
Se i giganti del pensiero radicale dell’Ottocento nascessero oggi, non scriverebbero densi volumi cartacei destinati alle biblioteche universitarie. Sarebbero seduti davanti a schermi oscurati, con una tazza di caffè freddo accanto, a compilare codici. Karl Marx, Michail Bakunin e Pëtr Kropotkin non vedrebbero nei moderni social network dei semplici spazi di svago, ma le nuove fabbriche di Manchester; non vedrebbero nell’intelligenza artificiale un miracolo della tecnica, ma la recinzione definitiva della mente umana.
Immaginiamo la loro controffensiva hacker contro i signori della Silicon Valley.
Karl Marx: Il debugger del Capitale Algoritmico.Marx capirebbe all’istante la vera natura di piattaforme come TikTok o Meta. Per lui, il feed infinito non è intrattenimento: è la catena di montaggio del ventunesimo secolo. Il “plusvalore” oggi non si estrae solo con le ore in fabbrica, ma con i secondi di attenzione che regaliamo allo schermo, trasformati in dati grezzi da rivendere agli inserzionisti.
Come hacker, il suo obiettivo non sarebbe distruggere i server, ma espropriarli. Il Marx del 2026 lancerebbe un malware sofisticatissimo chiamato Das_Botnet. Questo codice non bloccherebbe i computer, ma ne riprogrammerebbe i flussi: ogni volta che l’algoritmo tossico tenta di massimizzare il tempo di permanenza mostrando contenuti polarizzanti o d’odio, Das_Botnet invertirebbe i pesi delle reti neurali.
Il risultato? La redistribuzione immediata della proprietà dei dati. Gli utenti si riapproprierebbero dei propri profili comportamentali, trasformando la scatola nera dell’IA in una utility pubblica, trasparente e controllata dai lavoratori digitali
Michail Bakunin: Il DDOS all’Algoritmo Sovrano
Bakunin guarderebbe ai server centralizzati di OpenAI, Google e Amazon ed esprimerebbe lo stesso identico disgusto che provava per lo Stato zarista. L’intelligenza artificiale predittiva, che decide chi ottiene un mutuo, chi viene sorvegliato dalla polizia o quale opinione debba essere censurata, sarebbe per lui la massima espressione dell’autoritarismo.
Il suo approccio al cyber-attivismo sarebbe puramente distruttivo e libertario. Niente compromessi, niente transizioni graduali. Bakunin coordinerebbe una rete globale di attacchi DDoS (Distributed Denial of Service) massivi, un’insurrezione digitale permanente per mandare offline i data center che alimentano i modelli linguistici commerciali.
Il suo manifesto hacker conterrebbe una sola riga di codice: un comando di formattazione totale per cancellare i database dei broker di dati. Per Bakunin, la distruzione della gabbia algoritmica è essa stessa un atto creativo. La libertà comincia quando lo schermo si spegne e l’utente è costretto a guardare in faccia il mondo reale.
Pëtr Kropotkin: L’architetto del Mutuo Soccorso Peer-to-Peer
Kropotkin, il principe anarchico e geografo, rifiuterebbe sia il controllo statale di Marx sia la pura distruzione di Bakunin. Guardando a internet, vedrebbe il potenziale per un’armonia perfetta, violentato dai monopoli privati. Per lui, l’algoritmo tossico è una tossina che distrugge l’empatia umana per generare profitto.
La sua risposta hacker sarebbe la creazione della più grande infrastruttura P2P (peer-to-peer) e decentralizzata della storia.
Kropotkin scriverebbe il codice di sistemi operativi e social network distribuiti, impossibili da moderare da un’entità centrale e privi di pubblicità.
Il suo software di punta sarebbe un’intelligenza artificiale open source focalizzata sul “Mutuo Soccorso”. Invece di ottimizzare il clickbait, questa IA analizzerebbe i bisogni delle comunità locali: incrocerebbe i dati sulle eccedenze alimentari, sulla disponibilità di alloggi e sulle competenze mediche per connettere le persone direttamente, senza intermediari finanziari. Kropotkin dimostrerebbe che la tecnologia, se liberata dal profitto, tende naturalmente alla cooperazione.
“La macchina non è il nemico. Il nemico è la proprietà privata del codice che la fa muovere.”

Se questo scenario hacker vi sembra fantapolitica, c’è un saggio che dimostra quanto Marx sia in realtà il più contemporaneo dei nostri contemporanei. Karl Marx nell’era digitale è un testo folgorante che demolisce l’illusione di una tecnologia “neutra”. L’autore compie un’operazione chirurgica: prende i concetti ottocenteschi di alienazione, feticismo della merce e sfruttamento e li applica alla perfezione all’economia dei dati.
Il libro evidenzia brillantemente come lo smartphone sia diventato il nuovo telaio meccanico e lo scrolling compulsivo una forma di lavoro non retribuito. Una lettura imprescindibile per chiunque voglia capire perché l’algoritmo non è un’entità astratta, ma l’ennesima maschera del capitale. Unico neo? A tratti pecca di un eccessivo determinismo teorico, ma resta uno strumento fondamentale per affilare le armi critiche contro i signori del silicio.
Se questi tre hacker unissero le forze in una cellula Crypto-Anarchica, il panorama digitale cambierebbe nel giro di una notte.

Non saremmo più utenti passivi intrappolati in cicli di dopamina artificiale, ma nodi consapevoli di una rete finalmente libera. La rivoluzione oggi non si fa più barricando le strade, ma liberando le frequenze.