Se senti che il tuo spazio di lettura digitale è diventato troppo stretto, affollato di pubblicità o limitato da logiche commerciali, è il momento di guardare altrove. La risposta non è un nuovo sito web, ma un intero ecosistema: il Fediverso. E per noi lettori, la porta d’ingresso principale si chiama Bookwyrm.
Che cos’è il Fediverso? (Oltre le piattaforme chiuse) Per capire Bookwyrm, bisogna prima capire il concetto di decentralizzazione. I social network tradizionali (come Facebook o X) sono “silos”: giardini recintati dove l’azienda possiede i tuoi dati e decide cosa devi vedere.
Il Fediverso è l’esatto opposto. È un insieme di server indipendenti che comunicano tra loro grazie a un protocollo comune chiamato ActivityPub.
L’analogia del telefono: non importa se hai un contratto con Vodafone o TIM; puoi chiamare chiunque. Il Fediverso funziona così: ogni “app” è un fornitore diverso, ma tutti possono parlare con tutti.
Le diverse “Anime” del Fediverso:
Mastodon: Per il microblogging (l’alternativa a X).
Pixelfed: Per la condivisione di foto (l’alternativa a Instagram).
PeerTube: Per i video (l’alternativa a YouTube).
Bookwyrm: Per i libri e la lettura.
La magia sta nel fatto che, con un account Bookwyrm, puoi seguire un utente su Mastodon e commentare i suoi post direttamente dalla tua dashboard di lettura. È una rete globale, sociale e libera.
Bookwyrm: Molto più di un semplice tracker di libri Bookwyrm è una piattaforma di social reading che non appartiene a una singola multinazionale. È un software libero gestito dalla comunità. Ecco come funziona nel dettaglio:
Le Istanze (La scelta della tua “casa”) A differenza di Goodreads, non esiste un unico “sito” Bookwyrm. Esistono diverse istanze (server). Ogni istanza ha le sue regole di moderazione e la sua comunità. Puoi iscriverti a una generalista o a una dedicata a generi specifici (es. fantascienza, letteratura queer, saggistica). Indipendentemente da dove ti iscrivi, potrai interagire con utenti di tutte le altre istanze.
Gestione della Libreria e Metadati Bookwyrm ti permette di organizzare i tuoi libri in modo granulare:
Stati di lettura: “Voglio leggere”, “In lettura”, “Letto”.
Scaffali personalizzati: Puoi creare liste infinite (es: “Libri che mi hanno fatto piangere”, “Classici da recuperare”).
Database aperto: Se un libro non esiste nel database, puoi aggiungerlo tu o importarlo da fonti aperte come Open Library. Non dipendi dai cataloghi commerciali.
Recensioni e Interazione Sociale Qui il “social” è reale. Puoi scrivere recensioni, dare voti in stelle e, soprattutto, decidere la visibilità di ogni tuo post:
Pubblico: Visibile a tutto il Fediverso.
Unlisted: Visibile solo a chi visita il tuo profilo.
Followers only: Solo per la tua cerchia ristretta.
Anti-Algoritmo e Privacy Su Bookwyrm non c’è un algoritmo che decide cosa mostrarti per farti restare più tempo sul sito. Il tuo feed è cronologico: vedi quello che postano le persone che segui, nell’ordine in cui lo postano. Inoltre, non ci sono tracker pubblicitari che profilano i tuoi gusti letterari per venderti prodotti.
Perché fare il passaggio ora? Il motivo è semplice: riprendere il controllo. Usare Bookwyrm significa sostenere un web dove le conversazioni sui libri sono fatte da lettori per i lettori, senza intermediari che cercano di monetizzare ogni tua emozione tra le pagine.
È uno spazio dove la qualità della discussione vince sulla quantità dei clic e dove la tua libreria digitale è finalmente, davvero, tua.
Sei convinto di scegliere quello che guardi. Sei convinto che scrollare video di 15 secondi sia “intrattenimento leggero”. La verità è che sei vittima di un sequestro neurologico progettato a tavolino da ingegneri pagati milioni per renderti un analfabeta funzionale.
La trappola dei Social classici: L’algoritmo della droga I social che usi ogni giorno (Instagram, TikTok, X, Facebook) non sono “servizi”, sono estrattori di profitto. Il loro unico obiettivo è massimizzare il tuo tempo di permanenza. Perché? Perché più resti attaccato allo schermo, più dati regali e più pubblicità possono venderti.
L’illusione della scelta: L’algoritmo non ti dà ciò che vuoi, ma ciò che ti tiene inchiodato. Attraverso i brevi video (Reels, TikTok), sfrutta il meccanismo della “gratificazione istantanea”. Ogni swipe è una scommessa: il cervello riceve una piccola scarica di dopamina sperando che il video successivo sia migliore. È lo stesso meccanismo delle slot machine.
La fabbrica dell’ignoranza: per tenerti attivo, l’algoritmo ti chiude in una Echo Chamber (camera dell’eco). Ti mostra solo ciò che conferma i tuoi pregiudizi e contenuti che generano rabbia o indignazione, perché l’odio è il carburante che genera più commenti. Il risultato? Una perdita totale della capacità di approfondire, concentrarsi e capire testi complessi.
La gabbia del neoliberismo digitale Quello che viviamo oggi è il neoliberismo digitale nella sua forma più aggressiva. In questo sistema, ogni nostra interazione umana viene trasformata in una merce scambiabile sul mercato. Le multinazionali Big Tech hanno privatizzato le piazze pubbliche, imponendo regole opache e sorveglianza di massa per estrarre valore da ogni nostro pensiero.
In questo contesto, la tua libertà è un’illusione: sei libero solo di scegliere all’interno di un catalogo pre-approvato dai padroni del silicio. Il neoliberismo digitale distrugge la collettività per isolarci in profili individuali pronti per essere monetizzati.
Il Fediverso libertario: Un atto di anarchia digitale. Il Fediverso (da Federated Universe) è la risposta etica e politica a questo scempio. Non è solo tecnologia, è una pratica di anarchia digitale. Qui non esiste un’autorità centrale, un governo dell’algoritmo o un amministratore delegato che decide il confine del tuo pensiero.
Il Fediverso si basa sulla libertà positiva: la capacità di autodeterminare le proprie comunità. È un ecosistema di migliaia di piccoli social network che “parlano” tra loro tramite protocolli aperti (come ActivityPub). Partecipare al Fediverso significa compiere un gesto libertario: rifiutare il dominio delle multinazionali per riprendersi i mezzi di produzione della comunicazione.
Ecco le applicazioni in sostituzione di quelle classiche.
Social classico vs alternativa nel Fediverso. Perché è meglio? X (Twitter) Mastodon Niente miliardari. Timeline cronologica e controllo comunitario. Instagram Pixelfed Solo foto, niente algoritmi tossici o pubblicità invasiva. YouTube PeerTube Video decentralizzati, niente tracciamento o censura commerciale. Reddit Lemmy / Mappa Comunità tematiche gestite democraticamente senza padroni. WhatsApp Signal / XMPP Rispetto totale della privacy, fuori dal controllo di Meta.
Leggere per resistere. Per uscire dalla caverna digitale servono strumenti culturali. Questi due libri sono le tue mappe.
“Assalto alle piattaforme” di Kenobit. Kenobit ci sbatte in faccia la realtà: le piattaforme Big Tech sono territori occupati. Il libro è un manifesto di resistenza digitale. Spiega come il “gioco” sia truccato e come riappropriarsi degli spazi digitali non sia solo una scelta tecnica, ma un atto politico e creativo. Se vuoi smettere di subire l’interfaccia e iniziare a usare la tecnologia per scopi umani, questo è il tuo manuale.
“Qualcosa è andato storto” di Riccardo Luna Luna ricostruisce il grande tradimento di Internet. Eravamo partiti con l’idea di una rete che avrebbe unito il mondo e ci siamo ritrovati con un sistema che alimenta le fake news e distrugge la democrazia. È un libro fondamentale per capire che il degrado attuale non è inevitabile, ma il frutto di scelte economiche precise. Leggerlo ti darà la consapevolezza necessaria per chiudere i tuoi profili “classici” senza rimpianti.
Il potere è nelle tue dita. Passare al Fediverso significa smettere di essere un consumatore passivo e tornare a essere un cittadino digitale libero. È la transizione dall’analfabetismo funzionale indotto dai “like” alla consapevolezza di una rete dove l’autogestione è l’unica regola.
Vuoi davvero che sia un algoritmo neoliberista a scriverti la vita? La libertà non si chiede, si prende… anche su internet !
È ora di guardare in faccia la realtà: restare prigionieri di Facebook e TikTok non è più una scelta innocua. Queste piattaforme non sono strumenti di connessione, ma vere e proprie fabbriche di analfabetismo funzionale. Attraverso un bombardamento costante di contenuti frammentati, video di pochi secondi e polemiche sterili, i loro algoritmi stanno atrofizzando la nostra capacità di concentrazione e di analisi critica.
Abbandonare i giganti del web per passare a Mastodon non è solo un cambio di software, è un atto di autodifesa intellettuale.
IL VELENO DEGLI ALGORITMI
Perché i social classici ci stanno distruggendo il cervello?
Frammentazione del pensiero: Il formato “fast-food” di TikTok distrugge la soglia di attenzione. Ci abitua a stimoli continui, brevi e superficiali, rendendoci incapaci di affrontare un ragionamento complesso o un testo lungo.
La bolla dell’ignoranza: L’algoritmo non ti mostra ciò che è vero o utile, ma ciò che scatena in te una reazione istintiva (spesso rabbia). Questo meccanismo ci chiude in bolle dove la realtà viene distorta, alimentando il pregiudizio e l’incapacità di comprendere il mondo.
Utenti come merce: Ogni secondo passato a scorrere passivamente il feed è un regalo a multinazionali che trasformano la tua pigrizia mentale in profitto.
MASTODON: LA RESISTENZA DIGITALE
Mastodon rompe questo schema perverso e ti restituisce la sovranità:
Niente Algoritmi: I post appaiono in ordine cronologico. Decidi tu cosa leggere e chi seguire, senza che un codice binario manipoli i tuoi interessi.
Nessun Padrone: Non esiste un proprietario unico. Mastodon è una rete di migliaia di comunità indipendenti e autogestite: il “Fediverso”.
Spazio al pensiero: La struttura di Mastodon incoraggia il dialogo invece dello scontro. È un luogo dove si torna a scrivere e a riflettere, lontano dalla frenesia tossica dei “mi piace” a ogni costo.
IL MANIFESTO: “ASSALTO ALLE PIATTAFORME” DI KENOBIT
Per chi vuole capire quanto è profonda la trappola in cui siamo caduti, la lettura obbligatoria è “Assalto alle piattaforme” di Kenobit.
In questo saggio affilato, l’autore smonta il mito della gratuità dei social e spiega come il sistema delle grandi piattaforme sia progettato per estrarre valore da ogni nostra interazione. Kenobit ci ricorda che internet siamo noi e che abbiamo il dovere di riprenderci i nostri spazi. Il libro è una chiamata alle armi che si sposa perfettamente con lo spirito di Mastodon: ci invita a smettere di essere spettatori passivi del nostro declino cognitivo per tornare a essere costruttori di un web umano.
Rimanere su Facebook o TikTok significa accettare una dieta mentale fatta di zuccheri sintetici che ci rendono manipolabili. Passare a Mastodon è il primo passo per tornare a essere persone pensanti, capaci di approfondire e di scegliere.
Mentre l’Italia sprofonda in un inverno demografico senza ritorno (nel 1971 nascevano quasi un milione di bambini, oggi siamo a meno di 370mila), il dibattito pubblico sui giovani sembra gestito da un’orda di analfabeti funzionali prigionieri degli stessi algoritmi che vorrebbero censurare. Sui social, la “pancia” di una certa destra securitaria e di adulti rimasti emotivamente analfabeti vomita lo stesso slogan, monocorde e ignorante: “Buttate via la chiave”.
Questa frase è il manifesto dell’ignoranza. Chi la urla non sa nulla di giustizia, non sa cosa sia la funzione rieducativa della pena e, soprattutto, ignora che il carcere oggi è solo una discarica sociale che produce più crimine di quanto ne prevenga.
Il mito del “buttare via la chiave” e il fallimento del cemento
In Italia trattiamo i giovani come un’emergenza di ordine pubblico invece che come una risorsa vitale. I dati sono spietati: la recidiva (parola difficile per chi vive di post su Facebook) per chi sconta la pena in carcere sfiora il 70%. Significa che 7 persone su 10, una volta uscite, tornano a delinquere. Al contrario, quando si applicano misure alternative, percorsi di inclusione e rieducazione esterna, la recidiva crolla sotto il 20%.
Il carcere non corregge, corrompe. È un’istituzione ottocentesca che andrebbe superata per costruire comunità educanti. Chi invoca più sbarre sta solo chiedendo di spendere più soldi pubblici per generare futuri criminali più feroci.
L’ignoranza degli adulti e la dittatura del “like”
La verità è che i ragazzi sono specchi. Vivono filtrati da un prisma social che li rende merce, ma i primi a essere schiavi di questa dinamica sono proprio quegli adulti che chiedono “regole e disciplina” guardando video di 15 secondi. Chiedono autorità perché hanno perso l’autorevolezza. Pensano che la complessità del disagio giovanile — fatto di autolesionismo, isolamento e abbandono — si risolva con una grata. Ma l’educazione non è mai repressione; è un esercizio di libertà.
Due bussole nel deserto educativo: Lancini e Novara
Per chi volesse smettere di urlare e iniziare a capire, esistono due letture fondamentali che smontano la retorica del “pugno di ferro”:
“Chiamami adulto” di Matteo Lancini: Lo psicoterapeuta mette a nudo l’ipocrisia di una società adulta che ha delegato l’educazione agli schermi per poi scandalizzarsi delle conseguenze. Lancini spiega che non servono punizioni esemplari, ma adulti capaci di “esserci”, di sostenere il rischio del desiderio dei giovani senza volerli normalizzare con la forza. È un libro che spoglia l’adulto della sua maschera di finta perfezione.
“Urlare non serve” di Daniele Novara Il pedagogista demolisce il mito del castigo. Novara dimostra scientificamente che la punizione attiva solo circuiti di difesa e rabbia, spegnendo quelli dell’apprendimento. Educare significa gestire il conflitto, non reprimerlo. La libertà non è assenza di regole, ma la capacità di comprenderle e sceglierle: un concetto che chi invoca la “chiave buttata” non riuscirà mai a masticare.
La libertà come unica cura
Dobbiamo smetterla di riempire le carceri minorili e iniziare a svuotarle, abbattendo le mura per costruire laboratori di vita. La sicurezza non la garantisce una guardia giurata, ma una comunità che include. Insegnare la libertà dentro l’educazione è l’unico atto rivoluzionario possibile. Tutto il resto è solo rumore di chi, non sapendo gestire i propri figli, spera che lo faccia lo Stato con un catenaccio.
Per troppo tempo abbiamo accettato le regole di un gioco truccato. Abbiamo affidato i nostri pensieri a piattaforme che li sminuzzano, li profilano e li vendono al miglior offerente. Oggi, abbiamo deciso di aprire un nuovo fronte. Un fronte fisico, materico, che non ha bisogno di batterie per esistere.
È nato LIBROTILOVVO — IL FOGLIO CLANDESTINO.
Non è una semplice rivista. È un atto di insubordinazione analogica. Abbiamo deciso di fondare questa fanzine cartacea perché la carta, oggi, è diventata un territorio di anarchia pura. Su questo foglio non ci sono algoritmi che decidono cosa merita la vostra attenzione. Non ci sono sensori che tracciano quanto tempo passate su una riga. C’è solo la libertà del pensiero che si prende il suo tempo.
Perché “Il Foglio Clandestino”? Perché in un’epoca di analfabetismo funzionale indotto da video di 15 secondi e stimoli dopaminergici continui, la lettura profonda è diventata un’attività sovversiva. Gli algoritmi sono i nuovi gendarmi: vogliono menti rapide, superficiali e facilmente influenzabili. Noi vogliamo l’esatto opposto.
Il Manifesto del numero uno: “SABOTARE L’ALGORITMO” In questo primo numero, che è solo l’inizio di una lunga serie di uscite mensili, dichiariamo la nostra secessione digitale. Spieghiamo perché la frammentazione dell’attenzione è un progetto di controllo sociale e come la carta sia lo strumento perfetto per rieducare i nostri circuiti neuronali.
Cosa troverete all’interno de Il Foglio Clandestino:
L’Editoriale di fondazione: per capire perché restare umani significa, oggi, restare analogici.
Tecniche di resistenza: esercizi pratici di lettura per sconfiggere la soglia dell’attenzione da “pesce rosso”.
Recensioni scomode: libri che analizzano il capitalismo della sorveglianza e la bellezza del silenzio.
Il Foglio Clandestino non apparirà nel vostro feed. Non potrete mettergli un “like”. Dovrete cercarlo, toccarlo, fotocopiarlo e passarlo a chi ne ha bisogno. Lo troverete “abbandonato” in librerie indipendenti, caffè letterari e biblioteche.
Spegnete lo smartphone. Accendete la mente. La rivoluzione inizia voltando pagina.
Quando Pavese scrive “Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista”, non sta parlando di tessere di partito o di uniformi. Parla di una postura dell’anima. È la scelta della comodità contro la responsabilità.
Non sei mica fascista? – mi disse. Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. – Lo siamo tutti, cara Cate, – dissi piano. – Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista
Cesare Pavese, La casa in collina.
Oggi, questa “comodità” ha un nome e un’interfaccia: lo scorrimento infinito dei social media.
L’analfabetismo funzionale come nuova camicia nera Il fascismo moderno non ha bisogno di olio di ricino; gli basta l’algoritmo. Se non leggi, se non approfondisci, se il tuo unico nutrimento sono i video di 15 secondi e i titoli acchiappaclick, stai abdicando alla tua capacità di pensiero critico.
L’esempio dei “Like” d’odio: Quante volte abbiamo visto utenti commentare con ferocia articoli che non hanno nemmeno aperto? Questo è fascismo intellettuale: l’incapacità di tollerare la complessità, preferendo la semplificazione brutale del “noi contro loro”.
La bolla (Echo Chamber): I social ci chiudono in recinti dove sentiamo solo ciò che ci piace. Chi rifiuta di leggere libri e preferisce la “pappa pronta” digitale, finisce per accettare passivamente l’autorità del trend del momento.
Spegnete i telefoni. Il fascismo cresce nel buio della vostra ignoranza. Ogni ora passata a guardare il nulla è un’ora sottratta alla costruzione della vostra libertà.
“La casa in collina” – Il peso del silenzio La casa in collina (1948) è forse il libro più doloroso e onesto di Pavese. Ambientato tra il 1943 e il 1944, segue le vicende di Corrado, un professore torinese che, per sfuggire ai bombardamenti e alla guerra civile, si rifugia in collina.
Perché è un capolavoro necessario: L’intellettuale codardo: Corrado non è un eroe. È l’incarnazione di chi osserva la Storia dalla finestra. Mentre i suoi amici (tra cui Cate, l’antico amore) rischiano la vita nella Resistenza, lui resta a guardare, protetto dal suo isolamento.
La solitudine come colpa: Il romanzo esplora il senso di colpa di chi sopravvive senza aver combattuto. La “casa in collina” diventa il simbolo di una torre d’avorio che, alla fine, non protegge nessuno dal rimorso.
La scrittura di Pavese è essenziale, priva di retorica, come se ogni parola pesasse quanto una pietra della sua Langa.
Perché leggerlo oggi? Leggere Pavese significa guardarsi allo specchio e chiedersi: “E io, cosa sto facendo mentre il mondo brucia?”. È un invito a smettere di essere spettatori. Non leggere Pavese significa ignorare le radici del nostro malessere contemporaneo.
Un invito alla resistenza intellettuale Non essere “fascista” nel senso pavesiano del termine significa fare fatica. Leggere un libro complesso è faticoso. Capire la storia è faticoso. Ma è l’unica alternativa al diventare automi telecomandati da una notifica sullo smartphone.
Vuoi davvero essere libero? Lascia lo smartphone in un’altra stanza, apri La casa in collina e accetta la sfida di Pavese. Il vero pericolo non è chi urla in piazza, ma chi tace e scrolla lo schermo mentre la libertà sbiadisce.
Da secoli ci ripetono una menzogna rassicurante: “il lavoro nobilita l’uomo”. È il mantra preferito di chi ha bisogno di braccia obbedienti. In realtà, nel contesto attuale, il lavoro non nobilita affatto; al contrario, inbruttisce lo spirito, logora il corpo e riduce l’essere umano a un ingranaggio intercambiabile di una macchina progettata per accumulare capitale, non per produrre benessere.
L’ARTIGLIO DEL NEOLIBERISMO: LA LIBERTÀ DI ESSERE SCHIAVI Per capire perché oggi il lavoro sia diventato una forma di schiavitù moderna, dobbiamo guardare in faccia il mostro: il Neoliberismo.
Il neoliberismo è la dottrina che pone il mercato al di sopra di ogni valore umano. Non è solo economia, è una colonizzazione psicologica: trasforma l’individuo in “capitale umano”, una merce che deve costantemente competere per non essere scartata. Sotto il neoliberismo, i diritti diventano privilegi e il tempo di vita viene visto come uno spreco se non produce profitto. Lo sfruttamento non avviene più solo col comando, ma attraverso l’auto-sfruttamento: ci sentiamo in colpa se non siamo “produttivi”, diventando i carcerieri di noi stessi.
LA PROSPETTIVA ANARCHICA: LIBERARE L’OPERA, DISTRUGGERE LA FATICA Il pensiero anarchico ha sempre visto il lavoro salariato come una catena da spezzare per restituire all’uomo la sua essenza:
Pëtr Kropotkin: Ne “La conquista del pane”, dimostrò che la ricchezza sociale è frutto del lavoro di generazioni e deve appartenere a tutti. Teorizzò che, con la tecnologia, basterebbero poche ore di lavoro collettivo per garantire il benessere, lasciando il resto del tempo alla libera ricerca della felicità.
Michail Bakunin: Vedeva nel lavoro sotto padrone la negazione della libertà. Per Bakunin, l’uomo è veramente uomo solo quando lavora per scelta e in cooperazione paritaria, rifiutando la gerarchia che trasforma l’essere umano in un oggetto.
Murray Bookchin: Fondatore dell’ecologia sociale, parlava di “Post-Scarsità”. Sosteneva che l’automazione dovrebbe liberarci dalla fatica bruta, permettendoci di vivere in comunità decentralizzate dove l’attività umana non è più “fatica” ma partecipazione creativa alla vita della polis e della natura.
IL DISCORSO TIPICO DELLO SCHIAVO MODERNO DI SILVANO AGOSTI Questo testo è lo specchio deformante in cui l’umanità si riflette ogni mattina prima di andare a “leccare il pavimento”. È la denuncia definitiva di una coscienza che si è fatta prigione:
«Uno degli aspetti più micidiale dell’attuale cultura, è di far credere che sia l’unica cultura… invece è semplicemente la peggiore. Gli esempi sono nel cuore di ognuno… per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana è la cosa più pezzente che si possa immaginare…
Come si fa a rubare la vita agli esseri umani in cambio del cibo, del letto, della macchinetta… Mentre fino a ieri credevo che mi avessero fatto un piacere a darmi un lavoro, da oggi penso: “Pensa questi bastardi che mi stanno rubando l’unica vita che ho, perché non ne avrò un’altra, c’ho solo questa.. e loro mi fanno andare a lavorare 5 volte, 6 giorni alla settimana e mi lasciano un miserabile giorno, per fare cosa?! Come si fa in un giorno a costruire la vita?!”. Allora, intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero perché sennò anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire… Deve sempre pensare, con una coscienza perfetta: “Questi stanno rubandomi la vita, in cambio di mille euro al mese, mentre io sono un capolavoro il cui valore è inenarrabile”. Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere miliardi e un essere umano mille euro al mese, bene che vada.
Secondo me poi, siccome c’è un parametro che, con le nuove tecnologie, i profitti sono aumentati almeno 100 volte… e allora il lavoro doveva diminuire almeno 10 volte! Invece no! L’orario di lavoro è rimasto intatto. Oggi so che mi stanno rubando il bene più prezioso che mi è stato dato dalla Natura. Pensa alla cosa più bella che la Natura propone, che è quella, mettiamo, di fare l’amore… Immagina che tu vivi in un sistema politico, economico e sociale dove le persone sono obbligate, con quello che le sorveglia, a fare l’amore otto ore al giorno… sarebbe una vera tortura. E quindi perché non dovrebbe essere la stessa cosa per il lavoro che non è certamente più gradevole di fare l’amore, no?! Per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana… certo c’ho il mitra alla nuca, lo faccio, perché faccio il discorso: “Meglio leccare il pavimento o morire?” “Meglio leccare il pavimento” ma quello che è orrendo in questa cultura è che “leccare il pavimento” è diventata addirittura una aspirazione, capisci?
Ma è mostruoso che il tipo debba andare a lavorare 8 ore al giorno e debba essere pure grato a chi gli fa leccare il pavimento, capisci? Tutto ciò è mostruoso…
[voce fuori campo: “Si vabbe’ ma ormai è irreversibile la situazione …”] > … Si, tu fai giustamente un discorso in difesa di chi ti opprime, perché è il tipico dello schiavo, no?! Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà. Ma rispetto a quello che tu mi hai detto adesso: quando Galileo ha enunciato che era la Terra a girare intorno al Sole, ci sarà sicuramente stato qualcuno come te, che gli avrà detto: “Eh si! sono 22 secoli che tutti dicono che è il Sole che gira intorno, mò arrivi te a dire questa stronzata… e come farai a spiegarlo, a tutti gli esseri umani?” e lui: “Non è affar mio, signori…” “Allora guarda, noi intanto ti caliamo in un pozzo e ti facciamo dire che non è vero, così tutto torna nell’ordine delle cose”… hai capito? Perché tutto l’Occidente vive in un’area di beneficio perché sta rubando 8/10 dei beni del resto del Mondo. Quindi non è che noi stiamo vivendo in un regime politico capace di darci la televisione, la macchina, ecc… no! È un sistema politico che sa rubare 8/10 a 3/4 di Mondo e dà un po’ di benessere a 1/4 di Mondo, che siamo noi. Quindi, signori miei, o ci si sveglia, o si fa finta di dormire… o bisogna accorgersi che siete tutti morti!»
LIBRI PER DISIMPARARE L’OBBEDIENZA CONTRO IL LAVORO – ANDRÉ GODARD Godard non fa sconti. In questo libro, il lavoro viene descritto come una forma di mutilazione dell’anima. L’autore smaschera il ricatto sociale che ci costringe a svendere il nostro genio per compiti mediocri. È un grido di battaglia per chiunque senta che la propria dignità non può essere barattata con un salario.
MANIFESTO CONTRO IL LAVORO – GRUPPO KRISIS Un’analisi teorica spietata. Krisis sostiene che il capitalismo ha raggiunto un punto di rottura: non ha più bisogno di lavoratori per produrre ricchezza grazie all’automazione, ma continua a imporre il lavoro come forma di controllo e punizione sociale. Definire il lavoro come un “feticcio”, ci invitano a smettere di adorarlo per iniziare finalmente a vivere.
LETTERE DALLA KIRGHISIA – SILVANO AGOSTI È l’utopia fatta libro. Attraverso il racconto di un paese immaginario (ma possibile) dove si lavora solo tre ore e si dedica il resto alla propria crescita interiore e agli altri, Agosti ci dimostra che la nostra “normalità” è una patologia. È un testo che non ti lascia indifferente: ti costringe a chiederti perché non stiamo già vivendo così.
RIPRENDIAMOCI IL TEMPO Siamo “capolavori dal valore inenarrabile” costretti a vivere come scarti di magazzino. La vera rivoluzione non è riformare il lavoro, ma disertarlo spiritualmente fino a quando non riusciremo a riprenderci ogni singolo istante che ci è stato rubato. Non mettete i fiorellini alla finestra della vostra cella: aprite la porta. Il tempo non è denaro, il tempo è l’unica sostanza di cui è fatta la nostra vita.
C’è un’aria pesante, un odore di muffa che risale dalle fogne della storia e si traveste da “buonsenso”. Guardatevi intorno: la scena pubblica è infestata da aspiranti fascisti che, forti di un’ignoranza crassa e di un analfabetismo funzionale da record, vomitano quotidianamente concetti che solo dieci anni fa sarebbero stati accolti con il totale isolamento sociale.
Oggi l’indicibile è diventato “opinione”. E il libro di Federico Finchelstein, Aspiranti Fascisti, non è solo un saggio: è un allarme rosso su come il populismo moderno stia mutando in qualcosa di molto più sinistro.
Trump e la metamorfosi del populismo Finchelstein è implacabile nel tracciare la linea che unisce i populismi sudamericani, il sovranismo europeo e il fenomeno Donald Trump. Secondo lo storico, non siamo più di fronte a semplici leader carismatici, ma aspiranti fascisti che usano la democrazia per smantellarla dall’interno.
Trump non è un incidente di percorso, ma il prototipo del leader che trasforma il populismo in una rampa di lancio verso l’autocrazia. Come sottolineano molte recensioni al testo:
“Il populismo è stato a lungo una forma di democrazia autoritaria, ma con figure come Trump e Bolsonaro, il confine è stato superato. Si è passati dalla manipolazione del consenso alla negazione della realtà (le cosiddette ‘verità alternative’), una tecnica squisitamente fascista per distruggere la fiducia nelle istituzioni.”
L’aspirante fascista oggi non indossa la camicia nera; indossa una cravatta rossa o una felpa d’ordinanza, ma condivide con i dittatori del passato lo stesso disprezzo per i fatti, la stessa ossessione per il “nemico interno” e la stessa violenza verbale che precede quella fisica.
L’Analfabetismo come scudo della reazione Il dramma che Finchelstein descrive è la legittimazione dell’ignoranza. Questi nuovi piccoli duci da tastiera e da talk-show pretendono di riscrivere la storia senza averla mai aperta. Siamo arrivati al paradosso per cui chi si indigna per l’antifascismo dichiara, di fatto, la propria natura.
Non esistono zone grigie: se la parola “antifascismo” ti provoca orticaria, se senti il bisogno di “contestualizzare” l’orrore o di elogiare l’ordine dei regimi, non sei un “libero pensatore”. Sei un maledetto fascista che non ha il coraggio di ammetterlo, nascosto dietro il paravento di una democrazia che stai cercando di svuotare.
Il libro chiarisce che il populismo è spesso l’anticamera del fascismo quando smette di rispettare i risultati elettorali e inizia a glorificare la violenza (si pensi all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio). L’aspirante fascista moderno è quello che:
Deride la cultura e la competenza chiamandola “élite”.
Usa il vittimismo per giustificare l’aggressività verso le minoranze.
Trasforma la menzogna sistematica in una “verità di fede” per i propri seguaci.
Combattere, non discutere. La lezione di Finchelstein è chiara: la democrazia non è un pranzo di gala dove tutti sono invitati, anche chi vuole avvelenare le portate. Il fascismo non è un’opinione, è un crimine, e chi oggi lo sdogana sotto il nome di “populismo” va combattuto con ogni mezzo culturale, politico e civile.
Leggete questo libro. Usatelo come bussola per navigare nel mare di fango delle dichiarazioni indicibili che leggiamo ogni giorno. E ricordate: di fronte a un aspirante fascista, il silenzio è complicità.
Nel dibattito politico attuale, la parola “improprietà” viene spesso usata con sufficienza per indicare un errore o un uso scorretto. Tuttavia, nel ventre dei movimenti e nell’esperienza storica del Leoncavallo (leoncavallo.org), questo termine assume un significato rivoluzionario: diventa il grimaldello per scardinare il dominio della proprietà privata speculativa. Che cos’è davvero l’Improprietà? L’improprietà non è una mancanza di regole, ma un’istituzione che nega o sospende il regime di proprietà individuale a beneficio di un esercizio collettivo dei diritti. Essa nasce per separare il concetto di “proprio” da quello di “proprietà”. Mentre una certa destra reazionaria, spesso forte di una retorica intrisa di bassa cultura e pregiudizio, attacca i centri sociali chiamandoli luoghi di “illegalità”, essa difende in realtà solo la legge proprietaria, che spesso tutela la speculazione e il degrado. L’improprietà, invece, tutela la giustizia sociale, riconoscendo che la casa, il sapere e gli spazi di aggregazione sono diritti universali che devono prevalere sulla logica del profitto.
Per capire come l’improprietà migliori la vita collettiva, basta guardare alla realtà: il possesso senza padroni: quando diciamo “il mio amico”, non intendiamo di averne la proprietà legale, ma rivendichiamo un legame affettivo. L’improprietà propone di estendere questo modello agli spazi: sentire “nostro” un quartiere significa prendersene cura collettivamente, senza che nessuno possa recintarlo per speculare. La lotta contro l’estrattivismo digitale: i nostri dati personali sono “propri” ma non siamo noi a possederli; le piattaforme li trasformano in proprietà privata per arricchirsi. Rivendicare l’improprietà significa pretendere che la circolazione dei saperi resti libera e non diventi merce. La resistenza abitativa: esiste una “proprietà come frutto” (la casa dove si vive), che va difesa come diritto. Ma esiste la “proprietà come furto”: quella dei grandi speculatori con migliaia di immobili vuoti. L’occupazione di questi vuoti è un atto di autodifesa sociale che trasforma un bene inerte in vita. Gli spazi sociali come centri di vita: laddove la destra vede solo muri occupati, l’improprietà vede doposcuola, palestre popolari e archivi storici che lo stato non è in grado di offrire, sottraendo i giovani al disagio e alla solitudine.
COSA POSSIAMO FARE SINGOLARMENTE? La lotta per l’improprietà non è solo una questione di grandi movimenti, ma inizia dalle scelte quotidiane di ciascuno di noi: Sostieni gli spazi autogestiti: frequenta i centri sociali, partecipa ai loro laboratori e alle loro assemblee. La loro sopravvivenza dipende dalla partecipazione della comunità. Pratica l’autogestione nel tuo quotidiano: crea gruppi d’acquisto, biblioteche di condominio o spazi di condivisione attrezzi. Svincolare l’uso di un oggetto dal possesso individuale è il primo passo verso l’improprietà. Difendi il diritto all’abitare: informati sulle lotte per la casa nel tuo quartiere e solidarizza con chi subisce sfratti causati dalla speculazione.
FRASI E CITAZIONI PER RIFLETTERE “Tale è il male: quando si pensa qualcosa di improprio, quello è il male”. “Le occupazioni sono migliori di mille lezioni. Per ogni occupazione in più ci sarà certo un pronto soccorso psichiatrico in meno”. “L’improprietà è lo strumento per rendere il diritto particolare un diritto universale”.
DUE LIBRI PER APPROFONDIRE
1. “Senza proprietà non c’è libertà. Falso!” – Ugo Mattei In questo saggio provocatorio, il giurista Ugo Mattei attacca frontalmente il mantra neoliberale della destra. Mattei dimostra come la proprietà privata non sia affatto garanzia di libertà, ma spesso uno strumento di oppressione e distruzione dei beni comuni. Perché leggerlo: È il libro perfetto per smascherare l’ipocrisia di chi invoca la “proprietà sacra” per giustificare lo sgombero di centri sociali. Mattei ci insegna che la vera libertà nasce dalla condivisione e dalla tutela di ciò che è di tutti.
2. “I beni comuni. “ di Alberto Lucarelli Alberto Lucarelli è uno dei giuristi che ha scritto materialmente i quesiti referendari per l’acqua pubblica. In questo libro, spiega perché alcuni beni (come gli spazi urbani, la cultura e l’ambiente) non possono essere “proprietà” di nessuno perché sono “propri” di tutti. L’autore chiarisce che il concetto di improprietà non è un capriccio degli attivisti, ma una necessità ecologica e sociale per sopravvivere alla voracità del mercato. Perché leggerlo: Questo testo è il martello pneumatico che distrugge la retorica fascista della “difesa della proprietà privata”. Lucarelli spiega che quando un centro sociale occupa un edificio per farne un teatro o un’aula studio, non sta compiendo un furto, ma sta esercitando un “diritto fondamentale” contro una proprietà privata che ha perso la sua funzione sociale. È la lettura definitiva per chi vuole sostenere che il Leoncavallo è un’istituzione del comune, più legittima di qualsiasi fondo immobiliare.
In un mondo che cerca di recintare ogni metro di terra e ogni frammento del nostro pensiero, l’improprietà è l’unica via per restare umani. Non è una battaglia per un edificio di mattoni e tubature in via Watteau, ma una lotta per l’anima stessa delle nostre città. Il Leoncavallo non è uno spazio morto che si può trasferire o cancellare con un atto notarile; è un organismo vivo che cresce con ogni iniziativa, ogni emozione e ogni atto di resistenza che lo attraversa. Dobbiamo avere il coraggio di essere quel “malware” nel sistema, quell’errore imprevisto che rompe il meccanismo perfetto della speculazione per restituire bellezza alla collettività. Perché, alla fine, la vera ricchezza non risiede in ciò che possediamo in esclusiva, ma in ciò che siamo capaci di rendere universale. Restituire il mondo all’improprietà significa, semplicemente, restituirlo alla vita.
Non lasciamo che il futuro sia scritto solo da chi ha il portafoglio pieno, ma da chi ha il cuore aperto alla Res Communia, un’espressione del diritto romano che indica beni di uso comune inalienabili, come l’aria, l’acqua corrente, il mare e le spiagge, destinati al godimento di tutti gli esseri umani per diritto naturale e non suscettibili di proprietà privata, anticipando concetti moderni come i “beni comuni” e il “patrimonio comune dell’umanità” nel diritto internazionale e ambientale.
La proprietà isola, l’improprietà libera. Riprendiamoci il futuro, un centimetro alla volta.
Il 2025 si chiude con un bilancio che definire drammatico è un eufemismo. Le carceri italiane sono diventate, a tutti gli effetti delle gabbie di disperazione dove lo Stato sembra aver abdicato alla sua funzione costituzionale per rincorrere un populismo penale che non produce sicurezza, ma solo morte e costi sociali insostenibili.
I numeri della tragedia: la strage silenziosa
Non sono solo statistiche, sono persone. Al termine del 2025, il numero dei morti dietro le sbarre ha raggiunto la cifra agghiacciante di 238 decessi. Tra questi, ben 79 sono suicidi, un dato che evidenzia come il sistema non sia solo punitivo, ma letteralmente insostenibile per la psiche umana.
Questi dati ci dicono che in Italia si muore di carcere con una frequenza che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi amministratore. Il sovraffollamento, arrivato a punte insostenibili, trasforma la detenzione in un trattamento inumano e degradante, lontano anni luce da quell’articolo 27 della Costituzione che parla di “rieducazione”.
L’illusione securitaria: perché “buttare la chiave” è un autogol
C’è una certa parte politica, una destra arroccata su posizioni puramente punitive, che continua a vendere ai cittadini la ricetta del “pugno di ferro”. È una retorica ignorante, che si nutre di rabbia sociale ma che ignora sistematicamente l’evidenza empirica.
La logica del “chiudere dentro e dimenticare” non serve a nessuno, se non a chi cerca voti facili sulla pelle della sicurezza pubblica. Ecco perché:
Il carcere “duro” non è un deterrente: Se la sola minaccia della cella funzionasse, avremmo carceri vuote. Invece sono piene di persone che rientrano continuamente nel sistema. Neppure dove è in vigore o era in vigore la pena di morte ha dimostrato che una sanzione così dura diminuisca i reati.
La cecità dei numeri: Ignorare le statistiche significa non capire che un detenuto lasciato a vegetare in una cella sovraffollata uscirà più arrabbiato e marginalizzato di prima.
Il fallimento della repressione contro il successo del recupero
Se guardiamo ai numeri della recidiva (ovvero la percentuale di chi torna a delinquere dopo aver scontato la pena), il verdetto è senza appello. Nel percorso di detenzione il tasso di recidiva è il seguente : Carcere tradizionale (solo custodia) circa 70% Misure alternative (affidamento, comunità) circa 19% Detenuti ammessi al lavoro esterno 2%
Questi numeri urlano una verità che la politica securitaria si ostina a negare: il recupero funziona, la sola cella no. Quando un detenuto ha accesso al lavoro e a un percorso di reinserimento, la probabilità che torni a commettere reati crolla drasticamente. Investire nel recupero significa sicurezza reale per tutti i cittadini.
Letture per capire (e non urlare)
Per chi vuole smettere di leggere slogan e iniziare a leggere la realtà, consiglio questi due testi fondamentali:
1. “Abolire il carcere. Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini” di Luigi Manconi et al. Una lettura necessaria che smonta, pezzo dopo pezzo, il dogma della cella come unica soluzione. Manconi spiega con estrema lucidità come il carcere, così come lo conosciamo oggi, sia un moltiplicatore di criminalità e come le sanzioni alternative non siano “buonismo”, ma l’unico modo pragmatico per garantire la sicurezza della società.
2. “Fine pena: ora” di Elvio Fassone Scritto da un magistrato che ha intrattenuto per anni una corrispondenza con un uomo condannato all’ergastolo, questo libro è un pugno nello stomaco. È una riflessione profonda sul senso della pena e sul paradosso di uno Stato che punisce il male infliggendo un altro male, privo di speranza. Un testo che obbliga a guardare in faccia l’umanità dietro le sbarre e a interrogarsi sulla moralità del “fine pena mai”.
È ora di smetterla di parlare alla pancia del Paese. I dati del 2025 ci dicono che il sistema carcerario è al collasso. Continuare sulla strada della pura repressione non è “essere duri con il crimine”, è essere ottusi con la realtà. La sicurezza si costruisce con la dignità e la rieducazione.
Tutto il resto è solo rumore elettorale pagato con la vita umana.