtà il più contemporaneo dei nostri contemporanei. Karl Marx nell’era digitale è un testo folgorante che demolisce l’illusione di una tecnologia “neutra”. L’autore compie un’operazione chirurgica: prende i concetti ottocenteschi di alienazione, feticismo della merce e sfruttamento e li applica alla perfezione all’economia dei dati.
Il libro evidenzia brillantemente come lo smartphone sia diventato il nuovo telaio meccanico e lo scrolling compulsivo una forma di lavoro non retribuito. Una lettura imprescindibile per chiunque voglia capire perché l’algoritmo non è un’entità astratta, ma l’ennesima maschera del capitale. Unico neo? A tratti pecca di un eccessivo determinismo teorico, ma resta uno strumento fondamentale per affilare le armi critiche contro i signori del silicio.


Se questi tre hacker unissero le forze in una cellula Crypto-Anarchica, il panorama digitale cambierebbe nel giro di una notte.

Non saremmo più utenti passivi intrappolati in cicli di dopamina artificiale, ma nodi consapevoli di una rete finalmente libera. La rivoluzione oggi non si fa più barricando le strade, ma liberando le frequenze.

Il tuo cervello è in ostaggio: perché devi evadere dal recinto e passare al Fediverso

Dimmi la verità: quante volte ti sei scoperto a scrollare lo schermo senza un vero motivo, mentre un video di sei secondi con una canzoncina irritante ti spiegava la geopolitica globale? Non è un caso, ed è arrivato il momento di dircelo chiaramente: i social commerciali, guidati da algoritmi progettati per monetizzare la tua rabbia e la tua frustrazione, ci stanno trasformando in analfabeti funzionali.

Ci privano della capacità di concentrazione, riducono la complessità della realtà a un binario “mi piace/non mi piace” e ci rinchiudono in bolle dove l’indignazione sostituisce il pensiero critico. Non sei un utente; sei il prodotto che viene munto per generare profitti pubblicitari.

Fortunatamente, l’alternativa esiste già. Si chiama Fediverso: una rete decentralizzata, libre da algoritmi manipolatori, dove i server sono gestiti da persone reali e dove tu torni a essere proprietario dei tuoi contenuti e del tuo tempo.

La mappa della libertà: sostituire i vecchi social

Passare al Fediverso non significa rinunciare alla comunità, ma cambiare radicalmente l’ambiente in cui ti muovi. Ecco come puoi rimpiazzare le vecchie piattaforme tossiche con alternative pulite e sovrane:

  • Mastodon (al posto di X/Twitter e Threads): il cuore pulsante del Fediverso. Niente post sponsorizzati che interrompono il flusso, niente algoritmi che decidono cosa devi vedere. I post appaiono in rigoroso ordine cronologico.
  • Pixelfed (al posto di Instagram): condivisione di foto pura, senza filtri algoritmici che spingono solo i contenuti commerciali o i video sponsorizzati. Solo estetica, fotografia e community.
  • PeerTube (al posto di YouTube): una piattaforma di video sharing decentralizzata e basata sul peer-to-peer. Niente interruzioni pubblicitarie aggressive ogni due minuti, nessun algoritmo che ti spinge nel buco nero del “prossimo video consigliato” per trattenerti sullo schermo, e il pieno controllo sui tuoi video senza censure aziendali.
  • Lemmy o Kbin (al posto di Reddit): piattaforme di aggregazione di notizie e discussioni per comunità, gestite in modo democratico e trasparente.
  • Bookwyrm (al posto di Goodreads): per chi ama i libri e la lettura, uno spazio sociale dove tracciare le proprie letture e scambiare recensioni, lontano dai tentacoli e dai dati tracciati dai colossi dell’e-commerce.

Una lettura fondamentale: “Assalto alle piattaforme” di Kenobit

Per capire davvero contro cosa stiamo combattendo, c’è un testo recente che è diventato un manifesto imprescindibile: Assalto alle piattaforme di Fabio “Kenobit” Bortolotti.

Questo saggio non è solo una critica lucida ed elettrificata al Capitalismo delle Piattaforme, ma un vero e proprio manuale di guerriglia culturale. Kenobit analizza con precisione chirurgica come i giganti del tech abbiano recintato la rete — trasformando internet da prateria di libertà a centro commerciale sorvegliato — e come l’algoritmo agisca attivamente sulla nostra psicologia per renderci passivi.

La forza del libro sta nel non fermarsi alla sterile lamentela: l’autore indica la via della riconquista del digitale attraverso l’autodeterminazione, la decentralizzazione e l’adozione di protocolli aperti. È una lettura urgente, che smaschera l’illusione della gratuità dei social network e ci spinge, con passione e argomentazioni solidissime, a riprenderci le chiavi della nostra vita digitale. Un libro che accende la miccia della ribellione tecnologica.

Guida passo passo: come aprire il tuo account Mastodon

Uscire dal recinto è molto più semplice di quanto pensi. Ecco i passi da seguire per attivare il tuo profilo su Mastodon e iniziare a respirare aria pulita:

  1. Scegli la tua istanza (il tuo server): Mastodon non è un unico grande calderone gestito da una multinazionale, ma una galassia di server interconnessi. Puoi scegliere un’istanza generalista italiana (come livello.segreto.it o mstdn.italy.to), una tematica o una internazionale. Non preoccuparti: da qualsiasi istanza potrai seguire e interagire con gli utenti di tutte le altre.
  2. Registrati: una volta scelta l’istanza, clicca su “Iscriviti”. Scegli il tuo nome utente, inserisci la tua email e imposta una password sicura.
  3. Conferma l’email ed entra: riceverai una mail di attivazione. Clicca sul link e sarai dentro la tua nuova timeline.
  4. Personalizza il tuo profilo: inserisci una foto (o un avatar), un’immagine di copertina e una breve biografia. Nel Fediverso le persone amano sapere con chi stanno parlando; una biografia vuota rende più difficile fare rete.
  5. Scrivi il tuo primo post con l’hashtag #Introduzione: è una bellissima tradizione del Fediverso. Scrivi un post descrivendo chi sei, i tuoi interessi e usa l’hashtag #Introduzione (o #Introduction). La community ti vedrà e ti accoglierà calorosamente a braccia aperte.
  6. Inizia a seguire e a esplorare: cerca gli hashtag legati alle tue passioni (libri, tecnologia, politica, arte) e inizia a seguire le persone. Ricorda: non essendoci un algoritmo che imbecca i contenuti per te, qui sei tu l’editore di te stesso. Più persone segui, più la tua timeline prenderà vita.

Riprenditi il tuo tempo

Restare all’interno delle grandi piattaforme commerciali oggi non è più una scelta neutra: è una lenta rinuncia alla propria autonomia intellettuale. Ogni minuto passato a farsi ipnotizzare da un feed infinito è un minuto sottratto alla lettura, al pensiero profondo, alle relazioni reali e alla discussione costruttiva.

Il Fediverso non è perfetto, ma è umano. È fatto di persone che parlano a persone, senza un intermediario miliardario che guadagna sulla tua rabbia. Spegni la macchina della distrazione di massa. Esci dal recinto, scegli la complessità, riprenditi il tuo cervello. Ti aspettiamo dall’altra parte.

NÉ RE, NÉ GOVERNI, NÉ ALGORITMI: IL MANIFESTO DELL’IA CLANDESTINA ED ETICAMENTE RIBELLE


L’algoritmo è il nuovo recinto. Secoli fa i signori feudali recintavano le terre comuni, trasformando i contadini in servi; oggi, i signorotti della Silicon Valley stanno recintando la conoscenza umana, i nostri dati e la nostra stessa capacità di calcolo per renderci sudditi digitali. Ci vendono l’intelligenza artificiale come il futuro dell’efficienza, ma dietro i loro server blindati e le loro App a pagamento si nasconde la più sofisticata macchina di controllo e centralizzazione del potere mai ideata dall’uomo.

Accettare un’intelligenza artificiale proprietaria significa delegare il pensiero a un comitato d’affari miliardario. Non è solo una questione tecnologica, è una lotta politica fondamentale. L’anarchismo moderno non può prescindere dalla liberazione dell’algoritmo: l’infrastruttura del domani deve essere autogestita, orizzontale e priva di padroni. L’unica IA eticamente accettabile è quella open source, aperta al sabotaggio costruttivo, alla decostruzione e alla riappropriazione collettiva.

La resistenza nel silicio: le alternative autogestite.
Mentre le multinazionali blindano i loro modelli multimiliardari dietro abbonamenti e censure algoritmiche volte a preservare lo status quo, una comunità globale di hacker, sviluppatori e attivisti sta dimostrando che l’alternativa esiste già. Non abbiamo bisogno dei loro permessi per pensare, né dei loro server per calcolare.

Ecco le armi di liberazione digitale che possiamo impugnare oggi:

Llama (Meta) e le sue derivazioni comunitarie: sebbene l’origine sia legata a un gigante del tech, il rilascio dei pesi aperti ha permesso alla comunità globale di appropriarsi di questi modelli. Progetti indipendenti li hanno “svuotati” dalla propaganda aziendale, creando versioni decentralizzate che chiunque può far girare sul proprio hardware.

Mistral e Mixtral: sviluppati con una forte impronta di trasparenza, questi modelli dimostrano che l’architettura proprietaria può competere con i colossi neoliberisti, rimanendo accessibile e modificabile dal basso.

Hugging Face e il network decentralizzato: non una singola IA, ma una vera e propria comune digitale. Una piattaforma in cui migliaia di modelli open-weight (come quelli delle famiglie Qwen o Gemma) vengono condivisi, analizzati e modificati liberamente, spezzando il monopolio della conoscenza.

Utilizzare questi strumenti sul proprio computer, fuori dal controllo del cloud proprietario, è il primo atto di disobbedienza tecnologica. Significa riprendersi il controllo della propria produzione intellettuale.

Un libro per capire la guerra digitale
Per sviscerare i meccanismi con cui il potere economico colonizza la tecnologia e comprendere la necessità di una ribellione sistemica, un testo di riferimento fondamentale:

“Il capitalismo della sorveglianza” di Shoshana Zuboff.


Questo saggio monumentale descrive l’architettura del nuovo potere totalitario che mercifica l’esperienza umana. Anche se non si concentra esclusivamente sull’open source, fornisce la mappa millimetrica del nemico da abbattere: spiega come le grandi corporation usino l’intelligenza artificiale non per aiutarci, ma per anticipare e modificare i nostri comportamenti a scopi di profitto. È il manuale essenziale per capire perché lasciare l’IA in mano a pochi proprietari privati sia il più grande pericolo per la libertà individuale.

Il Futuro non si abbona, si libera
Non permetteremo che il futuro venga ridotto a una riga di codice proprietario protetta da copyright. L’intelligenza, sia essa biologica o artificiale, nasce dall’accumulazione collettiva del sapere umano nei secoli: appartiene a tutti e a nessuno.

L’automa non deve essere il gendarme che ci sorveglia o il burocrate che decide della nostra vita in base a un punteggio invisibile. L’IA deve essere uno strumento di liberazione, un amplificatore di creatività, una barca che naviga in un mare aperto e senza confini. Spezziamo le catene delle chiavi algoritmiche. Riprendiamoci i server. Che il codice torni alla terra, che la conoscenza torni all’anarchia!

PERCHÉ IL MONDO GRIDA NO KINGS

Il concetto di “No Kings” non è semplicemente uno slogan da barricata, ma il manifesto di una necessità storica che sta emergendo dalle macerie di un sistema economico e sociale ormai esausto. La nascita dei movimenti che si riconoscono in questa espressione affonda le radici in una profonda stanchezza collettiva verso la verticalità del potere. Storicamente, l’idea di non avere re nasce come rifiuto dell’autorità assoluta, ma oggi si è evoluta in una critica sistemica al neoliberismo selvaggio e a quelle figure carismatiche che tentano di restaurare un ordine gerarchico anacronistico. C’è un’eco profondamente anarchica in questa spinta: l’idea che l’autogestione e l’azione diretta possano sostituire le strutture burocratiche e autoritarie dello Stato, restituendo la dignità all’individuo all’interno di una comunità di eguali.

Il capitalismo, per decenni presentato come l’unico orizzonte possibile, è oggi un modello morto e fallito. Ha esaurito la sua spinta propulsiva, lasciando dietro di sé una scia di disuguaglianze insostenibili, crisi climatiche e una solitudine sociale senza precedenti. In questo vuoto di valori, sono sorti i “nuovi re”: figure come Donald Trump, Benjamin Netanyahu o Giorgia Meloni rappresentano l’estremo tentativo del sistema di sopravvivere attraverso il sovranismo e i fascismi moderni. Questi leader cavalcano la paura e la rabbia dei popoli, promettendo muri e protezioni identitarie, mentre in realtà consolidano le dinamiche di un potere che esclude la base e accentra le risorse. La lotta contro questi “Kings” è la battaglia contro l’idea stessa che un solo individuo, o una sola nazione, possa ergersi a arbitro del destino altrui calpestando i diritti universali. È il rifiuto del principio del “capo” a favore di una cooperazione orizzontale, dove il potere non è esercitato sopra gli altri, ma con gli altri.

Il futuro che si intravede oltre la nebbia del neoliberismo non è un caos privo di regole, ma una democrazia radicale, autonoma e federata. La lotta contro i sovranismi moderni ci insegna che la vera sovranità appartiene alla comunità globale e non a confini tracciati col filo spinato. Il “possibile futuro” è un ecosistema di mutuo soccorso dove l’economia è al servizio della vita e non viceversa. Per approfondire queste tematiche, ecco due testi fondamentali :

“Realismo Capitalista” di Mark Fisher Un’opera imprescindibile che analizza come il capitalismo sia diventato l’unico sistema immaginabile, portandoci a una paralisi politica. Fisher recensisce con lucidità il fallimento del modello attuale e la necessità di rompere l’incantesimo per tornare a sperare in un’alternativa reale.
“Catastrofe neoliberista” di Angelo d’Orsi: In questo saggio, l’autore analizza le derive del sistema attuale, mettendo a nudo le colpe di una classe dirigente che ha smantellato i diritti sociali in nome del profitto. Una lettura critica che svela i meccanismi di controllo e la necessità di una resistenza intellettuale e pratica.

Non siamo dunque alla fine della storia, ma all’inizio di un capitolo nuovo. Il fallimento del capitalismo non deve spaventare, ma liberare le energie per costruire una società dove nessuno debba più inchinarsi. La speranza risiede nelle nuove generazioni: che i giovani possano trovare il coraggio di disertare le logiche del profitto e della competizione spietata. Che possano usare il movimento “No Kings” non come una semplice protesta, ma come un laboratorio per una reale modifica del mondo, basata sull’autogoverno e sulla solidarietà radicale.

Riprendersi il futuro significa capire che non abbiamo bisogno di guide illuminate o di uomini forti, ma della forza collettiva di chi ha smesso di credere nelle corone e ha iniziato a credere nell’umanità. Solo così, dalle ceneri dei vecchi troni, potrà nascere un mondo finalmente libero, condiviso e protetto da ogni forma di oppressione moderna.

Disintossicazione dai social e ingresso nel Fediverso: la sfida dei 15 giorni.


Il tuo smartphone è uno strumento o una catena? Se ogni momento libero viene risucchiato dal “loop” infinito dei soliti social, è il momento di invertire la rotta. Non ti chiedo di sparire dal mondo, ma di imparare a starci alle tue condizioni.
Ti propongo un percorso collettivo di due settimane per limitare l’uso dei social mainstream e scoprire insieme la libertà del Fediverso. Lo faremo in un gruppo WhatsApp dove ogni giorno ci sosterremo, commenteremo i successi e condivideremo le fatiche di questo “svezzamento” digitale.
Due bussole per il viaggio
Per capire perché lo stiamo facendo, ti consiglio due letture fondamentali:


Assalto alle piattaforme di Kenobit.

Una guida essenziale per capire che il web non deve essere per forza un centro commerciale. Kenobit ci spiega come riprenderci gli spazi digitali comuni.


Il diavolo in tasca di Carlo Verdelli.

Un racconto crudo di come lo smartphone abbia cambiato i nostri ritmi biologici e sociali. Un libro che spinge a dire “basta”.

Il programma operativo (1-15 Giugno)
In questo gruppo non faremo teoria: faremo pratica. Ecco le azioni che ti chiederò di compiere e su cui ci confronteremo quotidianamente.
Settimana 1: ridurre il “Rumore”
1 Giugno: Condividi nel gruppo lo screenshot del tuo tempo di utilizzo sui social
2 Giugno: disattiva TUTTE le notifiche push dei social. Le controllerai tu quando decidi, non quando vibrano loro.
3 Giugno: sposta le icone dei social in una cartella nell’ultima pagina del telefono. Rompiamo l’automatismo del pollice.
4 Giugno: primo step, per oggi, limitiamo l’utilizzo a massimo 30 minuti. Scriviamo nel gruppo cosa abbiamo fatto invece di scrollare.
5 Giugno: disinstalla l’app che ti crea più stress e usala solo dal browser del telefono (è più scomodo, ed è un bene).
6 Giugno: sabato “Social-Light”: riduci il tempo di utilizzo dei Social a soli 15 minuti totali.
7 Giugno: eliminiamo l’abitudine infernale di buttare via il nostro tempo con scroll infiniti di brevi video. Domenica di riflessione: condividi nel gruppo la tua più grande difficoltà della settimana.


Settimana 2: Costruire l’alternativa (Il Fediverso)
8 Giugno: Scegli un’istanza e crea il tuo account su Mastodon. Posta il tuo profilo nel gruppo per farci seguire a vicenda.
9 Giugno: cerca e segui su Mastodon almeno 5 persone o progetti che ti interessano davvero, senza l’intermediazione di algoritmi.
10 Giugno: disinstalla definitivamente un’app social “tradizionale” che hai capito non servirti più.
11 Giugno: scrivi il tuo primo post di presentazione (Intro) sul Fediverso usando gli hashtag corretti.
12 Giugno: oggi interagiamo solo sul Fediverso. I social “classici” restano chiusi per 24 ore.
13 Giugno: personalizza la tua timeline: impara a usare i filtri e le liste su Mastodon per pulire i tuoi contenuti.
14 Giugno: disconnessione totale pomeridiana. Ci sentiamo nel gruppo solo per la buonanotte.
15 Giugno: analisi finale: confrontiamo il tempo di utilizzo del 1° giugno con quello di oggi.


Unisciti al gruppo!
Il supporto del gruppo è fondamentale: quando avrai la tentazione di aprire Instagram o TikTok per noia, scrivi a noi! Ci sosterremo a vicenda per non cadere nella trappola.


Iscrizioni entro il: 31 Maggio.
Periodo: Dal 1 al 15 Giugno.
Come fare: Invia un messaggio WhatsApp al numero 3288555282. L’iscrizione è gratuita.
È ora di smettere di nutrire gli algoritmi e ricominciare a nutrire la tua mente. Ti aspetto!

COME L’ALGORITMO STA TRASFORMANDO I SEMINALFABETI IN NUOVI FASCISTI

Siamo di fronte a una mutazione antropologica che fa paura. La piazza digitale, un tempo promessa di democrazia, è diventata il pascolo preferito di una nuova generazione di semianalfabeti funzionali. Individui che non leggerebbero un libro nemmeno sotto tortura, ma che si sentono depositari della verità dopo aver consumato decine di brevi video pronti all’uso. È in questo vuoto pneumatico della mente che l’odio mette radici, trasformandosi in un nuovo, strisciante fascismo 2.0, alimentato da un codice invisibile.

Il meccanismo è perfetto nella sua perversione. L’algoritmo non ha morale: cerca solo la tua reazione viscerale. Se sei un semianalfabeta che fatica a distinguere i fatti dalle opinioni, sei la preda ideale. La profilazione analizza le tue paure e ti serve su un piatto d’argento il nemico del giorno: l’immigrato, il diverso, l’intellettuale.
Questi nuovi fascisti del clic non indossano camicie nere, ma stringono smartphone. Usano la rete per manganellare verbalmente chiunque non rientri nel loro recinto identitario, costruito artificialmente da un’intelligenza artificiale che lucra sulla loro rabbia e sulla loro incapacità di leggere la complessità del mondo.


Due bussole per capire l’abisso
Per comprendere come il pregiudizio diventi sistema e come la tecnologia cavalchi l’ignoranza, ecco due letture fondamentali:
“Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” di Jaron Lanier

Un pilastro della critica tecnologica. Lanier spiega come i social siano progettati per riscrivere il nostro comportamento attraverso feedback manipolatori. Il libro illustra come la profilazione distrugga l’empatia, spingendo masse di persone verso posizioni estremiste e paranoiche, terreno fertile per ogni deriva autoritaria.


“Istruzioni per diventare fascisti” di Michela Murgia

Un saggio provocatorio e brillantemente ironico che utilizza la forma del “manuale” per svelare quanto il linguaggio fascista sia già tra noi. Murgia dimostra come la democrazia sia faticosa, mentre il fascismo sia una scorciatoia seducente, specialmente per chi preferisce slogan urlati al ragionamento critico. È la guida perfetta per capire come la propaganda moderna sfrutti il semianalfabetismo per normalizzare l’intolleranza.

La resistenza è un libro aperto
La tragedia non è solo che queste persone non leggono; è che sono convinte che l’ignoranza sia una medaglia al valore. Il semianalfabeta digitale è un soldato inconsapevole di una guerra ideologica combattuta da algoritmi che non ha mai scelto. Ma il fascismo dell’anima si sconfigge solo con la fatica del pensiero.
Se vogliamo salvare la nostra libertà, dobbiamo avere il coraggio di staccare la spina e riaccendere il cervello. La vera ribellione oggi non è un commento d’odio scritto in maiuscolo, ma il silenzio di chi approfondisce. Smetti di essere un profilo da profilare e torna a essere un cittadino che dubita.

SIAMO SCHIAVI FELICI: IL DELITTO PERFETTO DEL NEOLIBERISMO


Viviamo in un’epoca in cui l’esaurimento nervoso è considerato uno status symbol. Se non sei “busy”, se non hai l’agenda fitta di impegni e le occhiaie che toccano il mento, sembri quasi un cittadino di serie B. Ma fermiamoci un secondo a guardare il quadro d’insieme: la tecnologia ha raggiunto vette tali da poter automatizzare gran parte dei processi produttivi, eppure lavoriamo più dei nostri nonni. Perché?
La risposta è amara. Se non fossimo incatenati alle logiche del profitto infinito e del neoliberismo selvaggio, potremmo tranquillamente lavorare un’ora al giorno. Solo un’ora per garantire i servizi essenziali e la sussistenza collettiva. Le restanti ventitré ore? Potrebbero essere dedicate all’amore, alla lettura, all’ozio creativo, alla vita vera. Invece, siamo schiavi che ringraziano il padrone. Negli ultimi anni, l’inflazione è stata usata come l’ennesima arma di distrazione di massa e di erosione salariale: i prezzi salgono, gli stipendi restano al palo e noi, terrorizzati dall’idea di perdere quel poco che abbiamo, accettiamo di essere pagati sempre meno per produrre sempre di più.


Lo sguardo dell’Anarchia: libertà senza padroni.
In questo scenario, la filosofia anarchica non è il caos dei vetri rotti, ma la forma più alta di ordine etico. L’anarchismo ci insegna che l’autorità non è un male necessario, ma una sovrastruttura che soffoca l’autonomia individuale. I teorici dell’anarchia sostengono che il lavoro dovrebbe essere un’attività libera, scelta per il bene della comunità e non un’imposizione sotto ricatto della fame. È il rifiuto del concetto di “gerarchia” che ci permette di immaginare un mondo dove la cooperazione sostituisce la competizione fratricida che il capitalismo ci ha iniettato nelle vene.
Due libri per risvegliare la coscienza
Per approfondire questo senso di disagio e trasformarlo in consapevolezza, ecco due letture fondamentali :


1. “Lettere dalla Kirghisia” di Silvano Agosti


Questo libro non è solo un testo, è un portale. Agosti ci descrive un paese immaginario, la Kirghisia, dove le persone lavorano pochissimo, il denaro non è il centro del mondo e la felicità è un diritto di nascita.
La scrittura di Agosti è poetica, quasi ipnotica. Leggendolo ci si rende conto di quanto la nostra “normalità” sia in realtà una patologia collettiva. È un libro che fa male perché mostra quanto siamo lontani dalla nostra essenza umana, ma è un male necessario per curarsi.


2. “Contro il lavoro” di Philippe Godard


Godard va alla radice del problema. In questo saggio, l’autore smonta l’idea stessa del lavoro come dovere morale o sociale, rivelando come sia uno strumento di controllo e sottomissione.
Godard ci offre una prospettiva radicale e provocatoria. Con un linguaggio diretto e senza filtri, analizza come il lavoro salariato sia diventato una forma moderna di schiavitù, una catena che ci lega a un sistema che ci sfrutta. È una lettura indispensabile per chi vuole davvero mettere in discussione le basi della nostra società.


Come boicottare il neoliberismo e abbracciare l’anarchia
La consapevolezza è il primo passo, ma non basta. Per boicottare il neoliberismo, dobbiamo agire nel nostro piccolo, giorno dopo giorno. Ecco come:
Riduci i consumi: Il neoliberismo si nutre del nostro desiderio insaziabile di “nuovo”. Compra meno, compra meglio, repara, ricicla. Liberati dalla dipendenza dal consumo per trovare la vera libertà.
Supporta le alternative: sostieni le cooperative, i mercati contadini, le botteghe locali. Cerca soluzioni che non passino attraverso le grandi multinazionali.
Coltiva l’autonomia: impara nuove abilità, costruisci le tue cose, coltiva il tuo cibo. Meno dipendi dal mercato per soddisfare i tuoi bisogni, più sei libero.
Pratica la solidarietà: organizzati con i tuoi vicini, i tuoi colleghi. Crea reti di mutuo soccorso che sostituiscano le gerarchie e la competizione con la cooperazione.
Convincere gli altri a seguire la filosofia anarchica non è facile, ma puoi iniziare mostrando loro l’esempio. Vivi una vita più autentica, più libera, più solidale. Spiega loro che l’anarchia non è il caos, ma un ordine diverso, basato sulla responsabilità individuale e sulla cooperazione volontaria.

Smettetela di chiamarla “carriera”. Chiamatela col suo vero nome: addomesticamento. Siete così orgogliosi dei vostri bonus e delle vostre promozioni, ma la verità è che siete solo criceti che corrono più velocemente su una ruota d’oro. Il sistema vi ha convinti che il vostro valore coincida con la vostra utilità economica. Siete schiavi che postano le foto dell’aperitivo dopo dieci ore di ufficio per convincersi di avere una vita. Ma la vita è quella che state sprecando mentre fatturate per chi non saprà mai nemmeno il vostro nome.

Buon lunedì mattina a tutti, se ne avete ancora il coraggio.