
Esiste un malinteso comune che vede l’anarchia come il regno del disordine e l’autogestione come un’improvvisazione costante. Niente di più lontano dal vero. L’autogestione è, al contrario, la forma più alta di disciplina: quella che non viene calata dall’alto per timore di una punizione, ma che nasce dall’interno per amore di un progetto.
Essere un apprendista anarchico significa abitare questa tensione. È un percorso di costante auto-formazione dove l’individuo smette di aspettare istruzioni e inizia a cercare soluzioni.
ESEMPI CONCRETI DI AUTOGESTIONE
L’autogestione non vive nelle nuvole, ma si incarna in esperienze che hanno dimostrato come il “comando” sia spesso un orpello superfluo:
Le fabbriche recuperate: In diversi momenti storici e geografici (dall’Argentina dei primi anni 2000 alle esperienze europee), i lavoratori hanno dimostrato che è possibile gestire la produzione senza una gerarchia padronale, redistribuendo compiti e profitti in base ai bisogni collettivi.
Gli spazi sociali e culturali: Luoghi dove la programmazione non è decisa da un ufficio marketing, ma dall’assemblea di chi quel luogo lo vive, lo pulisce e lo anima. Qui, l’autogestione è la capacità di manutenere un bene comune senza delegare la responsabilità a un ente esterno.
Le reti di mutuo soccorso: Gruppi d’acquisto solidale o cliniche popolari dove la competenza tecnica (medica, agricola, logistica) viene messa al servizio della comunità senza la mediazione del profitto.
LA PRATICA DELL’AUTOGESTIONE
Il libro di Guido Candela e Antonio Senta, si inserisce esattamente in questo solco. Gli autori ci ricordano che l’autogestione non è solo un desiderio etico, ma una pratica economica e sociale solida.

Il testo ha il pregio di non essere un manuale d’istruzioni rigido, ma una riflessione critica. Ci avverte che autogestirsi significa anche farsi carico della fatica del decidere. Candela e Senta analizzano con lucidità come il potere tenda a ripresentarsi sotto nuove forme e come solo una vigilanza costante e una “pratica” quotidiana possano mantenere orizzontale un’organizzazione. È una lettura essenziale per chiunque voglia capire che la libertà è un mestiere che richiede studio.
L’UMILTÀ DI CHI COSTRUISCE
L’apprendista anarchico è colui che ha capito che la libertà non si riceve in dono, ma si impara come un’arte antica. Non c’è spazio per l’arroganza di chi crede di avere già la verità in tasca; c’è invece la pazienza di chi sa che per abbattere un muro bisogna prima capire come è stato costruito, e per costruire una società nuova bisogna saper maneggiare gli strumenti della cooperazione.

L’autogestione è la sfida di restare umani in un sistema che ci vorrebbe ingranaggi. È il coraggio di dire: “Posso farlo io, possiamo farlo noi”. In questo apprendistato senza fine, ogni errore è una lezione e ogni successo collettivo è la prova che un altro mondo non è solo possibile, ma è già in costruzione ogni volta che decidiamo di non delegare la nostra vita.
LA PRATICA QUOTIDIANA: DAL PANE AI SOCIAL
L’apprendista anarchico sa che la coerenza non si misura nelle grandi dichiarazioni, ma nelle scelte minute. L’autogestione inizia dal modo in cui decidiamo di nutrire noi stessi e le nostre relazioni. Nel quotidiano, questo si traduce nel riappropriarsi dei saperi: imparare a riparare ciò che è rotto invece di buttarlo, privilegiare le filiere corte dove il rapporto tra chi produce e chi consuma è diretto e senza padroni, o partecipare attivamente a orti urbani e laboratori condivisi. È l’etica del “fare insieme” che sostituisce la passività del “comprare già fatto”.
L’AUTOGESTIONE DIGITALE E IL FEDIVERSO
Se l’autogestione è la capacità di darsi regole proprie, internet è oggi il campo di battaglia principale. L’apprendista anarchico rifiuta di essere un prodotto nelle mani dei giganti del tech (i cosiddetti Big Tech) e cerca l’autonomia digitale.

Qui entra in gioco il Fediverso. Mentre i social network commerciali sono recinti chiusi, gestiti da algoritmi opachi e gerarchie aziendali che traggono profitto dai nostri dati, il Fediverso (composto da piattaforme come Mastodon, PixelFed o Lemmy) incarna la pratica anarchica nel cyberspazio:
Decentralizzazione: Non esiste un server centrale. Ognuno può ospitare la propria istanza (il proprio “pezzetto” di rete), rendendo l’infrastruttura resiliente e impossibile da controllare da un unico centro di potere.
Orizzontalità e moderazione: Le regole di convivenza sono stabilite dalle singole comunità e non da un consiglio d’amministrazione. L’utente smette di essere un consumatore passivo e diventa parte attiva della gestione del proprio spazio digitale.
Software libero: l’uso di codice aperto permette a chiunque di studiare, modificare e migliorare gli strumenti che usa. È la quintessenza dell’apprendistato: capire come funziona l’ingranaggio per non esserne schiavi.
Abitare il Fediverso significa applicare l’autogestione ai propri dati e alla propria attenzione, scegliendo di comunicare in un ecosistema dove la libertà di espressione si sposa con la responsabilità collettiva.
L’ARTE DI NON ESSERE GOVERNATI
In definitiva, che si tratti di cuocere il pane in un forno comunitario o di configurare un istanza su Mastodon, l’apprendista anarchico persegue un unico obiettivo: ridurre la delega. Ogni volta che impariamo a fare qualcosa da soli o con i nostri simili, stiamo togliendo un pezzetto di potere a chi vorrebbe gestirci.
L’autogestione è un muscolo che si fortifica con l’uso. Non aspettate la rivoluzione perfetta: iniziate a praticarla oggi, nel modo in cui mangiate, in cui lavorate e nel modo in cui cliccate. La libertà non è un porto d’arrivo, ma il modo in cui decidiamo di navigare.
































