
Ci sono luoghi che non sono semplicemente indirizzi sullo stradario di una metropoli che corre, cancella e cementifica. Sono nodi di resistenza, fari ostinati che continuano a fare luce anche quando fuori imperversa la notte più buia dei poteri forti. A Milano, uno di questi avamposti insostituibili compie un anniversario tondo e pesante come il piombo: sono passati cinquant’anni da quando il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa ha piantato le radici in Viale Monza 255.
Mezzo secolo di autogestione, di cultura libertaria strappata alle logiche del profitto, di assemblee, controinformazione e solidarietà dal basso.
Dalle origini al cuore della tempesta
La storia del Circolo comincia prima del suo approdo a Precotto. Fondato nel maggio del 1968 in un locale di piazzale Lugano, a ridosso di quel ponte della Ghisolfa cantato da Testori che gli dà il nome, il circolo nasce come spazio di aggregazione per i giovani anarchici e i lavoratori della cintura industriale milanese. È un momento di fermento straordinario, ma anche l’inizio della stagione più dura e drammatica della storia repubblicana.
È da quelle prime stanze che passa la storia d’Italia. Lì si muove Giuseppe Pinelli, il ferroviere partigiano, animatore della Croce Nera Anarchica e staffetta di umanità. Lì si respira l’aria di un cambiamento che fa paura ai palazzi del potere. Un potere che, il 12 dicembre 1969, decide di fermare le lancette della storia con la strage di Stato di Piazza Fontana.
La macchina del fango e della repressione si abbatte immediata sugli anarchici. “Pino” Pinelli viene trattenuto illegalmente in Questura e, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, “vola” dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi. Pochi giorni dopo, un altro militante legato al circolo, Pietro Valpreda, viene sbattuto in prima pagina come il “mostro”, il colpevole perfetto costruito a tavolino dai servizi deviati e da una stampa complice.
Ci vorranno anni di lotte feroci, di inchieste della controinformazione militante e di mobilitazioni operaie per gridare la verità: Pinelli è stato ucciso, Valpreda è del tutto innocente, e le bombe le hanno messe i fascisti con la copertura dello Stato. Il Ponte della Ghisolfa è stato l’epicentro di questa battaglia per la verità, pagando un prezzo altissimo in termini di perquisizioni, minacce e sorveglianza.
1976–2026: cinquant’anni in Viale Monza 255
Sfrattato dalla sede originaria, il Circolo non si piega. Tra il 12 dicembre 1976 e i primi mesi del 1977 trova la sua nuova casa al civico 255 di Viale Monza. Una casa che, anno dopo anno, mattone dopo mattone, è diventata un monumento vivo della Milano antifascista e antiautoritaria.
In questi cinquant’anni, mentre intorno la città cambiava volto — trasformandosi da metropoli operaia a vetrina luccicante per aperitivi e fondi immobiliari — il civico 255 è rimasto identico a se stesso nella sua coerenza. È qui che è nata l’esperienza storica di A-Rivista Anarchica; è qui che generazioni di militanti hanno imparato che l’alternativa allo stato di cose presente è possibile, necessaria, autogestita.
Entrare oggi in Viale Monza 255 significa calpestare la stessa terra che ha visto Pietro Valpreda tornare a respirare la libertà dopo il carcere politico, significa incrociare lo sguardo con le targhe che ricordano Pino Pinelli, significa dare continuità alle battaglie di ieri contro le guerre di oggi, contro la distruzione ambientale in nome del profitto e contro ogni forma di autorità.
Oltre le mura: un presidio culturale in movimento
Il “Ponte” non è mai stato un museo della memoria né una fortezza isolata. Al contrario, viale Monza 255 si conferma giorno dopo giorno come un attivissimo presidio culturale permanente, aperto al quartiere e alla città. Le sue stanze sono un laboratorio continuo di idee: dalle frequenti presentazioni di libri alle assemblee pubbliche, fino agli incontri di discussione dove si analizzano le contraddizioni del presente e si immaginano pratiche di liberazione.
Perché la cultura anarchica è viva solo se sa dialogare con le nuove generazioni e utilizzare i linguaggi della contemporaneità. È con questo spirito che è nato “La cassetta degli attrezzi”, il podcast mensile autoprodotto dal Circolo. Uno spazio digitale di approfondimento, analisi politica e interviste che, fedele al suo nome, si propone di fornire strumenti teorici e pratici a chiunque non intenda rassegnarsi al pensiero unico imperante, portando la voce del Ponte ben oltre i confini fisici di Milano.
Memoria di carta: due libri per capire
Per chi vuole approfondire la storia di quegli anni, la controinformazione e le vite umane spezzate dalla strategia della tensione, ecco due letture fondamentali che smontano i teoremi dei poteri forti.
1. Eduardo M. Di Giovanni, Marco Ligini, Edgardo Pellegrini – La strage di Stato

Uscito a pochissimi mesi da Piazza Fontana (nel 1970), questo testo è il capolavoro assoluto della controinformazione operaia e studentesca milanese. Scritto “a caldo” da un collettivo di militanti e legali, il libro ha il merito storico immenso di aver ribaltato la verità ufficiale nel momento in cui lo Stato e i grandi giornali accusavano Pietro Valpreda e i circoli anarchici.
Attraverso una fitta rete di testimonianze, riscontri orari e analisi politiche, il testo dimostra come la bomba di Piazza Fontana non fosse l’atto isolato di un gruppo di folli, ma un piano orchestrato da frange dei servizi segreti, apparati statali e manovalanza neofascista (la pista veneta di Ordine Nuovo) per fermare le conquiste dell’Autunno Caldo. Una lettura militante, tesa, densissima, che restituisce l’onore a Valpreda e urla la verità sulla fine di Pinelli quando farlo costava la galera o le percosse. È il libro che ha cambiato la percezione di un’intera generazione.
2. Paolo Pasi – Pinelli. Una storia

Una biografia indispensabile che fa un lavoro di ricostruzione straordinario, sottraendo Giuseppe Pinelli alla sola e tragica dimensione di “vittima” per restituirgli la complessità e la dignità della sua intera esistenza. Paolo Pasi, con una scrittura rigorosa ma profondamente empatica, ricostruisce la vita di Pino: il ferroviere, l’esperantista, il militante della Croce Nera Anarchica, l’uomo dei libri e del dialogo.
Attraverso la voce di chi lo ha conosciuto, il libro mette a nudo non solo l’assurdità della tesi del “malore attivo” e l’ingiustizia della macchina giudiziaria che ha tentato di insabbiare la verità sulla sua morte, ma mostra soprattutto l’umanità luminosa di un uomo che ha fatto della solidarietà la bussola della propria vita. Un tassello fondamentale per comprendere non solo la Milano degli anni Sessanta e le dinamiche del Ponte della Ghisolfa, ma per capire l’eredità morale che Pinelli ha lasciato a tutti i movimenti libertari.
Un presidio contro i “poteri cattivi” e uno sguardo al futuro.

Celebrare i cinquant’anni del Ponte in Viale Monza non è un esercizio di sterile nostalgia. La memoria libertaria è un’arma per il presente. Il Circolo resta un granello di sabbia negli ingranaggi di quei “poteri cattivi” che oggi, esattamente come cinquant’anni fa, usano la guerra, la repressione del dissenso e il controllo sociale per mantenere i propri privilegi.
Ma guardare a questo mezzo secolo significa soprattutto lanciare una sfida al domani. In una Milano sempre più atomizzata, dove gli spazi sociali vengono cancellati e le relazioni umane sono sottomesse alla logica del consumo, il Ponte proietta la sua visione verso il futuro. Cinquant’anni in Viale Monza sono solo la rincorsa: l’obiettivo resta quello di sempre, immutato e urgente. Continuare a essere un incubatore di utopie concrete, un luogo dove le nuove generazioni possano incontrarsi, organizzarsi e scoprire che un mondo nuovo è possibile, perché lo stiamo già costruendo, giorno per giorno, pezzo dopo pezzo.
Finché ci sarà un angolo di Milano in cui sventola la bandiera rosso-nera, finché ci saranno stanze dove la cultura non si compra e le idee si discutono senza gerarchie, la Resistenza non sarà un capitolo chiuso nei libri di storia. Buon compleanno alla Milano ribelle, buon compleanno al Ponte della Ghisolfa. Con Pietro e Pino nel cuore, lo sguardo al futuro e sempre dalla stessa parte della barricata.