Zygmunt Bauman. Modernità liquida e gli idioti convinti che un video di 8 secondi basti per capire il mondo.

Il 19 novembre 2025, centenario della nascita di Zygmunt Bauman, ci trova immersi in un paesaggio culturale che lui aveva intuito, ma che forse non avrebbe immaginato così estremo. Nella sua Modernità liquida, Bauman descriveva una società dove tutto scorreva troppo velocemente per costruire identità solide. Eppure, l’era dei social è andata oltre: ha fatto evaporare perfino la parte liquida, lasciando dietro di sé non un mare in tempesta, ma una vera e propria desertificazione del pensiero critico, un terreno arido su cui crescono solo slogan, reazioni impulsive e identità politiche prefabbricate dagli algoritmi.

Gli algoritmi hanno sostituito la riflessione. Hanno preso persone che non conoscono la storia, non leggono, non contestualizzano la geopolitica, e le hanno trasformate in tifosi inconsapevoli: convinti di essere di destra o di sinistra solo perché i feed li nutrono di contenuti costruiti su misura per rafforzare ciò che già credono di credere. Non è un pensiero politico: è una sensazione politica, una bolla emotiva di secondi, non di idee.

E così, mentre si moltiplicano gli autodidatti dell’“ho visto un video e ora so come funziona il mondo”, cresce anche la frustrazione di chi osserva questo declino culturale. Una frustrazione così intensa da generare — provocatoriamente, ma sempre più spesso — l’idea che il suffragio universale andrebbe rivisto, che la democrazia richieda almeno il minimo sindacale di competenze per essere esercitata. Dall’altra parte, c’è chi propone un “patentino cognitivo” per accedere ai social, così da evitare che gli algoritmi amplifichino l’ignoranza come se fosse informazione.

Dal punto di vista di chi formula queste idee radicali, il ragionamento è lineare: se la maggior parte delle persone costruisce le proprie opinioni politiche su una dieta di video da otto secondi, meme e disinformazione virale, allora lasciare che tutto ciò influenzi le scelte collettive sembrerebbe una forma di autolesionismo pubblico. In quest’ottica estrema, più che un atto autoritario, tali soluzioni appaiono come tentativi disperati di difendere ciò che resta della capacità critica della società.

Naturalmente, nella realtà concreta, limitare i diritti democratici o l’accesso alle piattaforme sembrerebbe pericoloso e contrario ai principi fondamentali della convivenza civile. Ma il fatto stesso che simili idee emergano e vengano prese in considerazione è il segnale che qualcosa si è rotto: non siamo più nella modernità liquida, ma nella modernità evaporata, dove l’aridità cognitiva è diventata la condizione dominante, e dove la complessità è percepita come una minaccia, non come una risorsa.

In questo scenario, Bauman ci offrirebbe probabilmente la stessa risposta che avrebbe dato decenni fa: non si risolve la crisi culturale togliendo voce a chi ce l’ha, ma restituendo strumenti a chi ne è stato privato. Educazione critica, lentezza, studio, approfondimento, capacità di convivere con l’incertezza: queste erano le sue bussole, e oggi sembrano quasi rivoluzionarie.

Nel giorno del suo centenario, la lezione rimane la stessa: nessun algoritmo, nessun reel, nessun video di otto secondi ci darà mai la comprensione del mondo. Per capirlo serve esattamente ciò che la desertificazione digitale ci ha sottratto: complessità, memoria, consapevolezza. In altre parole, serve ciò che Bauman ha cercato di insegnarci per tutta la vita.

Idioti digitali: benvenuti nell’Idiocracy italiana dove leggere è da sfigati.

C’era un tempo in cui l’Italia si svegliava con il giornale e andava a dormire con un libro sul comodino. Oggi si sveglia con TikTok e si addormenta scrollando video muti con sottotitoli che nessuno legge. Il Paese che produceva Dante, Calvino e Pasolini è diventato il Paese dei doppiaggi su TikTok e degli “esperti” da un minuto. È nata l’Idiocracy italiana, popolata da idioti digitali che confondono un sondaggio con la verità e una percentuale con un’opinione.

Non è un’esagerazione: sei italiani su dieci non leggono nemmeno un libro all’anno, uno su tre non capisce un testo di media complessità, e oltre il 40% non sa interpretare una percentuale o una proporzione semplice.
Tradotto: se dici “il 20% della popolazione”, la metà non sa quanti siano in realtà.
Viviamo in un Paese dove si vota, si discute, si litiga — ma quasi nessuno capisce i numeri. E quando la realtà si misura in cifre, chi non le sa leggere diventa schiavo di chi le manipola.

In metropolitana, chi apre un libro viene fissato come fosse un alieno. In spiaggia, leggere un romanzo invece di scrollare è quasi un atto antisociale. In un bar, aprire il giornale è considerato un gesto da nostalgici. Ma forse proprio qui sta la ribellione: leggere è il nuovo disobbedire.

Serve una rivoluzione della mente e delle abitudini.
Non bastano gli appelli: servono azioni radicali, concrete e contagiose.
Ecco qualche idea che un Paese serio (e non idiota) dovrebbe mettere in campo subito:

  • Scuole senza smartphone per un’ora al giorno, dedicate solo alla lettura silenziosa. Un’ora al giorno di carta contro la dittatura dello schermo.
  • Biblioteche ovunque, anche nei supermercati, nei centri commerciali, nei treni ad alta velocità. Prendi un libro, lascialo, scambialo.
  • Abbonamenti culturali nazionali: ogni cittadino riceve un credito annuale per libri e giornali, come incentivo fiscale e sociale.
  • Campagne pubbliche di “orgoglio della lettura”, dove leggere non è da nerd ma da libero. Spot che mostrano lettori come ribelli, non come sfigati.
  • Sfide digitali positive: influencer che lanciano challenge di lettura (“Leggi 10 pagine al giorno invece di 10 video al minuto”).
  • Panchine letterarie e bibliobus nei quartieri popolari, nei parchi, nelle spiagge.
  • Premi civici per chi legge: un’ora di lettura alla settimana dà punti cultura, spendibili per cinema, teatri, viaggi.
  • Formazione permanente per adulti: corsi pubblici gratuiti per comprendere testi, numeri, percentuali, proporzioni. Non per diventare professori, ma per non farsi fregare.

Perché chi non legge non capisce, e chi non capisce finisce per credere a tutto.
Senza lettura, la democrazia si svuota, la politica diventa marketing, la verità si riduce a un video virale.

E allora basta lamenti, serve una rivoluzione alfabetica, una guerriglia culturale.
Come Emma Goldman diceva “Se non posso ballare, non è la mia rivoluzione”, oggi dovremmo dire:
“Se non posso leggere, non è la mia civiltà.”

Che la rivoluzione cominci nei treni, nei bar, nelle pause pranzo, nelle spiagge.
Che ogni libro aperto sia un atto di resistenza.
Perché il futuro non si scrolla: si legge.


Non sono diventato nichilista: mi ci avete costretto.

Ho provato a non esserlo. A credere che la gente fosse solo un po’ confusa, distratta, smarrita. Ho provato a pensare che ci fosse ancora speranza, che bastasse un po’ di dialogo, qualche libro, un minimo di educazione. Ma no. La verità è più semplice e più amara: la gente è peggio di quello che pensavo. Forse la strada giusta è indicata dal nichilismo.

Secondo la definizione dei dizionari filosofici, il nichilismo è la concezione che nega l’esistenza di valori, verità e significati assoluti, riconoscendo come unico dato reale il vuoto e l’insensatezza dell’esistenza

Il nichilismo, per come lo vedo io, non è depressione, né apatia, né odio per la vita. È il punto a cui arrivi quando smetti di mentirti. Quando capisci che gran parte di ciò che le persone chiamano “valori”, “scopi” o “speranza” sono costruzioni fragili, bugie collettive inventate per non impazzire. Il nichilismo è guardare l’abisso e non distogliere lo sguardo. È sapere che non c’è un senso universale, ma decidere di vivere comunque, senza illusioni. È la libertà assoluta del disincanto: niente è sacro, e proprio per questo tutto è possibile — almeno per chi ha il coraggio di pensare da solo.

Il nichilismo, insomma, è la resa dell’ingenuo e la nascita del lucido. È la presa di coscienza che il mondo non cambia, la gente non migliora e l’unica salvezza è smettere di aspettarsi qualcosa dagli altri.

Il nichilismo, per me, non è una posa. È la logica conseguenza di guardare il mondo per quello che è: un circo di ignoranza, vanità e apparenza. Tutti urlano, nessuno ascolta. Tutti giudicano, nessuno capisce. È diventato impossibile anche solo dire una frase sensata senza essere sommerso da banalità, slogan o risposte copiate da un video di trenta secondi.

Viviamo in un’epoca in cui la stupidità è un valore sociale. Chi pensa viene emarginato, chi legge viene deriso, chi cerca verità viene etichettato come depresso o elitario. Ma ditemi: come si può non esserlo, quando la massa si nutre di superficialità e si vanta pure di farlo?

Jason Brennan l’ha detto meglio di chiunque: se la gente fosse davvero buona, non servirebbero la polizia, le leggi o le carceri. L’anarchia funzionerebbe. Ma potrebbe non funzionare, perché la maggioranza non è buona: è mediocre, pigra, manipolabile. Ma io ci spero utopicamente ancora. E quando Brennan aggiunge che gli Stati non dovrebbero spendere soldi per educare chi non vuole imparare, ma piuttosto per riparare le buche nelle strade, ha perfettamente ragione. Chi vuole capire, si sforza da solo. Gli altri, che restino a inciampare nella loro ignoranza.

A questo punto, la scelta è una sola: salire sulla propria torre d’avorio e chiudere la porta. Non per disprezzo, ma per sopravvivenza. Perché la vita è troppo breve per sprecarla con chi non sa nemmeno leggere una pagina o articolare un pensiero.

Meglio un libro che mille conversazioni inutili. Meglio il silenzio che l’eco del nulla. Meglio un pomeriggio di solitudine che un’ora in mezzo ai cretini.

Se proprio vuoi capire cosa significa vedere il mondo senza illusioni, leggi “La nausea” di Sartre: ti mostra la verità nuda dell’esistenza, quella che non puoi più ignorare una volta vista. Poi passa a Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione”: il manuale perfetto per chi ha capito che la vita è sofferenza e che solo l’intelligenza ti salva dal marcire con gli altri.

Non è pessimismo. È igiene mentale.
Non è odio per l’umanità. È amore per la lucidità.
Non sono diventato nichilista per moda.
Mi ci avete costretto.


Commenta e scrolla, diventa un idiota digitale: perché abbandonare i social è l’unica rivoluzione.

C’è un paradosso che oggi fa quasi sorridere, se non fosse tragico: più siamo “connessi”, meno pensiamo. Lo dimostra il tempo che passiamo ogni giorno a scrollare, guardare video brevi, mettere like e scorrere contenuti che non ricordiamo nemmeno dopo cinque minuti. Secondo i dati aggiornati al 2025, l’utente medio trascorre oltre due ore e venti minuti al giorno sui social. Due ore e venti minuti rubate al pensiero, alla lettura, alle relazioni vere.

Ma non è solo una questione di tempo. È una questione di testa. Il cervello umano non è progettato per ricevere microdosi continue di dopamina digitale. Ogni video, ogni post, ogni notifica è una piccola scarica che ci abitua alla superficialità, impedendo la concentrazione e la riflessione profonda. Guardare video e scrollare in modo passivo danneggia il pensiero critico e alimenta quello che in Italia ha un nome preciso: analfabetismo funzionale. Cioè l’incapacità di comprendere e interpretare ciò che si legge, di collegare le informazioni, di ragionare in modo autonomo.

E poi c’è la profilazione: chi pensa che “seguire i social” sia gratis si illude. Ogni gesto, ogni secondo trascorso, ogni click, like, pausa o scroll viene tracciato e trasformato in dati. Quei dati servono a modellare pubblicità, notizie, persino opinioni politiche su misura. Non sei tu che scegli cosa vedere: è l’algoritmo che decide cosa tu credi di scegliere.

Non stupisce, allora, la decisione recente del virologo Roberto Burioni di abbandonare i social dopo dieci anni di presenza costante. Stanco di essere insultato, manipolato e utilizzato per alimentare un sistema che “usa gratis i miei contenuti per addestrare intelligenze artificiali”, ha annunciato la sua uscita dalle piattaforme. Non per rinunciare al confronto, ma per riprendersi lo spazio mentale e la dignità intellettuale che il rumore digitale soffoca. È un segnale forte, e dovremmo ascoltarlo.

Perché non è solo una scelta di un professore. È una presa di posizione contro un meccanismo che ci vuole distratti, prevedibili, reattivi. Ogni scroll è una resa. Ogni video visto in automatico è un passo indietro nella capacità di analizzare, comprendere, decidere.

E allora, come si inizia una vera disintossicazione? Prima di tutto con la consapevolezza. Poi con le giuste letture. Ecco dei libri che aiutano a capire e cambiare prospettiva:

  1. “Disconnessi e felici” di Marc Masip – mostra come la dipendenza da smartphone e social alteri la percezione di sé, delle relazioni e del tempo. Non predica un ritorno al passato, ma un uso intelligente, che ridia senso all’attenzione. Pratico e illuminante, offre strategie concrete per riconquistare la libertà mentale.
  2. “Homo Pluralis. Essere umani nell’era tecnologica” di Luca De Biase – Un testo che va oltre il lamento sul digitale per spiegare chi siamo diventati. Analizza come l’iperconnessione trasformi l’identità, la conoscenza e la convivenza. È un invito a evolversi, non a fuggire: ma con consapevolezza, non con automatismo.

Per iniziare una disintossicazione vera dai social, serve disciplina ma non eroismo. Bastano piccoli gesti quotidiani: disattivare le notifiche push, eliminare le app dal telefono o spostarle in una cartella nascosta, stabilire orari precisi in cui concedersi di guardare i social, impostare un limite massimo giornaliero (30 minuti sono più che sufficienti), e soprattutto riempire il tempo liberato con attività reali: leggere, camminare, scrivere, ascoltare, incontrare.

Infine, prova questo piccolo esperimento: per una settimana, ogni volta che stai per aprire un social, chiediti “Cosa sto cercando davvero?”. Nove volte su dieci, la risposta è “niente”. E quel “niente” è esattamente ciò che l’algoritmo vuole: un utente che scrolla, non che pensa.

Abbandonare o ridurre drasticamente i social non è un atto di fuga, ma di lucidità. È il gesto più sovversivo in un’epoca in cui tutto spinge alla distrazione. Se vuoi riappropriarti del tuo tempo, del tuo pensiero e della tua libertà, il primo passo è semplice: spegni il feed, riaccendi la mente.

Il moralismo dei servi: contro la destra delle regole e per l’anarchia della mente.

C’è una certa cultura di destra – quella che si ammanta di disciplina, ordine e finta moralità – che non è altro che la caricatura grottesca di un desiderio umano profondo: la paura della libertà. Si nutre di regolamenti, di codici morali prefabbricati, di un linguaggio che sostituisce il pensiero con il conformismo. Si presenta come cultura, ma è solo burocrazia dell’anima. Questi difensori della “civiltà occidentale” si inginocchiano davanti al potere come i preti davanti all’altare: adorano il limite, il confine, la norma. Hanno trasformato la morale in un regolamento condominiale e la politica in un manuale di condotta per studenti timorosi.

L’anarchia, invece, è un’altra cosa. È il gusto del pensiero libero, il coraggio di dire “no” al comando e “sì” al dubbio. È un’arte dell’essere, non dell’obbedire. Come scriveva Errico Malatesta: “Incominciando a gustare un po’ di libertà si finisce per volerla tutta.” Ed è vero: chi ha davvero conosciuto la libertà, anche solo un frammento, non può più tornare indietro al recinto.

La cultura – quella autentica, che si fa carne e coscienza – è la migliore difesa contro l’autoritarismo. Chi legge, chi riflette, chi si confronta con il pensiero, non può essere fascista. Il fascismo, in tutte le sue forme moderne e travestite, nasce sempre dall’ignoranza, dal bisogno di ordine per paura del caos. Ma la vita è caos, e la cultura è il modo più elegante e umano di abitarlo.

Leggere, per esempio, “L’uomo in rivolta” di Albert Camus significa capire che la rivolta non è distruzione, ma affermazione di dignità. Camus non difende l’anarchia del disordine, ma quella della coscienza: la libertà come responsabilità personale, come rifiuto di qualsiasi potere assoluto.

In “Dio e lo Stato” di Michail Bakunin, invece, esplode la potenza del pensiero anarchico più puro: l’uomo non ha bisogno né di padroni né di dei. Bakunin smaschera il potere come religione secolare, e la religione come potere travestito da amore. Un testo che brucia ancora oggi, nella sua radicalità necessaria.

E poi “La conquista del pane” di Pëtr Kropotkin, il manifesto di un anarchismo concreto e solidale. Non utopia, ma progetto: la libertà che si fa cooperazione, il sogno che si traduce in pane per tutti. È il contrario del capitalismo moralista della destra contemporanea, che predica il merito e pratica l’esclusione.

Ed è proprio qui che entra in scena la più grande illusione del nostro tempo: il neoliberismo. Questo sistema che promette libertà economica ma genera schiavitù sociale; che parla di responsabilità individuale ma costruisce precarietà collettiva; che trasforma ogni persona in un’impresa e ogni relazione in una transazione. Il paradosso è che una certa destra – quella che invoca tradizione, patria e moralità – ne è diventata la più entusiasta propagandista. Cavalca il neoliberismo come se fosse un cavallo di libertà, senza rendersi conto che è un mulo addestrato al lavoro senza fine.

Si batte per il “mercato libero” senza capire che quel mercato li ha resi servi, li ha spinti a competere contro i propri simili, a sacrificare tutto – tempo, affetti, sogni – sull’altare della produttività. Difendono un sistema che li consuma, applaudono a chi li sfrutta, e si illudono di essere “vincitori” solo perché obbediscono bene. È una forma di autolesionismo politico travestita da orgoglio nazionale.

Il neoliberismo è l’altra faccia del moralismo: entrambi dicono all’individuo “sei solo”, e se fallisci è colpa tua. Entrambi odiano la solidarietà, perché la solidarietà è l’inizio della libertà. Chi si tende la mano esce dal recinto, e chi esce dal recinto non torna più dentro.

Chi ha letto questi libri, chi ha compreso davvero la storia e la cultura, non può inginocchiarsi davanti a un capo, a un partito, a una bandiera. Non può credere che la legge sia più giusta della coscienza, né che l’obbedienza sia una virtù. La cultura è anarchica per natura, perché educa alla libertà, alla complessità, al dubbio.

Ecco perché la destra moralista la teme, la ridicolizza, la combatte. Perché sa che una mente che pensa è una mente che disobbedisce. E che chi ha cominciato a gustare anche solo un po’ di libertà, come diceva Malatesta, finirà per volerla tutta — e non c’è legge, regolamento o bandiera che potrà più fermarlo.

Oggi, in un’Europa che si riempie la bocca di “ordine”, “merito” e “valori tradizionali” mentre restringe diritti, privatizza la vita e svende la dignità al mercato, l’anarchia della mente è più necessaria che mai. Non come gesto di distruzione, ma come atto di lucidità. In tempi di governi che predicano la libertà ma esigono obbedienza, la vera ribellione è pensare, leggere, scegliere da sé. È ricordare che la cultura non è un accessorio dell’anima, ma la sua forma più alta di disobbedienza.


Rincoglioniti dallo smartphone: gli analfabeti digitali.

Viviamo immersi in un paradosso grottesco: l’italiano medio non apre un libro da anni, ma passa ore a scorrere video idioti sullo smartphone credendo di “informarsi”. Non legge, non approfondisce, non verifica una fonte, però si sente improvvisamente esperto di geopolitica, medicina, economia e intelligenza artificiale grazie a tre meme e due video da dieci secondi. È il trionfo dell’analfabetismo digitale travestito da opinione.

Internet doveva liberarci, connetterci, darci accesso alla conoscenza. Invece ci sta lentamente lobotomizzando. La rete è diventata una discarica di scemenze dove prosperano fake news, complotti, trucchetti magici, santoni della salute e ciarlatani del pensiero. Ma il problema non è la rete: il problema siamo noi. Un popolo che non legge, che non verifica, che non ragiona è un popolo facile da addomesticare. Perfetto per chi vuole vendergli merce scaduta o idee tossiche.

Lo smartphone, compagnuccio fedele di ogni minuto libero, è diventato la droga collettiva. Scroll compulsivo, video brevi, micro-dopamina continua. E intanto il cervello si atrofizza. Pochi secondi di attenzione, ragionamento zero. Chi pensa è lento. Chi approfondisce è noioso. Chi chiede prove è scomodo. Meglio credere al primo che urla più forte: un influencer improvvisato, un complottista sudato in cameretta, un guru su TikTok. E boom: la verità è servita.

La parte più tragica? La gente non si rende nemmeno conto di essere controllata. Ogni like è un dato. Ogni condivisione è un profilo psicologico. Ogni emozione registrata dall’algoritmo diventa materiale per manipolarti meglio. Ma l’italiano medio è convinto di “avere le proprie idee”. In realtà, le sue idee gli sono state consegnate da un algoritmo che conosce le sue paure meglio di lui.

Eppure basterebbe un minimo di autocoscienza per accorgersene. Siamo di fronte a un’epidemia culturale: analfabetismo funzionale + dipendenza digitale = manipolazione garantita. Qui non servono “corsi avanzati di metaverso” come qualcuno osa proporre: servono centri di disintossicazione dai social, percorsi per recuperare la capacità di concentrazione, programmi di riabilitazione mentale. Prima della tecnologia, andrebbe reintrodotta l’educazione al pensiero.

Non c’è libertà senza consapevolezza. Non c’è democrazia senza spirito critico. E soprattutto: non c’è conoscenza senza libri. Chi non legge è un analfabeta anche se sa parlare. Chi non approfondisce è già prigioniero. E allora, se davvero vogliamo alzare il livello, smettiamola di fare le vittime della disinformazione e iniziamo ad armarci contro di essa. Non con l’odio, ma con la cultura.

Ecco tre libri fondamentali per chi vuole svegliarsi dal coma digitale:


1. Il capitalismo della sorveglianza – Shoshana Zuboff
Un mattone intellettuale necessario. Spiega come le Big Tech trasformano ogni nostra azione digitale in profitto e controllo. Imperdibile per capire cosa c’è dietro lo “smart” che tanto amiamo.

2. L’era della disinformazione – Cailin O’Connor e James Owen Weatherall
Perfetto per chi vuole capire fake news, polarizzazione e camere dell’eco. Mostra come le bugie si diffondono non perché siano credibili, ma perché sono emotive.

3. Pensieri lenti e veloci – Daniel Kahneman
Un capolavoro assoluto. Spiega come la nostra mente ci frega ogni giorno. Dopo averlo letto, riconoscerete al volo le trappole cognitive usate per manipolarvi online.


Se sei arrivato fin qui senza tornare a scrollare TikTok, sei già sopra la media. Il prossimo passo è semplice: abbandona i social e riconquista il pensiero.

Marx aveva ragione: il Compendio del Capitale e il fallimento del neoliberismo.

Il Compendio del Capitale è un testo che, pur nella sua forma ridotta e accessibile, riesce a trasmettere la potenza analitica dell’opera originale di Karl Marx. Leggendolo oggi, in un mondo segnato da crisi cicliche, precarietà diffusa e disuguaglianze crescenti, non si può che arrivare a una conclusione semplice ma scomoda: Marx aveva ragione. La sua analisi del capitalismo come sistema instabile, dominato dalla ricerca incessante di profitto e dall’accumulazione a spese del lavoro umano, risuona con forza nel nostro presente, soprattutto dopo decenni di dominio del neoliberismo.

Il pregio principale del Compendio è la capacità di rendere accessibili concetti che nell’opera completa di Marx richiedono una lettura lunga e complessa. Qui la teoria del valore, il ruolo della merce, la dinamica del plusvalore e l’inevitabile tendenza alle crisi vengono esposti con chiarezza e rigore. Non si tratta solo di nozioni economiche astratte: sono strumenti per leggere ciò che accade attorno a noi, dalla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi alla crescente alienazione dei lavoratori in settori sempre più automatizzati e digitalizzati.

Il lettore si accorge presto che il capitalismo descritto da Marx nel XIX secolo non è un relitto del passato, ma una struttura che continua a dominare la vita sociale ed economica. Le stesse contraddizioni che egli mise in luce — il divario tra capitale e lavoro, la tendenza del sistema a produrre ricchezza per pochi e precarietà per molti, l’inevitabile instabilità dei mercati — sono oggi ancora più acute. Il neoliberismo, con le sue promesse di libertà individuale e crescita infinita, non ha fatto altro che amplificare queste contraddizioni, rendendo ancora più evidente la validità della critica marxiana.

Questa recensione non è quindi un semplice invito alla lettura, ma un riconoscimento della potenza critica di un pensatore che, più di ogni altro, ha saputo svelare la natura del capitalismo. Non sorprende che molti preferiscano ignorarlo o ridurlo a una curiosità storica: ammettere che Marx aveva ragione significa anche mettere in discussione il sistema in cui viviamo quotidianamente. Ma proprio per questo, il Compendio del Capitale non è soltanto utile: è necessario.

Fascisti delle regole: schiavi dell’ordine, nemici della libertà.

Il fascismo non è morto, e non serve cercarlo nei raduni nostalgici col braccio alzato: il fascismo vive ogni giorno dentro l’ossessione per le regole, dentro scuole che fabbricano sudditi invece di persone libere. Non servono manganelli, oggi basta un banco, una campanella, un registro elettronico che ti scheda e ti punisce con la freddezza di un algoritmo. È così che nascono i fascisti delle regole: individui incapaci di respirare senza chiedere il permesso, che confondono l’ordine con la giustizia e l’obbedienza con la verità.

Non sono ottimista sul nostro sistema scolastico. Non perché “non funzioni”, ma perché funziona perfettamente come macchina di addestramento al conformismo. Lo dimostrano i dati INVALSI: oltre la metà degli studenti che escono dalle medie non ha competenze adeguate. Ma non è un fallimento, è un progetto. Non serve pensiero critico, serve docilità. La scuola non forma individui, produce sudditi disciplinati. Campanelle, voti, note, e ora soprattutto il registro elettronico: il nuovo strumento di controllo digitale che riduce l’educazione a un carcere telematico. Ogni assenza diventa un avviso, ogni voto una notifica, ogni comportamento un dato archiviato. Non più relazione, ma sorveglianza.

“Sei andato a scuola e ti hanno detto: siedi al tuo posto. E già lì hai smesso di credere che il tuo posto sia dappertutto.”
— Silvano Agosti

Ecco il seme del fascismo: l’idea che senza regole calate dall’alto ci sia solo il caos. Ti convincono che la libertà vada meritata e che l’anarchia sia pericolosa. Una volta che questa menzogna ti entra nelle vene, il fascismo non deve nemmeno imporsi: lo invochi tu stesso, lo consideri naturale, lo difendi. Fascisti non si nasce: lo si diventa, giorno dopo giorno, educati a credere che pensare sia un problema e obbedire una virtù.

E oggi il meccanismo è ancora più subdolo. Non è solo la scuola: sono i social, i like, gli algoritmi che ti premiano o ti puniscono come nuove pagelle invisibili. È la stessa logica del registro elettronico: un addestramento continuo al controllo, alla dipendenza dal giudizio esterno, alla paura di uscire dalla riga.

Qualcuno però resiste. Pochissimi. Quelli che ricordano che nessuna regola è sacra, che la libertà non si mendica ma si vive. “Non son l’uno per cento, ma credetemi esistono” scriveva Léo Ferré. Ed è in quell’esiguo uno per cento che abita la speranza di un mondo diverso.

Un mondo che Silvano Agosti racconta in Lettere dalla Kirghisia, libro visionario e necessario. Nelle sue lettere, immagina una società in cui la vita non è soffocata dall’ossessione delle regole, dove il lavoro è condivisione e non schiavitù, dove il tempo torna ad appartenere alle persone. Non è un’utopia ingenua: è un’alternativa concreta, capace di smascherare la brutalità del nostro presente. La Kirghisia è l’opposto della scuola-fabbrica: lì non cresci per obbedire, ma per vivere.

La verità è che la scuola di oggi — con le sue campanelle e i suoi registri elettronici — non educa, ma addestra. È una fabbrica di fascisti delle regole, incapaci di immaginare la libertà. Solo chi rifiuta questa ossessione può tornare a ciò che siamo per natura: anarchici e liberi.

HUGO PRATT: IL PIRATA ANARCHICO DEL FUMETTO

Il 20 agosto 1995, Hugo Pratt ci lasciava, lasciando dietro di sé un’eredità creativa che continua a navigare libera nei mari del fumetto mondiale. La sua scomparsa rappresentò non la fine, ma il decollo interminabile di una rotta narrativa senza confini: la sua voce anarchica, sospesa tra mito, storia e libertà, è diventata un’icona persistente nel panorama culturale.

Pratt e l’anarchia della narrazione

Hugo Pratt fu molto più di un fumettista: fu narratore verbo-visivo, poeta grafico e viaggiatore dell’anima. Non seguiva rotte consolidate né cercava approdi comodi. Il suo segno sfidava le convenzioni: essenziale, evocativo, affascinante nei silenzi tanto quanto nei disegni. Come ha sintetizzato Umberto Eco:

“Quando mi voglio rilassare leggo saggi di Engels. Quando voglio qualcosa di più impegnativo leggo Corto Maltese.”

Per Eco, il fumetto di Pratt incarnava una visione alta, capace di superare le barriere tra “letteratura alta” e “letteratura popolare”: «Pratt rende materia di narrazione avventurosa la propria nostalgia della letteratura, e la nostra».

Una ballata del mare salato: anarchia e mito in un solo soffio

Pubblicata tra il 1967 e il 1969, Una ballata del mare salato segna l’alba di Corto Maltese ma soprattutto inaugura il «romanzo a fumetti» come forma matura e complessa. Ambientata nel Pacifico d’inizio Novecento, intreccia pirateria, colonialismo, guerra e poesia senza inciampare nel cliché. Corto non è un eroe tradizionale, ma un vagabondo che fluttua tra storia e leggenda, mai prigioniero di una morale definitiva.

La vera anarchia non sta nella dissoluzione, ma nell’indipendenza: Pratt libera i suoi personaggi, li lascia vivere nel loro respiro. Il suo tratto grafico asciutto ed emozionante suggerisce più di quanto mostra, evocando atmosfera, luce, orizzonti lontani con un solo gesto.

Perché vale la pena leggere Una ballata del mare salato

  • È l’opera che ha elevato il fumetto al rango di “letteratura disegnata”, grazie a dialoghi e narrazione visiva che avrebbero potuto benissimo stare in un romanzo  e in effetti Hugo Pratt ha scritto un romanzo con lo stesso titolo del fumetto.
  • Offre un Corto Maltese che sfugge a definizioni e categorie, rappresentando la libertà come scelta stilistica e morale.
  • È un’esperienza immersiva e culturale, dove mito e realtà si intrecciano in un continuo gioco interpretativo, aperto al lettore.


Se vuoi comprendere che cosa significhi fumetto come linguaggio libero, anarchico e alto, leggi Una ballata del mare salato. Non è solo un’avventura: è una ballata visiva che mescola storia, sogno e poesia, sprigionando l’essenza di Pratt e facendoci sentire, ancora oggi, il richiamo del mare e della libertà.


L’umanità si rincoglionisce: il declino della mente nell’era dei video brevi

Siamo al capolinea di qualcosa che un tempo si chiamava “pensiero”. Le nuove tecnologie, in particolare i social media basati sui video brevi come TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts, stanno rendendo l’umanità sempre più stupida, distratta e incapace di cogliere la complessità del mondo. È un processo lento, ma inarrestabile, simile alla bollitura graduale di una rana in pentola: nessuno se ne accorge, finché non è troppo tardi.

I dati parlano chiaro: il tempo medio passato sui social è oggi superiore alle 2 ore e 30 minuti al giorno per utente (fonte: Statista, 2024), con picchi che superano le 4 ore tra gli adolescenti. Allo stesso tempo, la capacità di concentrazione umana è scesa drammaticamente. Secondo uno studio di Microsoft del 2022, l’attenzione media dell’essere umano è ormai scesa a 8 secondi—meno di quella di un pesce rosso.

In metropolitana, nei bar, nei parchi: ovunque si vedono persone che scorrono compulsivamente video di pochi secondi, molti dei quali con l’audio a tutto volume, disturbando chi cerca un momento di silenzio o di riflessione. Nessuno legge. Nessuno parla. Nessuno ascolta. Tutti condividono clip idiote senza aggiungere un pensiero, un’idea, una riflessione. La comunicazione si è ridotta a “guarda questo” o “quanto è cringe”, in un’orgia di stimoli poveri, superficiali e alienanti.

La condivisione non è più culturale, ma mimetica. Non si condividono pensieri, ma reazioni emotive elementari: risate, rabbia, indignazione. Le idee sono evaporate. La lettura è vista come una fatica inutile, la scrittura come un’abilità obsoleta, il silenzio come un problema da riempire a suon di scroll. Questo non è più intrattenimento: è anestesia collettiva.

Serve una disintossicazione culturale. E urgente. Serve il ritorno al tempo lento, alla profondità, al dubbio. Serve leggere. Ma non leggere qualsiasi cosa: leggere per risvegliare il pensiero critico, la capacità di argomentare, di resistere alla semplificazione.

Ecco 5 libri indispensabili per chi vuole salvarsi dalla stupidità di massa:

“Pensieri lenti e veloci” – Daniel Kahneman
Un viaggio straordinario nella psicologia del pensiero umano: perché decidiamo male, perché ci accontentiamo di scorciatoie mentali, e come possiamo recuperare il controllo razionale.

“1984” – George Orwell
Non è solo distopia: è il manuale di sopravvivenza intellettuale per chi vive in una realtà filtrata da algoritmi e manipolazioni cognitive.

“Homo Deus” – Yuval Noah Harari
Una riflessione sul futuro dell’umanità e sui rischi di affidare la nostra coscienza alle intelligenze artificiali e ai modelli algoritmici.

“Il mondo nuovo” – Aldous Huxley
La società ipnotizzata da piaceri superficiali che Huxley immaginava è oggi una realtà più concreta dei suoi incubi.

“L’arte di pensare” – Ernest Dimnet
Un invito prezioso e dimenticato a tornare alla riflessione, alla profondità, al pensiero indipendente.

Chiunque stia leggendo questo articolo dovrebbe porsi una sfida immediata: per ogni minuto passato a guardare video brevi, dedicare due minuti alla lettura di un buon libro. Ma se si arrivasse a non perdere neppure un secondo su questi brevi video non sarebbe neppure così male. È un atto di ribellione, ma anche di sopravvivenza mentale.

Non c’è nessuna scusa valida per continuare a farsi lobotomizzare da contenuti che durano 12 secondi. Spegni il volume, chiudi l’app, apri un libro. E ricomincia a pensare. Prima che sia troppo tardi.