Chi ha rubato il desiderio ai giovani? – Stare di fronte all’assenza di stelle


C’è un tempo per il sogno, e c’è un tempo in cui anche il sogno viene mercificato, svuotato, deriso. Siamo immersi in questo secondo tempo, una stagione grigia e gelida, in cui il desiderio — linfa dell’umano — non è più un’energia che muove il mondo, ma un simulacro, un prodotto vendibile, un algoritmo da ottimizzare.

I giovani, una volta portatori di utopie, oggi sembrano i primi ad aver deposto le armi del desiderio. Non perché non abbiano speranze, ma perché non credono più che il futuro le possa contenere. È il presente stesso ad averli colonizzati: fatto di stimoli infiniti ma orizzonti ciechi, di infinite connessioni ma totale isolamento, di offerte illimitate ma nessuna vera chiamata. Il paradosso è evidente: si vive in un’epoca che promette tutto e allo stesso tempo toglie il senso di qualunque cosa. Il desiderio muore così: non per mancanza, ma per saturazione.

In questo vuoto, il libro di Danielle Cohen-Levinas, La saggezza del desiderio – Stare di fronte all’assenza di stelle, pubblicato da Mimesis, interviene come un richiamo filosofico e poetico insieme. La filosofa ci guida in un percorso che intreccia pensiero e vulnerabilità, tra etica e la tensione dell’anima. Il desiderio non è qui trattato come pulsione o capriccio, ma come movimento originario dell’essere, come responsabilità, come apertura all’altro e al mondo. Desiderare è riconoscere la mancanza, sì — ma anche custodirla, farne uno spazio in cui la libertà può ancora accadere.

La domanda è inevitabile: chi ha spento il desiderio nei giovani? Chi ha costruito questo sistema di controllo sottile, dove tutto sembra libero ma niente è veramente scelto? Non sarà che proprio i poteri politico-economici hanno saputo neutralizzare la forza trasformativa del desiderio, convertendola in bisogno, in performance, in consumo? In una società che premia l’efficienza e punisce l’inquietudine, desiderare è diventato un rischio. Ma anche un atto sovversivo.

Il sottotitolo del libro — Stare di fronte all’assenza di stelle — è forse la chiave più profonda. Non si tratta di cercare stelle false o luci artificiali. Si tratta di rimanere lì, in quella notte senza orientamento, e non fuggire. Di resistere alla tentazione del cinismo e del nichilismo. Di trovare, proprio nel buio, la possibilità di un nuovo sguardo. Perché il desiderio, quello vero, nasce anche (e forse soprattutto) nel deserto.

Ecco allora che questo libro non è solo un’opera filosofica, ma un gesto etico. Un invito a ritornare alla sorgente del desiderio come forza di alterazione, come sete che salva. Non sarà una lettura facile, né consolatoria. Ma è forse ciò che più manca oggi: un pensiero che non ci intrattiene, ma ci mette in crisi. E in quella crisi, forse, ritroveremo la forza di desiderare ancora.

“I giovani d’oggi fanno schifo!” – Lo dicevano anche nel 400 a.C. e basta, ci avete rotto.

Ogni volta che un giovane accende una cassa Bluetooth o osa vestirsi in modo non conforme alle aspettative dei sessantenni con nostalgia delle toppe sui gomiti, parte la solita lagna: “ai miei tempi la musica era vera”, “noi sì che sapevamo divertirci senza stare tutto il giorno con quel coso in mano”, “questa generazione è persa”. Sì, certo. Come no. Lo stesso disco rotto da tremila anni. E ora basta.

I giovani d’oggi sarebbero la rovina del mondo. Lo dicevano anche ai tempi di Socrate, che lamentava come i giovani mancassero di rispetto, non ascoltassero gli anziani e fossero dipendenti da nuove mode frivole. Se avessero avuto TikTok, avrebbe scritto un dialogo su quanto fosse demoniaco ballare davanti a una telecamera. Ogni generazione invecchia e perde contatto col tempo, ma non lo accetta. Così trasforma la nostalgia in arroganza, e sputa sentenze su tutto ciò che non capisce.

Parliamo di musica. I boomer ci raccontano che il rock era puro, il cantautorato impegnato, e che oggi non si fa musica, ma “rumore”. Ma chi glielo spiega che lo dicevano anche dei Beatles? Che i genitori di allora si stracciavano le vesti per il ciuffo di Elvis e lo scuotere i fianchi come una scimmia indemoniata? O che quando è uscita “Smells Like Teen Spirit” di Nirvana, molti adulti la giudicavano incomprensibile e nichilista? Ogni generazione pensa che la propria colonna sonora sia l’ultima vera musica. Ma non è amore per la musica. È solo egocentrismo anagrafico.

E intanto i giovani di oggi, quelli che vengono etichettati come pigri, fragili, svogliati, sono in realtà più istruiti, più aperti, più internazionali dei loro genitori. Vi sembra poco? Parlano più lingue, viaggiano di più, hanno amici e relazioni in ogni parte del mondo. Non hanno bisogno di piantare bandierine sull’identità nazionale, perché si sentono a casa ovunque. Mentre i loro padri si arrovellano per difendere confini e concetti polverosi di “patria”, loro si scambiano meme e amore con ragazzi e ragazze da cinque continenti. Chi è il provinciale, qui?

E poi diciamolo: sono meno razzisti, meno sessisti, meno omofobi. E se sbagliano, si correggono. I padri si giustificano: “si diceva così ai miei tempi”, come se l’ignoranza fosse una medaglia. I figli, invece, ascoltano, leggono, si informano, imparano a cambiare idea. Non sono perfetti, ma almeno si pongono il problema. E questo, signori nostalgici, si chiama progresso.

Anche sul lavoro, il solito ritornello stanco: “I giovani non hanno voglia di faticare”. Falso. I giovani non hanno voglia di farsi sfruttare. E fanno bene. Sono stufi di essere pagati in nero, trattati come pedine usa-e-getta, sminuiti da capi cinquantenni con la terza media e un’idea del lavoro ferma agli anni ’70. Quelli che ti dicono “prima il dovere, poi il piacere” mentre evadono il fisco e ti chiedono di lavorare 10 ore per 700 euro. Altro che etica del lavoro: questa generazione “adulta” è forse la peggiore di sempre, più ignorante di quella dei propri genitori, più arrogante e convinta che la gerarchia sia sinonimo di intelligenza. Non ha cresciuto i giovani: li ha spremuti e poi accusati di essere molli perché si sono rifiutati di farsi macellare.

I giovani non vogliono tutto e subito. Vogliono solo dignità. E non si accontentano del contentino. Vogliono tempo per sé, per la famiglia, per la salute mentale, vogliono vivere. E questo non è debolezza. È lucidità. È civiltà.

Ma non fidatevi solo di uno sfogo indignato. Leggete. Ecco cinque libri che smontano con intelligenza – e un po’ di ironia – la favola che “una volta era tutto meglio”:

“Siamo sempre stati giovani” – David Hajdu
Un saggio che attraversa decenni di cultura giovanile mostrando come ogni nuova espressione – dal jazz al rap – sia stata accusata di essere decadente. Hajdu ci ricorda che i giovani non “rovinano” il mondo: lo reinventano.
Voto: 9/10 – Se hai più di 50 anni, leggilo. Se hai meno di 30, regalalo ai tuoi genitori.

“Contro i giovani” – Paolo Crepet
Il titolo inganna. Crepet in realtà difende i giovani, attaccando la società ipercritica e incoerente che li accusa. Un libro che scava nella frustrazione degli adulti e smaschera il moralismo.
Voto: 8/10 – Una doccia fredda per chi si crede saggio solo per l’età anagrafica.

“La musica fa crescere i pomodori” – Peppe Vessicchio
Una lettura brillante sul potere trasformativo della musica. Vessicchio ci mostra come ogni genere, anche quelli snobbati dagli adulti, abbia dignità artistica.
Voto: 7.5/10 – Se pensi che la trap sia solo rumore, leggi e poi riparliamone.

“Giovani, belli… e disoccupati” – Alessandro Rosina
Analisi sociologica seria ma accessibile, che ribalta il luogo comune dei giovani pigri e incapaci. Il vero problema? Gli adulti che hanno blindato ogni possibilità di cambiamento.
Voto: 9/10 – Un libro che dovrebbero leggere tutti i pensionati con il mito del “sacrificio”.

“Il mestiere di vivere” – Cesare Pavese
Non parla direttamente dei giovani moderni, ma leggendo le sue pagine di diario ti accorgi che l’inquietudine, il disagio, il senso di incomprensione… sono gli stessi da sempre.
Voto: 10/10 – Prova che i giovani non sono mai stati capiti davvero, nemmeno da sé stessi.

Insomma, la prossima volta che sentite qualcuno dire “i giovani non hanno valori”, rispondete: “Tu non hai memoria”. I giovani di oggi sono migliori. Non perché siano perfetti, ma perché sono liberi, critici, curiosi, globali. E perché non si fanno più fregare dal ricatto morale di chi li ha traditi.

Stai offrendo la tua anima gratis: i Social non ti rubano tempo, ti rubano identità.

Ogni giorno milioni di persone aprono TikTok, Instagram, Facebook e YouTube con un solo pensiero: “Giusto due minuti”. Ma secondo i dati pubblicati da DataReportal 2024, la permanenza media globale sui social è di 2 ore e 23 minuti al giorno. In Italia, la stima è ancora più alta tra i giovani: oltre 3 ore e 45 minuti al giorno. Facciamo un calcolo semplice: sono 1.370 ore l’anno, più di 57 giorni interi passati davanti a un flusso di contenuti che non abbiamo scelto, che ci inseguono, ci seducono e ci modellano.

E no, non si tratta solo di tempo sprecato. Quel tempo viene monetizzato. Come? Attraverso la tua profilazione.

L’eredità digitale è la tua nuova carta d’identità
Tutto ciò che fai online viene tracciato: ogni click, ogni visualizzazione, ogni reazione. Anche solo guardare passivamente un reel di 10 secondi contribuisce a definire chi sei per l’algoritmo. E più sei coerente nel guardare determinati contenuti, più il sistema si affina. Non serve nemmeno interagire: il solo tempo che passi su un post è già un segnale chiaro.

E poi ci sono i post “ingannevoli”, apparentemente innocui, come quello che periodicamente ritorna:
“A partire da domani, Facebook renderà pubblici i miei contenuti. Copia e incolla questo messaggio per proteggere la tua privacy…”

Chi condivide queste sciocchezze non solo non protegge nulla, ma si autoetichetta come soggetto facilmente influenzabile. Gli algoritmi leggono questo comportamento come un indice di credulità e agiscono di conseguenza: verrai inserito in cluster target per contenuti clickbait, pubblicità truffaldine, fake news, corsi-fregatura e prodotti di bassa qualità. Perché? Perché chi è poco informato è più facile da manipolare e, quindi, più redditizio.

Non è solo un problema personale. È una questione collettiva: le piattaforme sfruttano la diffusione di contenuti assurdi, superficiali o complottisti proprio perché funzionano meglio con chi non verifica, non riflette, non approfondisce.

Se proprio vuoi restare: sii attivo, non passivo
L’uso passivo dei social è ciò che ti rende schiavo. Scrollare video brevi, lasciarsi ipnotizzare da contenuti rapidi e inconsistenti, condividere catene e meme spazzatura… tutto questo ti riduce a un consumatore prevedibile e vuoto.

Se devi usare i social:

Non guardare video brevi compulsivamente: sono progettati per farti perdere la nozione del tempo e distruggere la tua soglia di attenzione.

Non commentare in discussioni tossiche: l’algoritmo ama il conflitto, anche quando è stupido.

Non condividere fake news o contenuti di dubbia provenienza: anche se ti sembrano “solo uno scherzo”, contribuiscono a peggiorare il sistema.

Scrivi solo se hai qualcosa di intelligente o autentico da dire: un’idea, un pensiero, una battuta.

Cura quello che guardi: ogni visualizzazione è un voto che alimenta ciò che il sistema ti mostrerà dopo.

Libri per uscirne vivi (e migliori)
Ecco alcuni testi che ti aiutano a spezzare il ciclo e riprendere il controllo:

“Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” – Jaron Lanier
Un libro manifesto. Lanier spiega come i social rendano le persone più infelici, meno empatiche e più manipolabili, e invita a uscirne come atto di autodifesa e ribellione personale.
📖 “Vi stanno trasformando in prodotti. Cancellarsi è il primo passo per tornare liberi.”

“Solitudine. Il ritorno a sé in un mondo iperconnesso” – Michela Marzano
Un invito a non avere paura della disconnessione. La solitudine diventa qui un bene da coltivare per ritrovare se stessi.

“Digital Minimalism” – Cal Newport
Non predica l’isolamento, ma l’uso consapevole: scegliere pochi strumenti digitali per massimizzare il valore e ridurre la distrazione.

“Il potere di adesso” – Eckhart Tolle
Un richiamo potente a vivere nel momento presente, abbandonando il bisogno costante di distrazione e connessione.

“Spegni tutto e vivi meglio” – Catherine Price
Una guida pratica, in stile “detox da schermo”, che in 30 giorni ti accompagna a riscoprire cosa vuol dire vivere nel mondo reale.

Ogni minuto in cui scegli di non aprire un’app social è un atto di consapevolezza. E ogni volta che eviti di condividere un contenuto inutile, che decidi di leggere, scrivere o semplicemente pensare, stai esercitando la forma più concreta di libertà in epoca digitale.

Non lasciare che siano gli algoritmi a raccontare chi sei.
Non diventare il contenuto.
Se devi essere online, sii presente davvero.
Altrimenti, spegni tutto. E riprenditi la vita.

Avvoltoi di tempo e serenità: come difendersi dai predatori emotivi, sociali e digitali.

Viviamo in un’epoca in cui il predatore non ha più bisogno di bussare alla porta: entra direttamente nelle nostre vite attraverso una notifica. I predatori di tempo, spazio e serenità si sono evoluti. Alcuni sono relazionali, altri digitali. Tutti hanno una caratteristica in comune: non rispettano i confini altrui, perché spesso non conoscono neppure i propri.

I predatori di tempo sono persone che si appropriano delle nostre ore senza chiedere permesso. Ti coinvolgono in lunghe conversazioni senza uno scopo, chiedono aiuto continuamente senza mai restituire, o peggio, ti fanno sentire in dovere di esserci, sempre. Il loro strumento preferito è l’urgenza fittizia: problemi che “devono” diventare tuoi, anche se non lo sono.

I predatori di serenità, invece, sono quelli che usano te come una valvola di sfogo. Ti scaricano addosso le loro ansie, frustrazioni, rancori. Con le moderne nevrosi sono in aumento. Parlano sempre di sé, raramente ti chiedono come stai. Entrano nella tua psiche e la colonizzano con il loro caos, lasciandoti spossato e confuso. E se provi a mettere limiti, si offendono.

Ma c’è una nuova specie, ancora più subdola: i predatori digitali. Quelli che ti scrivono su WhatsApp a qualsiasi ora, anche per le sciocchezze. Quelli che mandano messaggi vocali di sette minuti come se tu fossi il loro terapeuta. Quelli che ti taggano in post che non c’entrano nulla con te o ti mandano reel e link aspettandosi una reazione immediata. Non parlano con te: ti occupano.

Il digitale ha tolto i filtri. Chiunque si sente autorizzato a irrompere nel tuo spazio mentale, anche mentre lavori, riposi o hai bisogno di silenzio. Le notifiche sono diventate catene, e le chat, un campo minato.

Come difendersi?
Disattiva le notifiche. Tutte. Scegli tu quando leggere e rispondere, non lasciare che siano gli altri a dettare i ritmi.

Applica il “doppio silenzio”: silenzia le chat più tossiche e silenzia la tua risposta. Non tutto merita attenzione immediata (o alcuna).

Usa il messaggio automatico sui social: “Non leggo messaggi qui, scrivimi solo per cose urgenti e importanti.”

Imposta orari digitali: come spegni le luci di casa, spegni anche il Wi-Fi mentale. Dopo una certa ora, nessuno ha diritto di bussare.

Rispondi con gentile fermezza: “Mi fa piacere sentirti, ma ora non posso parlare. Ti riscrivo io.” Il messaggio è chiaro: esisti, ma non sei disponibile sempre.

E oltre il digitale?
La difesa va applicata anche nel mondo reale. Ecco 5 strategie efficaci per proteggerti dai predatori in carne e ossa:

Impara a riconoscere i segnali di allarme
Se ti senti spesso stanco, svuotato o in colpa dopo aver interagito con una persona, fermati. La tua energia emotiva è un ottimo indicatore: se qualcuno ti consuma più di quanto ti arricchisce, forse è un predatore relazionale.

Allena il “no” come un muscolo
Dire no non è egoismo, è igiene mentale. Non devi spiegare tutto, non devi giustificarti troppo. Un no chiaro, fermo e gentile è una barriera potentissima contro chi tenta di invadere il tuo tempo o spazio.

Esci dal ruolo di “risolutore”
Non è tuo compito risolvere i problemi degli altri, soprattutto se questi usano le lamentele croniche per scaricare su di te la loro insoddisfazione. L’ascolto empatico non significa farsi carico.

Proteggi il tuo tempo libero come fosse sacro
Non dare appuntamenti “per pietà”, non accettare inviti solo per paura di deludere. Il tuo tempo di riposo è parte della tua salute mentale. Chi ti vuole bene lo capisce.

Cura il tuo “ecosistema umano”
Frequentati con chi ti rispetta, ti ascolta e ti nutre. Le relazioni sane non tolgono, danno. Più coltivi connessioni positive, meno spazio lasci ai predatori.

Ogni volta che dici “no” a un’invasione, dici “sì” a te stesso. Proteggerti non è egoismo: è responsabilità verso la tua vita.

Per approfondire, ecco cinque libri che ti aiuteranno a riconoscere e neutralizzare questi predatori:

“Il coraggio di non piacere” di Ichiro Kishimi e Fumitake Koga – Per liberarti dal bisogno di approvazione e vivere secondo le tue regole.

“Donne che amano troppo” di Robin Norwood – Un viaggio nelle relazioni in cui ci si perde per compiacere.

“I vampiri energetici” di Christiane Northrup – Per identificare chi prosciuga la tua energia e come liberartene.

“La sottile arte di fare quello che co ti pare”* di Mark Manson – Per scegliere consapevolmente cosa vale davvero il tuo tempo e la tua attenzione.

“Le parole sono finestre (oppure muri)” di Marshall B. Rosenberg – Per imparare la comunicazione nonviolenta e costruire relazioni sane senza sacrificare se stessi.

Ricorda: sei tu a decidere chi entra, quanto resta, e quanto spazio occupa nella tua vita. Nessuno ha diritto al tuo tempo solo perché ha accesso al tuo numero o al tuo profilo.
Impara a proteggere i tuoi confini come fossero sacri. Perché lo sono.

Compendio dell’Anarchia: un piccolo libro per iniziare a pensare in grande.

Oggi esce Compendio dell’Anarchia, il nuovo libro di Luca Cappellini. Non è un saggio accademico, non è un manifesto arrabbiato, non è un’opera filosofica densa di concetti astratti. È, come suggerisce il titolo, un compendio — e questo significa molto. Un compendio è un’opera che raccoglie e sintetizza, che ordina e presenta, che rende accessibile ciò che spesso appare complesso, frammentario o distante. In questo caso, l’anarchia.

Nel panorama editoriale odierno, se ti avvicini per la prima volta all’anarchismo, rischi di trovarti subito catapultato dentro i testi originali di Bakunin, Kropotkin, Proudhon o Malatesta: fondamentali, certo, ma anche impegnativi, talvolta densi e scritti in contesti storici che possono rendere difficile coglierne tutta l’attualità. Compendio dell’Anarchia nasce invece proprio con un’altra missione: essere la prima scintilla, il primo incontro, lo strumento introduttivo che ti invita ad avvicinarti al pensiero anarchico senza esserne travolto.

Luca Cappellini ha scritto un libro che si legge con facilità ma che lascia il segno. Capitolo dopo capitolo, l’autore smonta i pregiudizi sull’anarchia come caos o violenza e ne restituisce il senso più autentico: una pratica quotidiana di libertà, solidarietà, autogestione e disobbedienza consapevole. Il testo propone riflessioni, esempi concreti, citazioni, spunti di vita vissuta e scenari che mostrano come vivere da anarchici oggi sia qualcosa di profondamente umano e realizzabile, anche senza proclami o rivoluzioni di massa. Anzi: il cambiamento, sostiene il libro, inizia proprio dai gesti piccoli, coerenti, condivisi.

Compendio dell’Anarchia riesce là dove molti altri testi falliscono: riesce a farti sentire che l’anarchia è più vicina di quanto pensassi. Che forse, in alcuni momenti della tua vita, l’hai già vissuta senza saperlo. Che dietro ogni scelta controcorrente, ogni relazione orizzontale, ogni atto di cura non gerarchica, c’è un’anima anarchica in potenza.

La scrittura è chiara, diretta, mai didascalica. Ogni pagina invita, più che convincere. È un libro che fa nascere domande più che offrire dogmi, e in questo risiede tutta la sua forza divulgativa. Una lettura che può accendere la curiosità e portare molti lettori ad aprire, con maggiore consapevolezza, proprio i grandi classici dell’anarchismo.

Se non hai mai letto nulla sull’anarchia, questo libro è un ottimo inizio. Se hai già letto qualcosa, potrebbe sorprenderti per freschezza e autenticità. Se pensi che l’anarchia non ti riguardi, forse ti farà ricredere.

Compendio dell’Anarchia è disponibile da oggi in versione cartacea e in eBook Kindle. Un piccolo libro, sì. Ma anche una porta aperta su un mondo fatto di domande, alternative, possibilità. E forse, di una nuova consapevolezza.

I Pirati non erano criminali: erano anarchici meglio organizzati di noi

Quando pensiamo ai pirati, l’immaginario collettivo ci spara subito in testa una raffica di stereotipi: uomini rozzi, assetati di sangue e rum, sporchi, urlanti, violenti. Criminali, in una parola. E invece, la verità è che i pirati erano molto più organizzati, democratici e giusti di molte società “civili” del loro tempo. E soprattutto: erano anarchici. Non nel senso vago e caotico che il termine ha assunto nell’uso comune – quello che fa comodo a chi l’anarchia vuole solo denigrarla – ma anarchici autentici: uomini e donne liberi, auto-organizzati, senza padroni, con un senso profondo di giustizia e collettività.

Questa visione alternativa non nasce da fantasia romantica, ma dalla lettura attenta della loro storia reale, molto diversa da quella dei racconti per bambini o dei blockbuster hollywoodiani. Basta lasciarsi alle spalle i pregiudizi e leggere. Un punto di partenza fondamentale è “Storia generale dei pirati”, raccolta di racconti e cronache attribuita a un certo Capitano Charles Johnson (forse uno pseudonimo di Daniel Defoe), pubblicata nel 1724. L’opera non solo offre biografie dettagliate dei pirati più noti – da Barbanera a Anne Bonny – ma descrive le loro abitudini sociali, i codici di condotta, i patti firmati prima di salpare. Sì, avete capito bene: firmati. I pirati si davano regole comuni, decidendo collettivamente come dividersi il bottino, come punire i comportamenti scorretti, come sostentare chi rimaneva ferito o mutilato in battaglia. Praticavano la democrazia diretta a bordo, eleggevano il capitano, lo destituivano se abusava del suo potere. E tutto questo nel bel mezzo del XVIII secolo, mentre le monarchie europee governavano ancora per diritto divino e schiacciavano le masse con fame e guerre.

Un altro libro che rovescia la narrativa dominante è “All’ombra del Jolly Roger” della casa editrice Heleutera. È un testo che prende la storia dei pirati sul serio, non come favola o folklore, ma come fenomeno politico e sociale. Mostra come la pirateria non sia stata una semplice forma di criminalità, ma una risposta concreta e radicale alle disuguaglianze dell’epoca, al sistema coloniale, allo sfruttamento brutale delle marine militari. I pirati scappavano dalla schiavitù, dalla povertà e dalla guerra per creare una nuova forma di vita comunitaria: illegale, certo, ma eticamente più avanzata del mondo “legale” che avevano lasciato.

Anche “I dannati della terra. Pirati, fuorilegge e altre forme di ribellione” di Marcus Rediker (pubblicato in Italia da Feltrinelli) è una lettura essenziale. Rediker ci accompagna nella vita quotidiana dei pirati, degli schiavi ribelli, dei marinai in rivolta e degli esclusi che hanno sfidato il potere imperiale. La sua ricerca storica ci mostra che queste “canaglie” erano in realtà portatori di nuove idee sociali, solidali e libertarie, veri e propri anticipatori di un altro mondo possibile.

Infine, “Tra flagelli e rivolta. Storia sociale della marina inglese (1661-1783)”, sempre di Rediker e disponibile per Alegre Edizioni, approfondisce le radici della pirateria nei movimenti di resistenza dentro le stesse flotte militari. La rivolta dei marinai contro la disciplina brutale e la gerarchia feroce è stata una delle prime forme di lotta operaia: molti di loro sono poi diventati pirati non per amore del crimine, ma per sete di giustizia e libertà.

Eppure questa storia ci è stata negata. È stata semplificata, distorta, resa innocua. Perché? Perché il pirata anarchico, quello vero, è pericoloso per l’ordine costituito. Perché raccontare la loro organizzazione interna significa ammettere che l’autogestione funziona, che la democrazia dal basso è possibile, che si può vivere senza padroni. E questo disturba chi i padroni li vuole mantenere.

L’anarchia, come quella praticata dai pirati, non è caos: è responsabilità condivisa, è mutuo appoggio, è libertà costruita insieme agli altri. E come loro, anche noi potremmo viverla se solo smettessimo di temerla. Ma finché lasceremo che la cultura dominante ci racconti l’anarchia come un buco nero di violenza e disordine, proprio come ha fatto con i pirati, non faremo altro che rinunciare alla nostra possibilità di essere liberi.

I pirati ci hanno lasciato una lezione: quando l’ingiustizia è legge, la disobbedienza è una forma di organizzazione. E se imparassimo davvero da loro, forse capiremmo che l’anarchia non è il problema. È la risposta.

La lettura immersiva in realtà aumentata: fantascienza o futuro prossimo?

Immagina di aprire un libro e vedere le sue parole prendere vita intorno a te. I personaggi si muovono nella stanza, la colonna sonora si adatta al tono della scena, e un narratore sussurra tra le righe mentre le pagine scorrono da sole con un gesto della mano. Non è una scena uscita da un film di fantascienza: è una possibilità reale, e sempre più vicina, grazie alla realtà aumentata (AR).

Negli ultimi anni, la lettura ha iniziato a trasformarsi profondamente. Se l’e-book e l’audiolibro hanno già rivoluzionato l’esperienza di lettura, l’AR promette un passo ulteriore: fondere mondo reale e contenuto digitale in un’unica esperienza immersiva. Non si tratta più solo di leggere, ma di entrare dentro il libro. Le prime sperimentazioni in questo campo stanno già prendendo forma, soprattutto nell’ambito dell’editoria per ragazzi, dell’educazione e della narrativa interattiva.

Un esempio concreto è l’app Wonderscope, che trasforma racconti per bambini in esperienze AR in cui i personaggi “appaiono” nella stanza e interagiscono con il lettore, stimolando la partecipazione attiva. Un altro caso interessante è Bookful, una piattaforma che arricchisce libri già esistenti (come titoli di Eric Carle o Roald Dahl) con animazioni 3D e giochi educativi. Anche nel settore educativo, progetti come Merge EDU permettono agli studenti di esplorare concetti scientifici leggendo e interagendo con oggetti virtuali in tempo reale. E nel mondo dell’arte, l’artista Keichi Matsuda ha creato video-narrazioni interattive in AR che fondono architettura, testo e spazio urbano.

Secondo Statista, il mercato della realtà aumentata crescerà fino a superare i 58 miliardi di dollari entro il 2028, con un settore educativo e culturale in espansione. Una parte sempre più consistente di questa tecnologia sarà dedicata proprio a contenuti editoriali, narrativa interattiva e storytelling immersivo.

Il futuro del lettore moderno sarà molto più che digitale. Sarà sinestetico: una parola che indica l’integrazione di più sensi in un’unica esperienza. Nella lettura immersiva, infatti, non si usano solo gli occhi per leggere un testo, ma anche l’udito per ascoltare suoni ambientali o voci narranti, la vista per osservare animazioni tridimensionali, e persino il tatto, grazie a dispositivi interattivi. La lettura sinestetica non è solo “vedere” il contenuto, ma sentirlo, ascoltarlo, viverlo con il corpo e la mente insieme. Questo tipo di coinvolgimento multisensoriale stimola l’attenzione, favorisce l’apprendimento e crea un legame emotivo più profondo con la storia.

Un lettore del 2035 potrebbe indossare occhiali AR e accedere istantaneamente a una biblioteca visiva personale: leggere un libro con traduzione simultanea, vedere note e riferimenti apparire a lato come ologrammi, esplorare scene in 3D, oppure “camminare” in un romanzo, avanzando pagina dopo pagina come se si muovesse in un videogioco. Le emozioni dei personaggi potrebbero essere accompagnate da musica ambientale, i paesaggi descritti potrebbero trasformare la stanza reale in un mondo fantastico.

Ma ci sarà anche una reazione parallela: alcuni lettori riscopriranno la lentezza e la carta proprio come risposta a un eccesso di stimoli digitali. Per questo il futuro non sarà uno scontro tra tecnologia e lettura tradizionale, ma una convivenza di modi diversi di leggere, adatti a momenti e bisogni differenti.

Insomma, la lettura immersiva in realtà aumentata è ancora in fase di esplorazione, ma non è più una semplice fantasia. È una nuova frontiera narrativa che sta già plasmando il modo in cui vivremo le storie. Il lettore moderno non sarà più solo un consumatore di parole, ma un esploratore di mondi narrativi multisensoriali. E forse, molto presto, potremo davvero dire di non leggere più un romanzo… ma di viverlo.

Corto Maltese il marinaio che rifiutò ogni padrone. Anarchico (ma non lo sa).

Corto Maltese non ha bisogno di proclami: è anarchico senza bisogno di dirlo. Non per ideologia, non per moda, ma per temperamento. È un anarchico come lo intendeva Camus: uno che “non si inginocchia”, mai. Non davanti a un re, né a una bandiera, né tantomeno a un dio. Vive per conto suo, secondo regole non scritte, e questo basta per renderlo una figura di rottura nel panorama del fumetto e della letteratura del Novecento.

Creato da Hugo Pratt nel 1967, Corto è il marinaio senza nave che naviga attraverso guerre mondiali, rivoluzioni e leggende antiche, sempre in equilibrio tra la storia e il mito. Ma a differenza di tanti eroi d’avventura, lui non serve mai nessuno. Nessuna patria, nessun esercito, nessun interesse privato. Sceglie da che parte stare ogni volta, in base a una bussola interiore che ha poco a che vedere con la legge o la convenienza. Corto non è un eroe, è un uomo libero.

Questo spirito lo ritroviamo anche nei romanzi pubblicati da Sellerio, scritti da Marco Steiner, allievo e collaboratore di Pratt. In Il corvo di pietra, per esempio, vediamo un Corto ancora giovane, inquieto, già ostile all’autorità ma capace di umanità sincera. Nella raffinata scrittura di Steiner si coglie la malinconia e la leggerezza di chi non cerca gloria ma solo una strada propria. Non è un ribelle da cartolina, è un anarchico sentimentale, che aiuta senza chiedere nulla in cambio.

Il suo legame con l’anarchismo storico è più profondo di quanto sembri. Mikhail Bakunin scriveva che “la passione per la distruzione è anche una passione creativa”. Corto, con il suo disincanto attivo, distrugge ogni certezza imposta, ma lo fa per restare fedele a un’etica silenziosa, mai esibita. È vicino anche a Errico Malatesta, che insisteva sull’azione diretta, sulla responsabilità personale, sulla coerenza quotidiana tra mezzi e fini. Corto non teorizza nulla, ma vive tutto questo ogni giorno.

In Oltremare, sempre edito da Sellerio, Steiner lo accompagna tra l’Oriente, i sogni, e i margini del reale. Corto è lì dove c’è un segreto da ascoltare, una voce da seguire, una storia che merita rispetto. Non è un uomo che vuole cambiare il mondo: vuole viverlo con dignità, senza diventare schiavo. È un anarchico senza saperlo, e questo lo rende raro.

La scena simbolo della sua filosofia resta quella, indimenticabile, di Una ballata del mare salato: quando scopre che nella sua mano manca la linea della fortuna, e decide di incidersela da solo. È tutto lì, il suo anarchismo: non affidarsi al destino, ma farselo da sé. Un gesto che vale più di un trattato.

Corto Maltese non ha bisogno di bandiere perché non ne sopporta nessuna. È anarchico perché non si lascia addomesticare. Perché ogni volta che può scegliere, sceglie la libertà, anche se costa caro. E quando scompare all’orizzonte, silenzioso e senza spiegazioni, ci lascia con la sensazione che forse l’uomo libero esiste davvero. Almeno nei fumetti. O almeno nei sogni.

Ti stanno rincoglionendo a colpi di video da 15 secondi: disintossicati prima che sia troppo tardi

Nel 2025, pensare con la propria testa è un atto di ribellione. Ogni scroll su Instagram, ogni like su TikTok, ogni commento su Facebook è una microdosi di anestetico che ci rende meno liberi, meno consapevoli, più docili. I social network non sono piazze virtuali di libera espressione: sono recinti digitali dove veniamo nutriti di stimoli e monitorati come polli da allevamento.

Secondo il rapporto “Digital 2024” pubblicato da We Are Social e Meltwater, l’utente medio globale passa circa 6 ore e 40 minuti al giorno online, di cui 2 ore e 23 minuti sui social media. Non si tratta solo di tempo buttato: è tempo ceduto. In cambio di cosa? Intrattenimento superficiale, ansia, dipendenza e soprattutto: dati. Il nostro comportamento, i nostri gusti, le nostre debolezze vengono tradotti in profilazione psicometrica per campagne pubblicitarie sempre più invasive e personalizzate. Sei triste? Ecco uno sconto per un antidepressivo. Ti senti solo? Una pubblicità di un’app di incontri ti aspetta. Siamo diventati prodotti, non utenti.

Ma il veleno più subdolo ha un nome preciso: video brevi. TikTok, Instagram Reels, YouTube Shorts. Contenuti da 15 a 60 secondi progettati per essere ipercoinvolgenti, iperstimolanti, iperassuefacenti. Secondo uno studio del Journal of Behavioral Addictions, l’esposizione prolungata a questi formati riduce drasticamente la soglia di attenzione: il nostro cervello, abituato a un bombardamento continuo di stimoli, fatica a concentrarsi su contenuti più lunghi e profondi. In altre parole: più TikTok guardi, meno riesci a leggere un libro o sostenere una conversazione.

E non è solo una questione cognitiva. È emotiva. I video brevi sono progettati per scatenare reazioni viscerali: risate, indignazione, desiderio, invidia. Un algoritmo premia ciò che ti destabilizza. Il contenuto riflessivo non performa. Vince chi urla, chi mostra, chi sciocca. Ciò che stai guardando non è casuale: è stato scelto perché ti tiene lì, vulnerabile, manipolabile, pronto a comprare, cliccare, condividere.

Disintossicarsi è difficile. Ma necessario.

Ecco alcune azioni concrete per iniziare:

Elimina le app dal telefono per una settimana. Ti sorprenderai di quanto tempo libero riapparirà.

Smetti di pubblicare. Nessuno ha davvero bisogno di sapere cosa hai mangiato o dove sei andato in vacanza.

Installa estensioni come News Feed Eradicator o usa browser con blocco dei tracker come Brave.

Fissa orari precisi per controllare le notifiche, invece di essere costantemente reattivo.

Coltiva silenzio e noia: sono il terreno fertile della creatività e del pensiero critico.

Imponiti un “digiuno digitale” dai video brevi per almeno 30 giorni. Rieduca il tuo cervello a tollerare la complessità.

Se vuoi andare oltre, ecco alcuni libri che dovrebbero essere letti da chiunque abbia toccato uno schermo negli ultimi dieci anni:

“Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” di Jaron Lanier – uno dei padri fondatori della realtà virtuale che oggi suona l’allarme sul potere tossico delle piattaforme.

“L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg – un elogio alla lentezza e alla contemplazione.

“Surveillance Capitalism” di Shoshana Zuboff – forse il libro più spaventoso mai scritto sull’economia del controllo digitale.

“Digital Minimalism” di Cal Newport – una guida pratica per riprendersi il tempo e l’attenzione.

Disconnettersi oggi è un atto radicale. È scegliere di pensare, scegliere di sentire, scegliere di vivere senza essere manipolati. Non è facile, ma è possibile. E forse, è l’unica vera forma di libertà che ci è rimasta.

Chi non legge è già fascista: come l’ignoranza alimenta il ritorno dei mostri

Chi oggi dice che “Mussolini ha fatto anche cose buone” non sta esprimendo un’opinione: sta rivelando la propria ignoranza crassa e pericolosa. Chi oggi si dichiara “patriota” ma strizza l’occhio al fascismo o al nazismo, lo fa perché non ha letto un libro in vita sua, non conosce la storia, o peggio ancora, la conosce e la distorce in malafede.

Non è un dibattito. Non è uno scambio democratico. È propaganda tossica di gente che ha fatto della disinformazione una religione e dell’ignoranza un vanto.

Hannah Arendt, nel suo capolavoro La banalità del male, racconta di Adolf Eichmann, uno dei macellai dell’Olocausto. Non era un genio del male. Era un idiota grigio, mediocre, un burocrate privo di pensiero critico, incapace di capire l’orrore a cui partecipava. Era come molti di quelli che oggi affollano i commenti online inneggiando al Duce con la grammatica di un bambino delle elementari. Gente che crede di essere “contro il sistema” ma si schiera sempre dalla parte degli aguzzini, degli assassini, dei carnefici.

Chi oggi si dice fascista, neonazista, o anche solo “nostalgico” è un nemico della civiltà. È uno che calpesta la memoria di milioni di morti, uno che giustifica torture, guerre, leggi razziali, censura, deportazioni. È uno che, se fosse nato negli anni ’20, avrebbe fatto la spia per l’OVRA o avrebbe applaudito le leggi razziali del ‘38.

E poi ci sono quelli “moderati”, che non si definiscono fascisti ma ripetono a pappagallo “Mussolini ha fatto anche cose buone”. Sì, come no: Hitler ha fatto le autostrade, Stalin ha fatto alfabetizzare i contadini, Pol Pot ha ridotto l’obesità. E allora? I crimini contro l’umanità si cancellano con quattro binari e due scuole? È così che si ragiona quando si è ignoranti, pigri, disinformati e intellettualmente disonesti.

Mussolini non solo non ha fatto “cose buone”: ha trascinato l’Italia nel disastro, ha umiliato gli italiani, li ha mandati a morire in Africa per deliri imperialisti ridicoli, li ha resi servi di Hitler, li ha definiti codardi e indisciplinati, ha imposto la censura, il carcere per gli oppositori, il confino per i giornalisti, ha fatto sparire o assassinare chi dissentiva. E nel 1938, con il Manifesto della Razza, ha trasformato milioni di cittadini italiani in subumani, cacciandoli dalle scuole, dagli uffici, dalla vita.

Chi oggi non sa queste cose, o peggio le nega, è parte del problema. È un complice. E se non legge, se non studia, se non si prende il tempo di capire, allora è già pronto per rifare tutto daccapo: per obbedire, per odiare, per giustificare.

Per questo bisogna leggere. Per non diventare come loro. Per non essere quella massa di Eichmann in potenza che oggi commenta con svastiche, “duce duce” e fake news, sognando il manganello e il campo di concentramento. Bisogna leggere La banalità del male (Arendt), Il fascismo eterno (Eco), Mussolini ha fatto anche cose buone (Filippi), Se questo è un uomo (Levi), Storia del fascismo (Gentile). Non sono libri da intellettuali: sono manuali di sopravvivenza morale.

Chi non legge, oggi, non è solo ignorante: è pericoloso. Perché basta una crisi, una paura, un colpevole facile, e sono pronti a riaccendere i forni. E se pensi che sia un’esagerazione, allora leggi di più.