LA FILOSOFIA DEL VUOTO: BERNARD MOITESSIER E L’ARTE DI VIVERE CON CIÒ CHE È ESSENZIALE

Esiste una frase che ogni marinaio degno di questo nome conosce a memoria: “Quello che non c’è, non si rompe”. A pronunciarla non è stato un ingegnere, ma un poeta del mare, un uomo che ha preferito la pace dell’oceano alla gloria della terraferma: Bernard Moitessier.

Sebbene Moitessier parlasse di winch, bulloni e motori, la sua filosofia travalica i confini della nautica per diventare un manifesto del minimalismo moderno e una guida per i rapporti umani.

Bernard Moitessier: una vita vissuta tra onde e libertà.
Nato nel 1925 in Indocina, Bernard Moitessier è stato molto più di un semplice navigatore: è stato un filosofo, un ribelle e un poeta dei mari. La sua vita è stata una costante ricerca di libertà e autenticità, lontano dalle convenzioni e dalle pressioni della società moderna. Dopo aver trascorso l’infanzia tra piantagioni di gomma e fiumi, all’età di 20 anni si imbarcò per la prima volta e capì che il suo destino era l’oceano. Le sue numerose traversate in solitario, spesso ai limiti dell’impossibile, lo hanno reso una leggenda. Ma fu la sua partecipazione alla Golden Globe Race del 1968-69 a consacrarlo per sempre. In testa alla regata, con la vittoria a portata di mano, Moitessier decise di virare, rinunciare alla competizione e continuare la sua rotta verso la Polinesia. Un gesto che stupì il mondo e che divenne il simbolo di una scelta di vita radicale: preferire la libertà dell’anima ai trofei e alla gloria.

L’Essenziale come Libertà

Per Moitessier, la barca era un microcosmo. Riempirla di gadget inutili non significava essere più sicuri, ma essere più schiavi della manutenzione. Se applichiamo questo concetto alla nostra vita materiale, il messaggio è dirompente: accumulare oggetti significa accumulare preoccupazioni.

Il minimalismo di Moitessier non è privo di gioia, è “pieno di vuoto”. Ridurre il possesso all’essenziale libera spazio mentale. Quando non dobbiamo preoccuparci di ciò che possediamo, possiamo finalmente occuparci di ciò che siamo.

Rapporti umani: meno rumore, più verità.

Lo stesso principio si applica alle relazioni. Spesso complichiamo i rapporti con aspettative sovrabbondanti, sovrastrutture sociali e “accessori” emotivi che servono solo a creare attrito. Moitessier cercava l’autenticità. La sua filosofia ci insegna a sfrondare i rapporti dalle formalità inutili e dai legami tossici. “Quello che non c’è non si rompe”: se togliamo l’orgoglio, la pretesa di controllo e il bisogno di apparire, ciò che resta è un legame solido, capace di resistere alle tempeste più dure.

“In mare non ci sono artifici, non ci sono bugie. Il mare non ti chiede chi sei, ti mostra chi sei.”

I Libri Consigliati

Se vuoi immergerti nel suo pensiero, ecco due tappe fondamentali della sua bibliografia:

1. “La Lunga Rotta” (L’Ultima Rotta)

È il suo capolavoro assoluto. Moitessier partecipa alla prima regata in solitario intorno al mondo. È in testa, sta per vincere e ottenere gloria e denaro. Invece, decide di abbandonare la gara, rinunciare ai premi e continuare a navigare verso la Polinesia “per salvare la sua anima”.

  • Perché leggerlo: È un diario di bordo che diventa un trattato di spiritualità. Ti farà mettere in discussione il concetto di successo.

2. “Vagabondo dei Mari del Sud”

In questo libro, Moitessier racconta le sue prime avventure e i suoi naufragi. È il libro della resilienza, dove impariamo che perdere tutto è spesso il primo passo per trovare se stessi.

  • Perché leggerlo: Per capire come nasce un mito e per imparare l’umiltà di fronte alla forza della natura.

DALLA BARCA ALLA VITA: APPLICARE IL “NON C’È” NEL QUOTIDIANO

Se la barca di Moitessier era il suo tempio, la nostra casa e il nostro ufficio sono i nostri mari. Come possiamo tradurre operativamente il concetto di “quello che non c’è non si rompe”?

1. Minimalismo Funzionale (Casa e Lavoro)

Moitessier sapeva che un attrezzo multifunzione che fa dieci cose male è peggio di uno solo che ne fa una bene.

  • Nello spazio fisico: Liberati del “just in case” (il “non si sa mai”). Gli oggetti che conserviamo per un futuro ipotetico sono zavorre che occupano spazio vitale. Meno oggetti significa meno tempo dedicato a pulire, riparare e cercare.
  • Nel digitale: Le notifiche inutili sono “winch che cigolano”. Disinstalla ciò che non usi. La tua attenzione è la tua risorsa più preziosa; non permettere che si rompa sotto il peso del superfluo.

2. La Manutenzione dei Rapporti Interpersonali

Nel mare della socialità, tendiamo a collezionare “conoscenze” come fossero souvenir. Moitessier ci insegna che la qualità di una navigazione dipende dalla solidità dell’equipaggio, anche se quell’equipaggio è composto solo da noi stessi e pochi intimi.

  • Sottrazione Emotiva: Spesso i nostri rapporti si incrinano per via di sovrastrutture inutili: il bisogno di dare sempre spiegazioni, l’obbligo sociale di partecipare a eventi che ci svuotano, o il mantenimento di legami “di facciata”.
  • L’Essenziale nel Dialogo: “Quello che non c’è non si rompe” si applica anche alle parole. Spesso cerchiamo di riempire i silenzi con chiacchiere vacue che portano a malintesi. Un rapporto profondo vive di silenzi condivisi e verità nude. Se togliamo il superfluo — le pretese, i non detti, le maschere — resta un legame che non ha bisogno di manutenzione costante perché è basato sulla sostanza, non sull’apparenza.

“Ho imparato che la libertà non è fare tutto quello che si vuole, ma essere ciò che si deve essere, senza pesi inutili sulle spalle.”

Scegliere con chi navigare è importante tanto quanto scegliere cosa portare a bordo. Circondati di persone che non richiedono “ingranaggi complessi” per essere amate, ma che vibrano con la tua stessa semplicità.

La Rotta verso la Pace

In un mondo che ci spinge ad aggiungere — più app, più impegni, più oggetti, più follower — Moitessier ci invita a sottrarre. La sua non è una rinuncia punitiva, ma un atto di amore verso la propria libertà.

Vivere con “quello che serve” significa avere le mani libere per afferrare la vita e il cuore leggero per navigare verso il proprio orizzonte, senza il timore che qualcosa, lungo il tragitto, possa rompersi e fermarci.

“La felicità è una cosa semplice, è come il vento: non puoi possederlo, ma puoi spiegare le vele e farti portare lontano.”

Buon vento a tutti i lettori che hanno il coraggio di viaggiare leggeri.


TRUMP E VANNACCI: CONTRO LA LORO LIBERTÀ DELL’IGNORANZA, LA NOSTRA SCELTA ALLA RIVOLTA.


Basta un post sui social o un comizio in piazza per vederli: i paladini della “libertà” in salsa destra. Personaggi che parlano di libertà mentre invocano manganelli, confini blindati e gerarchie medievali. Oggi questo termine viene stiracchiato fino a diventare una menzogna, un feticcio usato per giustificare l’odio e il privilegio.

È ora di dirlo chiaramente: la libertà sbandierata da certa destra bigotta e ignorante non è altro che il privilegio di pochi garantito dall’oppressione di molti.

Il paradosso del bullo: Trump, Vannacci e la “finta” libertà
La destra ha sequestrato la parola “libertà” per venderci il diritto all’egoismo. Per i vari Trump e Vannacci, essere liberi significa poter calpestare chi sta sotto senza subire conseguenze.

Il paradosso del “Free Speech”: Invocano la libertà di parola solo quando serve a sdoganare razzismo e omofobia. Per loro, libertà significa poter dire che un omosessuale “non è normale” o che i tratti somatici decidono chi è italiano, nascondendosi dietro il vittimismo del “politicamente corretto”. Ma appena qualcuno prova a regolare l’odio online — come con il Digital Services Act — gridano alla censura. È la libertà del bullo: io posso insultarti, ma tu non puoi impedirmi di farlo.

L’educazione come proprietà privata: blaterano di “libertà di educare i figli” per sabotare ogni progresso civile. Vogliono che l’educazione sessuale e affettiva sia un’esclusiva delle famiglie, spesso le stesse famiglie bigotte, incompetenti e ignoranti che vedono il sesso come un tabù o il diverso come una minaccia. Non è libertà dei figli, è il diritto dei genitori di crescere persone chiuse e impreparate, togliendo alla scuola il compito di formare cittadini consapevoli.

La libertà dei muri: Invocano la libertà di movimento per le loro merci e per i loro capitali, ma chiedono il filo spinato per gli esseri umani. Se la tua libertà ha bisogno di un visto negato (come fatto dall’amministrazione Trump contro funzionari europei rei di non allinearsi) o di una legge speciale per silenziare il dissenso, allora non sei libero: sei solo un carceriere.

Il Mutuo Soccorso contro l’egoismo predatorio
Mentre la destra promuove l’individualismo più becero — la legge della giungla cara ai reazionari — il pensiero anarchico risponde con il Mutuo Soccorso.

Non è carità, ma solidarietà orizzontale. La destra vede l’altro come un nemico da cui difendersi; l’anarchismo vede nell’altro la condizione stessa della propria libertà. Se il mio vicino non è libero e vive sotto lo schiaffo del pregiudizio, la mia libertà è un insulto. Il Mutuo Soccorso è la prova che non abbiamo bisogno di un leader che ci dica chi odiare: la cooperazione è l’unica vera arma contro il fascismo.

La parola ai giganti della vera Libertà
A differenza degli slogan vuoti di chi confonde la libertà con la sregolatezza, l’anarchia poggia su basi filosofiche solide:

“La libertà degli altri, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è al contrario la condizione necessaria e la conferma.” — Michail Bakunin

“Le libertà non vengono date, si prendono!” — Pëtr Kropotkin

“L’anarchia è la più alta espressione dell’ordine.” — Elisée Reclus (Uno schiaffo a chi pensa che libertà significhi caos).

Due libri per smettere di essere gregge
Se vuoi capire perché la propaganda di destra è solo un rumore fastidioso e bigotto, leggi questi testi:

“Dio e lo Stato” di Michail Bakunin: Un’analisi brutale di come il potere religioso e politico siano le catene create per sottomettere le masse. Perfetto per capire perché il binomio “Dio e Patria” è il veleno della libertà.

“Il Mutuo Soccorso” di Pëtr Kropotkin: Dimostra scientificamente che l’evoluzione umana non è basata sulla lotta del più forte (il sogno bagnato dei reazionari), ma sulla cooperazione.


La prossima volta che senti un politico di destra riempirsi la bocca con la parola “libertà”, chiediti: chi sta cercando di incatenare o mantenere nell’ignoranza mentre lo dice?

La vera libertà non ha bisogno di nazioni, di capi o di “padri padroni” che decidono cosa i figli debbano sapere. La vera libertà o è di tutti, o è solo una parata di maschere per nascondere il volto del vecchio fascismo.

SPEGNETEGLI INTERNET: PERCHÉ L’ANALFABETISMO FUNZIONALE CI STA UCCIDENDO TUTTI

Siamo sotto attacco. Non da parte di una potenza straniera, ma di un esercito silenzioso, distratto e spaventosamente numeroso che vive tra noi. Sono i maledetti analfabeti funzionali: persone che sanno leggere le parole, ma non sanno interpretare i fatti; che sanno scrivere un commento, ma non sanno articolare un pensiero.

Questi individui sono un pericolo pubblico. In un mondo complesso, la loro incapacità di discernimento non è un limite privato, è una minaccia collettiva. Alimentati da algoritmi che premiano il nulla e da video di quindici secondi che hanno letteralmente fuso le loro sinapsi, questi soggetti inquinano il dibattito pubblico e la democrazia stessa. È tempo di smetterla con il buonismo: chi non è in grado di comprendere la realtà va emarginato dal dibattito e, per il bene della salute mentale collettiva, andrebbe privato del diritto di accesso ai social media. Se non sai maneggiare l’informazione, non dovresti avere un megafono.


IDENTIKIT DEL PERICOLO: COME RICONOSCERLI

Non serve un esperto per individuarli, basta osservare il loro comportamento online e offline:

  • L’incapacità di sintesi: Leggono solo il titolo di un articolo e commentano con rabbia il contenuto che non hanno mai aperto.
  • La dittatura del “secondo me”: Elevano la propria opinione ignorante al rango di verità scientifica o storica.
  • Dipendenza da stimoli brevi: Non riescono a guardare un video o leggere un testo che duri più di 30 secondi senza perdere la concentrazione.
  • Assenza di spirito critico: Credono a qualunque bufala purché confermi i loro pregiudizi (bias di conferma).
  • Aggressività verbale: Laddove manca l’argomentazione, subentra l’insulto o il punto esclamativo seriale.

DECALOGO DI SOPRAVVIVENZA: COME TRATTARLI

Poiché siamo costretti a conviverci (per ora), ecco come gestire un analfabeta funzionale senza perdere la sanità mentale:

  1. Non discutere mai nel merito: Non hanno gli strumenti per seguirti. Risparmia fiato.
  2. Usa frasi brevi e secche: Come se parlassi a un bambino, o a un software mal programmato.
  3. Non condividere i loro contenuti: Anche se lo fai per deriderli, stai comunque dando loro visibilità.
  4. Isolali socialmente: Se un commento è stupido, ignoralo. Il silenzio è l’unica barriera efficace.
  5. Esigi le fonti: Quando sparano una sciocchezza, chiedi i dati. Spariranno in una nuvola di fumo.
  6. Smaschera l’emotività: Fai notare che stanno reagendo di pancia e non di testa.
  7. Smetti di seguirli: Fai pulizia nei tuoi contatti. Il “defollow” è un atto di igiene mentale.
  8. Non cercare di educarli: Non è compito tuo rimediare a decenni di abbandono intellettuale.
  9. Proteggi i giovani: Impedisci che i ragazzi vengano risucchiati nello stesso vortice di video brevi e contenuti spazzatura.
  10. Sostieni il merito: Premia chi approfondisce, chi legge e chi tace quando non sa.

CONSIGLI DI LETTURA PER CAPIRE IL DISASTRO

Per comprendere come siamo arrivati a questo punto di non ritorno, ecco due testi imprescindibili:

1. “Ignoranza. Una storia globale” di Peter Burke

In questo saggio monumentale, Burke ci spiega che l’ignoranza non è solo “mancanza di conoscenza”, ma una forza attiva e potente. L’autore traccia una storia di come le società abbiano usato (e subito) l’ignoranza nel corso dei secoli, dimostrando che oggi, nell’era dell’informazione totale, siamo paradossalmente più ignoranti di prima. Un libro necessario per capire che il problema che vediamo sui social ha radici profonde e pericolose.

2. “Come finisce la democrazia” (Internazionale / BUR Rizzoli)

Questo volume raccoglie analisi lucide e spietate sui mali del nostro tempo: populismi, tecnocrati e, soprattutto, la post-verità. La copertina parla chiaro: un megafono che sputa false verità: il simbolo perfetto dell’analfabetismo funzionale che divora le istituzioni. Se non siamo più in grado di distinguere i fatti dalla propaganda, la democrazia smette di esistere e diventa un teatrino per masse manipolabili che hanno barattato il pensiero critico con lo scroll infinito.


L’analfabetismo funzionale è il cancro della modernità. Non possiamo più permetterci di considerare la stupidità come un’opinione accettabile o “un punto di vista”. In un mondo che corre verso il baratro, l’unica arma che ci resta è la cultura, intesa come difesa immunitaria contro il virus della semplificazione. Spegnete i social a chi non sa leggere la realtà, o la realtà finirà per spegnere noi.

Come diceva in modo profetico Isaac Asimov:

“C’è un culto dell’ignoranza negli Stati Uniti (e nel mondo), e c’è sempre stato. La vena di anti-intellettualismo è stata un filo costante che si è fatto strada attraverso la nostra vita politica e culturale, nutrito dalla falsa nozione che democrazia significhi che la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza.”

Non lasciate che la loro ignoranza decida il vostro futuro. Leggete, studiate, discriminate.

IL NATALE È MORTO (E LO HA UCCISO IL TUO “INOLTRA”).


Siamo onesti: ricevere quel video di 15 MB con una renna che balla sulle note di una versione remixata di Jingle Bells, inviato da una zia che non senti da Ferragosto, non è un augurio. È uno spam affettivo.

Ogni anno, tra il 24 e il 26 dicembre, assistiamo al collasso definitivo della comunicazione umana su WhatsApp. Quello che dovrebbe essere un momento di connessione si è trasformato in un’orgia di pixel riciclati, dove il tasto “Inoltra” ha sostituito il pensiero critico e, soprattutto, l’affetto reale.

L’estetica dell’indifferenza
C’è qualcosa di profondamente deprimente nel ricevere un’immagine sgranata, già passata per i telefoni di mezza provincia, con scritte in Comic Sans che augurano “serenità e gioia”. La comunicazione è diventata quantitativa anziché qualitativa. Se mandi lo stesso messaggio a 200 persone in rubrica, non stai pensando a 200 persone: stai solo pulendo la tua coscienza sociale con un colpo di pollice.

Abbiamo scambiato la vicinanza con la reperibilità. Risultato? Le nostre chat diventano discariche digitali di GIF luccicanti che nessuno guarda davvero, ma a cui tutti rispondono con un’altra GIF altrettanto vuota.

Il costo invisibile: Un Natale di CO2
Mentre noi ci sentiamo “buoni” condividendo immagini di cuccioli con il cappello di Babbo Natale, il pianeta paga il conto. Ogni messaggio inviato richiede energia per essere elaborato dai server, trasmesso attraverso le reti e visualizzato sui dispositivi.

Secondo le stime medie sull’impronta carbonica del digitale:

Un messaggio di solo testo: circa 0,014g di CO2.

Un’immagine o una foto pesante: circa 0,2g di CO2}.

Un video breve: può arrivare a 1-2g di CO2.

Il calcolo del disastro: se ipotizziamo che in Italia, durante il periodo natalizio, vengano scambiati circa 2 miliardi di messaggi “augurali” (tra foto, video e GIF pesanti), il calcolo è impietoso:

2.000.000.000×0,5g (media ponderata)=1.000.000.000g=1.000 tonnellate di CO
2

In pratica, per mandarci foto di alberi di Natale digitali, emettiamo la stessa anidride carbonica prodotta da un’auto che percorre circa 5 milioni di chilometri. Un paradosso ecologico alimentato dalla pigrizia.

Due letture per disintossicarsi
Se senti il bisogno di capire perché siamo finiti in questo loop di messaggi compulsivi, ecco due libri fondamentali:

“Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” di Jaron Lanier
Nonostante il titolo radicale, Lanier (uno dei padri della realtà virtuale) analizza come gli algoritmi e la struttura delle app di messaggistica ci spingano a comportarci come automi. È un saggio perfetto per capire come il design di WhatsApp ci porti a preferire la “condivisione compulsiva” al dialogo autentico.

“Minimalismo Digitale” di Cal Newport
Newport propone una filosofia di utilizzo della tecnologia che mette al centro il valore, non la connessione costante. Il libro spiega perché un singolo messaggio scritto a mano (o una telefonata di 2 minuti) valga immensamente di più di mille immagini inoltrate, sia per chi lo riceve che per la salute mentale di chi lo invia.

Quest’anno prova a fare una cosa rivoluzionaria: non inoltrare nulla. Scrivi tre messaggi, ma scrivili tu, partendo da un foglio bianco.

MANUALE DI SOPRAVVIVENZA ANTIFASCISTA AL CENONE: COME DISINNESCARE LO ZIO REAZIONARIO TRA UN TORTELLINO E L’ALTRO

Il Natale è quel momento magico in cui, insieme ai regali e allo spumante, spuntano inevitabilmente i deliri nostalgici dello zio di turno. Mentre tu passi il vassoio dell’arrosto, lui decide di passare in rassegna i “treni in orario”, le “bonifiche” e l’immancabile retorica contro il politicamente corretto.

Non devi subire in silenzio per amore della pace familiare. La pace senza giustizia è solo complicità. Ecco come trasformare la tavolata in un presidio di resistenza culturale senza rovinare il panettone (o forse sì, ma ne varrà la pena).

1. La tattica del “Fact-Checking” a bruciapelo

Il nostalgico medio si nutre di bufale storiche e slogan triti. Non lasciargli spazio. Se inizia a citare la “pensione inventata dal duce”, rispondi con la precisione di un cecchino: la previdenza sociale in Italia esisteva già a fine ‘800. Smontare il mito con i dati è il primo passo per farlo sentire fuori tempo massimo.

2. L’arma dell’ironia pungente

Il fascismo si nutre di solennità, machismo e senso del tragico. Ridicolizzalo. Se si lamenta dei “valori di una volta”, chiedigli se si riferisce a quando non c’era la libertà di parola o a quando si mangiava con la tessera annonaria. Niente manda in crisi un reazionario quanto essere trattato come una macchietta anacronistica.

3. Occupazione dello spazio culturale

Non lasciare che sia lui a dettare l’agenda dei discorsi. Porta a tavola temi come i diritti civili, la solidarietà e la bellezza della diversità. Se lui alza la voce, tu abbassala: la calma di chi sa di essere dalla parte giusta della Storia è infinitamente più potente delle sue grida.


CONSIGLI DI LETTURA (DA LASCIARE SUL SUO PIATTO)

Se vuoi davvero fare un regalo che lasci il segno, ecco due titoli fondamentali per ribadire che l’antifascismo non è un’opinione, ma un dovere civile.

M. Il figlio del secolo – Antonio Scurati

Non farti spaventare dalla mole. Questo romanzo documentario è una radiografia perfetta della nascita del cancro fascista in Italia.

  • Perché leggerlo: Scurati usa i documenti storici per narrare l’ascesa di Mussolini, mostrando come la violenza e il vuoto ideale abbiano preso il potere. È il libro perfetto per ricordare allo “zio nazi” cosa è stato davvero quel ventennio: un’orgia di sangue e tradimento ai danni del popolo italiano.

Istruzioni per diventare fascisti – Michela Murgia

Un piccolo libro, tagliente e geniale. La Murgia utilizza abilmente il paradosso e l’ironia per descrivere i meccanismi retorici del neofascismo contemporaneo.

  • Perché leggerlo: È uno specchio. Leggendo queste pagine, lo zio potrebbe (forse) riconoscersi nelle sue stesse frasi fatte. È un manuale di autodifesa intellettuale che insegna a riconoscere il fascismo anche quando non indossa l’orbace, ma si maschera da “buon senso”.

DEBUNKING NATALIZIO: SMONTARE LE BUFALE SUL VENTENNIO

Usa questi punti per ribattere con precisione quando la retorica reazionaria prova a riscrivere la storia.

1. “Il Duce ha inventato le pensioni!”

  • La realtà: Falso. La Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia fu istituita nel 1898 (Governo Pelloux), quando Mussolini aveva solo 15 anni. Il fascismo si limitò a cambiare il nome in INFPS nel 1933, ma il sistema esisteva già da decenni.
  • La risposta pronta: “Veramente le pensioni le ha fatte la democrazia liberale a fine Ottocento. Il fascismo ci ha solo messo sopra il timbro per prendersi il merito.”

2. “Mussolini ha fatto le bonifiche e costruito le città!”

  • La realtà: Le bonifiche (come quella dell’Agro Pontino) furono pianificate e iniziate dai governi precedenti (Legge Baccarini del 1882). Il fascismo completò solo una minima parte dei progetti iniziali, spesso con costi umani e ambientali altissimi, usandoli soprattutto come propaganda cinematografica.
  • La risposta pronta: “I progetti erano già nei cassetti dei ministri prefascisti. Lui ha solo acceso le cineprese dell’Istituto Luce per far sembrare tutto un miracolo.”

3. “Si poteva lasciare la porta aperta, non c’era criminalità!”

  • La realtà: La criminalità non era sparita, era solo censurata. I giornali avevano il divieto assoluto di pubblicare notizie di cronaca nera per dare l’illusione di un ordine perfetto. In compenso, la violenza di Stato (pestaggi, olio di ricino e omicidi politici) era quotidiana e legale.
  • La risposta pronta: “Certo, se vieti ai giornali di scrivere dei furti, sembra che non rubi nessuno. Peccato che lo Stato stesso rubasse la libertà a tutti.”

4. “I treni arrivavano in orario!”

  • La realtà: Un mito creato dalla propaganda ferroviaria. I ritardi esistevano eccome, ma i ferrovieri rischiavano il licenziamento o peggio se li segnalavano ufficialmente. Inoltre, i grandi investimenti sulle linee veloci erano iniziati prima del 1922.
  • La risposta pronta: “I treni non arrivavano in orario, erano solo i passeggeri che avevano troppa paura di lamentarsi del ritardo.”

5. “Ha fatto anche cose buone…”

  • La realtà: Qualsiasi dittatura costruisce ponti o scuole per mantenere il consenso, ma il “bilancio” non può ignorare le Leggi Razziali del 1938, l’entrata in guerra che ha distrutto l’Italia, l’alleanza con Hitler e l’assassinio di Matteotti e dei fratelli Rosselli.
  • La risposta pronta: “Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno, ma non per questo lo consideriamo un buon orologio. Un regime che toglie la libertà non ha crediti da riscuotere.”

Un ultimo consiglio tattico

Quando lo zio inizia a scaldarsi, mantieni un tono calmo e quasi accademico. Niente fa infuriare un bullo quanto la superiorità intellettuale di chi non scende al suo livello di urla.

Ricorda: la Resistenza è iniziata in montagna, ma continua oggi nelle nostre case, nelle nostre piazze e, sì, anche attorno a una tavola imbandita. Buon Natale Antifascista!


IL 2026 O LA FINE DEL PENSIERO: MANUALE DI SOPRAVVIVENZA CONTRO L’IDIOCRAZIA

Il nuovo anno non dovrebbe essere solo un cambio di calendario, ma un atto di ribellione. Ribellione contro il rumore, la superficialità, la regressione culturale che avanza travestita da intrattenimento. Il 2026 può e deve diventare l’anno della disintossicazione mentale, prima che il tempo dell’idiocracy diventi l’unico orizzonte possibile.

Primo proposito: disintossicarsi dai social.
Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di riconoscere l’evidenza: piattaforme nate per connettere hanno finito per frammentare l’attenzione, impoverire il linguaggio e trasformare il pensiero in reazione istintiva. Meno scroll compulsivo, più silenzio. Meno like, più lucidità.

Secondo proposito: smettere di guardare brevi video che offuscano la mente e annebbiano il pensiero.
I video di pochi secondi non sono innocui: addestrano il cervello all’impazienza, rendono faticosa la concentrazione, uccidono la complessità. La mente, come un muscolo, si atrofizza se usata solo per riflessi automatici. Recuperare la capacità di attenzione profonda è un atto rivoluzionario.

Terzo proposito: prendere le distanze dagli analfabeti funzionali, ormai irrecuperabili.
Chi legge ma non comprende, chi ascolta ma non capisce, chi ripete slogan senza mai interrogarsi: non è élite, è autodifesa. Il dialogo è possibile solo dove esiste un terreno minimo di razionalità. Insistere oltre è tempo sprecato, energia bruciata.

Quarto proposito: non discutere con ignoranti tifosi hooligan della politica.
La politica ridotta a tifo da stadio è una delle malattie più gravi del nostro tempo. Non esistono idee, solo appartenenze; non esistono fatti, solo insulti. Discutere con chi urla non è confronto: è complicità nel degrado del discorso pubblico.

Quinto proposito: leggere ogni mattina un quotidiano.
Non titoli urlati sui social, ma articoli completi, analisi, contesto. Informarsi richiede tempo e fatica, ma è l’unico antidoto alla manipolazione di massa. La democrazia muore quando i cittadini smettono di capire ciò che accade.

Sesto proposito: leggere un libro a settimana.
Un libro è un atto di resistenza contro la velocità tossica del presente. È allenamento al pensiero complesso, alla memoria, all’empatia. Un libro a settimana non è un lusso: è igiene mentale.

Il tempo dell’idiocracy si espande ogni giorno di più. Celebra l’ignoranza, sospetta della competenza, deride il pensiero critico. È un pericolo reale per la sopravvivenza della specie umana, perché una società che non pensa è una società che si autodistrugge.

Il 2026 non sarà migliore da solo. O lo rendiamo tale con scelte radicali, o continueremo a scivolare lentamente verso un futuro più stupido, più violento e più facile da controllare. La vera rivoluzione, oggi, è restare intelligenti.

IL GREGGE DIGITALE: PERCHÉ I SOCIAL CI HANNO TOLTO IL DIRITTO DI TACERE (E DI STUDIARE)

Oggi non è più permesso non avere un’opinione. Non importa se l’argomento è la fisica quantistica, la riforma del Codice di Procedura Penale o la funzione sociologica dei centri sociali: l’algoritmo ci impone di schierarci ora, subito e con violenza.

Siamo diventati un esercito di “esperti del nulla”, alimentati da brevi video che condensano problemi millenari in slogan da 15 secondi. Il risultato? Una polarizzazione da stadio dove l’utente medio, che faticherebbe a interpretare un verbale di assemblea condominiale, pretende di spiegare la Giustizia a chi ha passato la vita sui libri. L’analfabeta funzionale vuole convincere gli altri di votare si o no sulla separazione delle carriere nel prossimo referendum quando dovrebbe pensare a separarsi dall’uso compulsivo dai social.

I militanti della propria curva politica, arruolati nel combattere i centri sociali, argomento del momento, senza sapere nulla su cosa fanno, quale ruolo hanno nel proprio quartiere, quali attività culturali portano avanti, non sanno nulla ma sui social si schierano nella propria trincea di ignoranza e supponenza.

Il “Potere” non ha più bisogno di censurare le notizie; gli basta distrarci con lo scontro continuo, trasformando temi complessi in una rissa tra tifoserie di destra e sinistra.

La lettura è l’unico antidoto a questa deriva. Leggere significa accettare la complessità, abitare il dubbio e, soprattutto, riconoscere i propri limiti.


Una lettura per smascherare il meccanismo

Ecco un libro fondamentale per capire come siamo finiti in questa trappola e come uscirne.

“Psicologia delle folle” – di Gustave Le Bon

Nonostante sia stato scritto alla fine dell’Ottocento, questo testo è di un’attualità sconvolgente. Le Bon analizza come l’individuo, quando diventa parte di una “massa” (oggi diremmo una community o un thread sui social), perda la propria capacità di ragionamento critico per regredire a uno stato impulsivo e irrazionale.

  • Perché leggerlo: Ti aiuterà a capire perché le persone sui social si comportano come “hooligans”. La folla non cerca la verità, ma illusioni e qualcuno da seguire (o da abbattere). È il manuale perfetto per capire come i politici e gli algoritmi manipolano le nostre emozioni più basse.

“Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.”Bertrand Russell

BANDIERA NERA. UN SIMBOLO DI LIBERTÀ SENZA CONFINI.

La bandiera nera non è soltanto un pezzo di stoffa: è un segnale intenzionale, un’idea che si oppone al dogma del nazionalismo e al mito dell’appartenenza per sangue, territorio o confine. Mentre le bandiere delle nazioni pretendono di rappresentare popoli interi attraverso colori, stemmi e miti fondativi, la bandiera nera sceglie un’altra strada: la sottrazione al potere, il rifiuto dell’autorità imposta, la libertà come pratica concreta.

Le bandiere nazionali funzionano come strumenti di identificazione e obbedienza. Racchiudono individui diversi sotto un’unica narrazione, spesso costruita dall’alto, e chiedono lealtà in cambio di una promessa di protezione. La bandiera nera, al contrario, non chiede fedeltà: invita alla responsabilità. Non impone un’identità: lascia spazio alle identità plurali. Non giustifica confini, eserciti o gerarchie: li mette in discussione.

“In democrazia, un partito dedica sempre il grosso delle proprie energie a cercare di dimostrare che l’altro partito è inadatto a governare; e in genere tutti e due ci riescono, e hanno ragione.”

(Henry Louis Mencken)

Questa frase coglie il cuore del problema: la politica istituzionale, anche quando si veste di colori diversi, resta intrappolata nella logica del potere, della competizione e della delega. Le bandiere dei partiti e delle nazioni servono spesso più a mascherare l’impotenza reale che a produrre cambiamenti concreti. La bandiera nera nasce proprio da questa consapevolezza: non aspettare che qualcuno governi meglio, ma costruire relazioni sociali diverse, orizzontali, solidali.

LA BANDIERA NERA È UN MESSAGGIO POSITIVO

Contrariamente agli stereotipi diffusi, la bandiera nera non è simbolo di distruzione, nichilismo o caos. È, al contrario, un messaggio profondamente positivo. Il nero non cancella: accoglie. È il colore che rifiuta di imporsi sugli altri e proprio per questo lascia spazio alla pluralità, alle differenze, alle possibilità non ancora scritte.

La bandiera nera non promette salvezze nazionali né identità prefabbricate. Afferma la responsabilità individuale, la cooperazione volontaria, la libertà come pratica quotidiana e non come concessione dello Stato. Dove le bandiere nazionali chiedono obbedienza, la bandiera nera propone relazioni. Dove i confini dividono, suggerisce reti. Dove il potere centralizza, indica l’autogestione.

È un simbolo positivo perché non delega: invita ad agire. È positivo perché non idealizza un popolo astratto, ma si concentra sulle persone reali. È positivo perché non ha bisogno di nemici esterni per esistere: nasce dal desiderio di una vita più giusta, solidale e libera, qui e ora.

In questo senso la bandiera nera non è solo “contro” qualcosa: è per la dignità, per l’autonomia, per la capacità umana di organizzarsi senza padroni. Un simbolo essenziale, ma carico di possibilità.

TRE LIBRI PER APPROFONDIRE

1) La rivoluzione comincia ora – Lorenzo Pezzica
Un libro italiano che intreccia ricerca storica e narrazione per raccontare l’anarchismo vissuto, fatto di scelte quotidiane, conflitti reali e pratiche di libertà. Pezzica restituisce spessore umano a figure spesso marginalizzate dalla storia ufficiale, mostrando come l’anarchia non sia un’utopia astratta ma un percorso concreto.

2) Anarchia come organizzazione – Colin Ward
Un testo fondamentale che ribalta il luogo comune anarchia=disordine. Ward dimostra come molte forme di cooperazione spontanea, autogestione e mutuo aiuto già esistano nella società. Un libro chiaro, razionale e potentemente sovversivo, pubblicato in Italia da Elèuthera.

3) Le ragioni dell’anarchia – AA.VV.
Una raccolta di saggi che affronta i nodi centrali del pensiero anarchico: potere, democrazia, libertà, organizzazione sociale. Un’ottima introduzione pluralista, capace di mostrare la ricchezza e la complessità del pensiero libertario contemporaneo.

La bandiera nera non rappresenta una nazione, ma una possibilità. Non un’identità chiusa, ma una tensione aperta verso la libertà. In un mondo saturo di confini e simboli di potere, resta uno dei pochi segni che non chiede di essere seguito, ma compreso.

DON GALLO, ANGELICAMENTE ANARCHICO. PAROLE, LIBRI E SCELTE DI PARTE

Andrea Don Gallo non è stato un personaggio da celebrare, ma una presenza da assumere. Non un santino, bensì una spina nel fianco. “Angelicamente anarchico” non è una formula suggestiva: è una posizione politica, spirituale e umana. Don Gallo ha dimostrato che non esiste fede senza conflitto e che non esiste Vangelo senza una scelta netta di campo.

Ha camminato con gli ultimi non per bontà, ma per giustizia. Ha scelto la strada contro le sacrestie, i corpi vivi contro le astrazioni morali, la disobbedienza quando l’obbedienza diventava complicità. I suoi libri non chiedono consenso: chiedono responsabilità.

UNA VOCE SCOMODA, UNA FEDE INQUIETA

Don Gallo ha messo in discussione l’idea di neutralità. Per lui non esisteva il “non schierarsi”: di fronte alla povertà, alla repressione, alla discriminazione, stare in silenzio significava stare dalla parte del potere. La sua teologia nasceva dal basso, dalla carne ferita delle persone, e per questo risultava spesso inaccettabile per le gerarchie.

Ha difeso chi non aveva voce e ha pagato il prezzo dell’isolamento istituzionale senza mai rinnegare la propria appartenenza. Prete sì, ma mai funzionario del sacro.

LE SUE POSIZIONI: NON OPINIONI, MA SCELTE

Diritti LGBTQ+
Don Gallo è stato apertamente dalla parte delle persone omosessuali e trans. Ha partecipato ai Pride, ha accolto chi veniva respinto, ha denunciato l’ipocrisia di una Chiesa più preoccupata della dottrina che delle persone. Per lui l’amore non aveva bisogno di autorizzazioni.

Antiproibizionismo e politiche sulla droga
Si è schierato contro le leggi repressive, sostenendo la riduzione del danno e il diritto alla cura. Criminalizzare chi cade, diceva, è solo un modo per lavarsi la coscienza e lasciare le persone sole.

Pacifismo radicale
Nessuna guerra è giusta. Nessuna violenza è necessaria. Don Gallo ha condannato la militarizzazione, la repressione del dissenso, le false narrazioni sulla sicurezza. La pace non è un’utopia, è una responsabilità.

Giustizia sociale e Costituzione
Ha difeso la Costituzione come testo antifascista e popolare, ricordando che diritti e dignità non sono concessioni ma conquiste. La fede, senza giustizia sociale, per lui diventava vuota retorica.

Critica alla Chiesa istituzionale
Non ha mai lasciato la Chiesa, ma non ha mai smesso di contestarla. Ha chiesto una Chiesa povera, disarmata, accogliente, capace di ascoltare invece di giudicare. Una Chiesa che stesse fuori, non sopra.

LIBRI DA LEGGERE COME ATTI DI RESISTENZA


Angelicamente anarchico — Autobiografia

Il libro centrale per capire Don Gallo. Qui c’è tutta la sua vita: la fede vissuta come disobbedienza, la politica come cura, la strada come unica vera università. Non è un racconto celebrativo, ma una chiamata all’azione.

Io non mi arrendo

Un libro che rifiuta ogni forma di resa morale. Don Gallo racconta la Comunità di San Benedetto al Porto come laboratorio di umanità e conflitto, dove l’accoglienza non è mai neutra ma profondamente politica.

Lettera ai giovani

Un testo breve e durissimo. Don Gallo parla ai giovani senza paternalismi, invitandoli a disobbedire, a studiare, a scegliere. È un appello contro l’apatia e l’adattamento, contro la rassegnazione elevata a normalità.

Il fiore pungente

Forse il libro più simbolico. Un fiore che punge, come la verità. Qui Don Gallo intreccia poesia e rabbia, tenerezza e denuncia. È un testo che non consola, ma sveglia. E oggi, più che mai, ne abbiamo bisogno.

NON UN RICORDO, MA UN IMPEGNO

Leggere Don Gallo non significa ricordare un “prete buono”, ma accettare una provocazione ancora viva. I suoi libri non servono a commuoversi, ma a prendere posizione. A capire che la neutralità è un privilegio e che la fede — religiosa o laica — senza giustizia è solo decorazione.

Andrea Don Gallo non chiedeva di essere seguito.
Chiedeva di camminare.
E di farlo, ostinatamente, in direzione contraria.

ANARCHIK. LEGGERÒ DEL MIO PEGGIO.


STORIA DI UN FUMETTO ANARCHICO NATO TRA CARTA, STRADA E MASCHERA.
LE ORIGINI: UN PERSONAGGIO CONTRO LO STATO

Anarchik nasce alla fine degli anni Sessanta come personaggio a fumetti ideato da Roberto Ambrosoli, disegnatore e militante anarchico. Fin dall’inizio è pensato come strumento di comunicazione politica non convenzionale: ironico, dissacrante, volutamente irriverente. Il suo motto, diventato celebre, è “Farò del mio peggio”, una risposta sarcastica all’idea di progresso, ordine e moralità imposti dall’alto.

Anarchik è uno dei primi esempi di personaggio grafico usato in ambito anarchico con una funzione esplicitamente popolare: non un simbolo austero, ma una figura capace di far ridere, provocare e circolare facilmente su volantini, riviste, manifesti e magliette. Il fumetto viene pubblicato soprattutto su A Rivista Anarchica, diventando nel tempo un segno riconoscibile dell’immaginario libertario italiano.

UNA GRAFICA SPORCA PER UN MESSAGGIO CHIARO

Il tratto di Anarchik è volutamente grezzo: linee spesse, volti caricaturali, movimento e caos. Non cerca la perfezione estetica, ma l’impatto immediato. Ogni vignetta sembra una piccola esplosione visiva, coerente con la bomba stilizzata che spesso accompagna il personaggio, più simbolica che distruttiva, usata per ridicolizzare l’autorità, la religione, la polizia e il potere in generale.

I testi sono brevi, secchi, taglienti. Più slogan che dialoghi, più pensieri disturbanti che narrazione lineare. Anarchik non spiega l’anarchia: la mette in scena.

IL PONTE DELLA GHISOLFA: QUANDO ANARCHIK DIVENTA CARNE

Un dettaglio fondamentale riguarda la nascita “fisica” del personaggio. All’inaugurazione del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano, storico centro del movimento libertario, Anarchik non fu solo disegnato: fu incarnato.

Per l’occasione venne realizzato un costume artigianale di Anarchik, trasformandolo in una maschera vivente utilizzata durante feste, iniziative e momenti pubblici. L’idea era portare l’anarchia fuori dalla carta stampata e dentro la strada, usando il linguaggio del teatro popolare e della parodia.

Il Ponte della Ghisolfa non è un semplice circolo ma un laboratorio politico, culturale e umano. Far nascere lì Anarchik significava affermare che l’anarchia doveva essere visibile, accessibile, perfino giocosa, senza perdere radicalità.

DA ANARCHIK AL GABIBBO: UN CORTOCIRCUITO CULTURALE

A vestire i panni di Anarchik fu Marco Silvestri, figura dell’underground milanese che anni dopo sarebbe diventata nota al grande pubblico come l’interprete del Gabibbo, la celebre mascotte televisiva.

Questo passaggio, apparentemente paradossale, racconta molto della forza delle maschere. Cambia il contesto, cambia il messaggio, ma resta il corpo che lo anima. Anarchik e il Gabibbo sono agli antipodi simbolici, eppure condividono una radice comune: l’esagerazione, la caricatura, la comunicazione diretta alle masse.

Anarchik dimostra così di essere un personaggio fluido, capace di attraversare mondi diversi senza mai diventare davvero innocuo.

ANARCHIA COME DOMANDA, NON COME DOTTRINA

Il fumetto Anarchik non propone un programma politico chiuso. L’anarchia che racconta è soprattutto un atteggiamento: dubbio permanente, rifiuto dell’obbedienza automatica, critica dell’autorità. Non offre soluzioni facili, ma invita a pensare.

Leggere Anarchik significa accettare di leggere del proprio peggio: rabbia, cinismo, desiderio di distruzione delle gabbie mentali prima ancora che di quelle materiali.

10 LIBRI CHE TI CONVINCERANNO AD ESSERE ANARCHICO

  1. L’ANARCHIA – GEORGE WOODCOCK

Una storia completa del pensiero anarchico. Ideale per capire che l’anarchia non è caos, ma una tradizione ricca e articolata.

  1. STATO E ANARCHIA – MICHAIL BAKUNIN

Un classico incendiario contro ogni forma di potere centralizzato. Ancora oggi disturbante e lucidissimo.

  1. L’ANARCHIA – ERRICO MALATESTA

Chiaro, diretto, umano. Spiega l’anarchia senza mitizzarla e senza semplificarla troppo.

  1. IL MUTUO APPOGGIO – PËTR KROPOTKIN

Un libro che distrugge l’idea che la competizione sia naturale. La cooperazione è rivoluzionaria.

  1. LA MORALE ANARCHICA – PËTR KROPOTKIN

Un’etica senza Stato, basata sulla responsabilità individuale e collettiva.

  1. L’UNICO E LA SUA PROPRIETÀ – MAX STIRNER

Radicale e disturbante. Ti costringe a chiederti quanto sei davvero libero.

  1. CHE COS’È LA PROPRIETÀ? – PIERRE-JOSEPH PROUDHON

Il libro che ha reso immortale una frase scomoda. Ancora attuale.

  1. ANARCHIA. IDEE PER L’UMANITÀ LIBERATA – NOAM CHOMSKY

Riflessioni moderne sul potere, il consenso e la libertà reale.

  1. PICCOLA STORIA DELL’ANARCHISMO – MARIANNE ENCKELL

Breve ma densissimo. Perfetto per orientarsi senza perdersi.

  1. VERSO IL NULLA CREATORE – RENZO NOVATORE

Poesia, individualismo e rivolta esistenziale. Un libro che non consola.

UN FINALE SENZA PACIFICAZIONE

Anarchik non vuole renderti migliore. Vuole renderti consapevole. Non promette un mondo giusto, ma uno sguardo meno addomesticato.

Tra fumetto, maschera e pensiero, Anarchik continua a ricordarci che la libertà non è una bandiera da sventolare, ma un conflitto da abitare.

E se alla fine restano solo domande, va bene così: l’anarchia comincia proprio da lì.