I Pirati non erano criminali: erano anarchici meglio organizzati di noi

Quando pensiamo ai pirati, l’immaginario collettivo ci spara subito in testa una raffica di stereotipi: uomini rozzi, assetati di sangue e rum, sporchi, urlanti, violenti. Criminali, in una parola. E invece, la verità è che i pirati erano molto più organizzati, democratici e giusti di molte società “civili” del loro tempo. E soprattutto: erano anarchici. Non nel senso vago e caotico che il termine ha assunto nell’uso comune – quello che fa comodo a chi l’anarchia vuole solo denigrarla – ma anarchici autentici: uomini e donne liberi, auto-organizzati, senza padroni, con un senso profondo di giustizia e collettività.

Questa visione alternativa non nasce da fantasia romantica, ma dalla lettura attenta della loro storia reale, molto diversa da quella dei racconti per bambini o dei blockbuster hollywoodiani. Basta lasciarsi alle spalle i pregiudizi e leggere. Un punto di partenza fondamentale è “Storia generale dei pirati”, raccolta di racconti e cronache attribuita a un certo Capitano Charles Johnson (forse uno pseudonimo di Daniel Defoe), pubblicata nel 1724. L’opera non solo offre biografie dettagliate dei pirati più noti – da Barbanera a Anne Bonny – ma descrive le loro abitudini sociali, i codici di condotta, i patti firmati prima di salpare. Sì, avete capito bene: firmati. I pirati si davano regole comuni, decidendo collettivamente come dividersi il bottino, come punire i comportamenti scorretti, come sostentare chi rimaneva ferito o mutilato in battaglia. Praticavano la democrazia diretta a bordo, eleggevano il capitano, lo destituivano se abusava del suo potere. E tutto questo nel bel mezzo del XVIII secolo, mentre le monarchie europee governavano ancora per diritto divino e schiacciavano le masse con fame e guerre.

Un altro libro che rovescia la narrativa dominante è “All’ombra del Jolly Roger” della casa editrice Heleutera. È un testo che prende la storia dei pirati sul serio, non come favola o folklore, ma come fenomeno politico e sociale. Mostra come la pirateria non sia stata una semplice forma di criminalità, ma una risposta concreta e radicale alle disuguaglianze dell’epoca, al sistema coloniale, allo sfruttamento brutale delle marine militari. I pirati scappavano dalla schiavitù, dalla povertà e dalla guerra per creare una nuova forma di vita comunitaria: illegale, certo, ma eticamente più avanzata del mondo “legale” che avevano lasciato.

Anche “I dannati della terra. Pirati, fuorilegge e altre forme di ribellione” di Marcus Rediker (pubblicato in Italia da Feltrinelli) è una lettura essenziale. Rediker ci accompagna nella vita quotidiana dei pirati, degli schiavi ribelli, dei marinai in rivolta e degli esclusi che hanno sfidato il potere imperiale. La sua ricerca storica ci mostra che queste “canaglie” erano in realtà portatori di nuove idee sociali, solidali e libertarie, veri e propri anticipatori di un altro mondo possibile.

Infine, “Tra flagelli e rivolta. Storia sociale della marina inglese (1661-1783)”, sempre di Rediker e disponibile per Alegre Edizioni, approfondisce le radici della pirateria nei movimenti di resistenza dentro le stesse flotte militari. La rivolta dei marinai contro la disciplina brutale e la gerarchia feroce è stata una delle prime forme di lotta operaia: molti di loro sono poi diventati pirati non per amore del crimine, ma per sete di giustizia e libertà.

Eppure questa storia ci è stata negata. È stata semplificata, distorta, resa innocua. Perché? Perché il pirata anarchico, quello vero, è pericoloso per l’ordine costituito. Perché raccontare la loro organizzazione interna significa ammettere che l’autogestione funziona, che la democrazia dal basso è possibile, che si può vivere senza padroni. E questo disturba chi i padroni li vuole mantenere.

L’anarchia, come quella praticata dai pirati, non è caos: è responsabilità condivisa, è mutuo appoggio, è libertà costruita insieme agli altri. E come loro, anche noi potremmo viverla se solo smettessimo di temerla. Ma finché lasceremo che la cultura dominante ci racconti l’anarchia come un buco nero di violenza e disordine, proprio come ha fatto con i pirati, non faremo altro che rinunciare alla nostra possibilità di essere liberi.

I pirati ci hanno lasciato una lezione: quando l’ingiustizia è legge, la disobbedienza è una forma di organizzazione. E se imparassimo davvero da loro, forse capiremmo che l’anarchia non è il problema. È la risposta.

La lettura immersiva in realtà aumentata: fantascienza o futuro prossimo?

Immagina di aprire un libro e vedere le sue parole prendere vita intorno a te. I personaggi si muovono nella stanza, la colonna sonora si adatta al tono della scena, e un narratore sussurra tra le righe mentre le pagine scorrono da sole con un gesto della mano. Non è una scena uscita da un film di fantascienza: è una possibilità reale, e sempre più vicina, grazie alla realtà aumentata (AR).

Negli ultimi anni, la lettura ha iniziato a trasformarsi profondamente. Se l’e-book e l’audiolibro hanno già rivoluzionato l’esperienza di lettura, l’AR promette un passo ulteriore: fondere mondo reale e contenuto digitale in un’unica esperienza immersiva. Non si tratta più solo di leggere, ma di entrare dentro il libro. Le prime sperimentazioni in questo campo stanno già prendendo forma, soprattutto nell’ambito dell’editoria per ragazzi, dell’educazione e della narrativa interattiva.

Un esempio concreto è l’app Wonderscope, che trasforma racconti per bambini in esperienze AR in cui i personaggi “appaiono” nella stanza e interagiscono con il lettore, stimolando la partecipazione attiva. Un altro caso interessante è Bookful, una piattaforma che arricchisce libri già esistenti (come titoli di Eric Carle o Roald Dahl) con animazioni 3D e giochi educativi. Anche nel settore educativo, progetti come Merge EDU permettono agli studenti di esplorare concetti scientifici leggendo e interagendo con oggetti virtuali in tempo reale. E nel mondo dell’arte, l’artista Keichi Matsuda ha creato video-narrazioni interattive in AR che fondono architettura, testo e spazio urbano.

Secondo Statista, il mercato della realtà aumentata crescerà fino a superare i 58 miliardi di dollari entro il 2028, con un settore educativo e culturale in espansione. Una parte sempre più consistente di questa tecnologia sarà dedicata proprio a contenuti editoriali, narrativa interattiva e storytelling immersivo.

Il futuro del lettore moderno sarà molto più che digitale. Sarà sinestetico: una parola che indica l’integrazione di più sensi in un’unica esperienza. Nella lettura immersiva, infatti, non si usano solo gli occhi per leggere un testo, ma anche l’udito per ascoltare suoni ambientali o voci narranti, la vista per osservare animazioni tridimensionali, e persino il tatto, grazie a dispositivi interattivi. La lettura sinestetica non è solo “vedere” il contenuto, ma sentirlo, ascoltarlo, viverlo con il corpo e la mente insieme. Questo tipo di coinvolgimento multisensoriale stimola l’attenzione, favorisce l’apprendimento e crea un legame emotivo più profondo con la storia.

Un lettore del 2035 potrebbe indossare occhiali AR e accedere istantaneamente a una biblioteca visiva personale: leggere un libro con traduzione simultanea, vedere note e riferimenti apparire a lato come ologrammi, esplorare scene in 3D, oppure “camminare” in un romanzo, avanzando pagina dopo pagina come se si muovesse in un videogioco. Le emozioni dei personaggi potrebbero essere accompagnate da musica ambientale, i paesaggi descritti potrebbero trasformare la stanza reale in un mondo fantastico.

Ma ci sarà anche una reazione parallela: alcuni lettori riscopriranno la lentezza e la carta proprio come risposta a un eccesso di stimoli digitali. Per questo il futuro non sarà uno scontro tra tecnologia e lettura tradizionale, ma una convivenza di modi diversi di leggere, adatti a momenti e bisogni differenti.

Insomma, la lettura immersiva in realtà aumentata è ancora in fase di esplorazione, ma non è più una semplice fantasia. È una nuova frontiera narrativa che sta già plasmando il modo in cui vivremo le storie. Il lettore moderno non sarà più solo un consumatore di parole, ma un esploratore di mondi narrativi multisensoriali. E forse, molto presto, potremo davvero dire di non leggere più un romanzo… ma di viverlo.

Corto Maltese il marinaio che rifiutò ogni padrone. Anarchico (ma non lo sa).

Corto Maltese non ha bisogno di proclami: è anarchico senza bisogno di dirlo. Non per ideologia, non per moda, ma per temperamento. È un anarchico come lo intendeva Camus: uno che “non si inginocchia”, mai. Non davanti a un re, né a una bandiera, né tantomeno a un dio. Vive per conto suo, secondo regole non scritte, e questo basta per renderlo una figura di rottura nel panorama del fumetto e della letteratura del Novecento.

Creato da Hugo Pratt nel 1967, Corto è il marinaio senza nave che naviga attraverso guerre mondiali, rivoluzioni e leggende antiche, sempre in equilibrio tra la storia e il mito. Ma a differenza di tanti eroi d’avventura, lui non serve mai nessuno. Nessuna patria, nessun esercito, nessun interesse privato. Sceglie da che parte stare ogni volta, in base a una bussola interiore che ha poco a che vedere con la legge o la convenienza. Corto non è un eroe, è un uomo libero.

Questo spirito lo ritroviamo anche nei romanzi pubblicati da Sellerio, scritti da Marco Steiner, allievo e collaboratore di Pratt. In Il corvo di pietra, per esempio, vediamo un Corto ancora giovane, inquieto, già ostile all’autorità ma capace di umanità sincera. Nella raffinata scrittura di Steiner si coglie la malinconia e la leggerezza di chi non cerca gloria ma solo una strada propria. Non è un ribelle da cartolina, è un anarchico sentimentale, che aiuta senza chiedere nulla in cambio.

Il suo legame con l’anarchismo storico è più profondo di quanto sembri. Mikhail Bakunin scriveva che “la passione per la distruzione è anche una passione creativa”. Corto, con il suo disincanto attivo, distrugge ogni certezza imposta, ma lo fa per restare fedele a un’etica silenziosa, mai esibita. È vicino anche a Errico Malatesta, che insisteva sull’azione diretta, sulla responsabilità personale, sulla coerenza quotidiana tra mezzi e fini. Corto non teorizza nulla, ma vive tutto questo ogni giorno.

In Oltremare, sempre edito da Sellerio, Steiner lo accompagna tra l’Oriente, i sogni, e i margini del reale. Corto è lì dove c’è un segreto da ascoltare, una voce da seguire, una storia che merita rispetto. Non è un uomo che vuole cambiare il mondo: vuole viverlo con dignità, senza diventare schiavo. È un anarchico senza saperlo, e questo lo rende raro.

La scena simbolo della sua filosofia resta quella, indimenticabile, di Una ballata del mare salato: quando scopre che nella sua mano manca la linea della fortuna, e decide di incidersela da solo. È tutto lì, il suo anarchismo: non affidarsi al destino, ma farselo da sé. Un gesto che vale più di un trattato.

Corto Maltese non ha bisogno di bandiere perché non ne sopporta nessuna. È anarchico perché non si lascia addomesticare. Perché ogni volta che può scegliere, sceglie la libertà, anche se costa caro. E quando scompare all’orizzonte, silenzioso e senza spiegazioni, ci lascia con la sensazione che forse l’uomo libero esiste davvero. Almeno nei fumetti. O almeno nei sogni.

Ti stanno rincoglionendo a colpi di video da 15 secondi: disintossicati prima che sia troppo tardi

Nel 2025, pensare con la propria testa è un atto di ribellione. Ogni scroll su Instagram, ogni like su TikTok, ogni commento su Facebook è una microdosi di anestetico che ci rende meno liberi, meno consapevoli, più docili. I social network non sono piazze virtuali di libera espressione: sono recinti digitali dove veniamo nutriti di stimoli e monitorati come polli da allevamento.

Secondo il rapporto “Digital 2024” pubblicato da We Are Social e Meltwater, l’utente medio globale passa circa 6 ore e 40 minuti al giorno online, di cui 2 ore e 23 minuti sui social media. Non si tratta solo di tempo buttato: è tempo ceduto. In cambio di cosa? Intrattenimento superficiale, ansia, dipendenza e soprattutto: dati. Il nostro comportamento, i nostri gusti, le nostre debolezze vengono tradotti in profilazione psicometrica per campagne pubblicitarie sempre più invasive e personalizzate. Sei triste? Ecco uno sconto per un antidepressivo. Ti senti solo? Una pubblicità di un’app di incontri ti aspetta. Siamo diventati prodotti, non utenti.

Ma il veleno più subdolo ha un nome preciso: video brevi. TikTok, Instagram Reels, YouTube Shorts. Contenuti da 15 a 60 secondi progettati per essere ipercoinvolgenti, iperstimolanti, iperassuefacenti. Secondo uno studio del Journal of Behavioral Addictions, l’esposizione prolungata a questi formati riduce drasticamente la soglia di attenzione: il nostro cervello, abituato a un bombardamento continuo di stimoli, fatica a concentrarsi su contenuti più lunghi e profondi. In altre parole: più TikTok guardi, meno riesci a leggere un libro o sostenere una conversazione.

E non è solo una questione cognitiva. È emotiva. I video brevi sono progettati per scatenare reazioni viscerali: risate, indignazione, desiderio, invidia. Un algoritmo premia ciò che ti destabilizza. Il contenuto riflessivo non performa. Vince chi urla, chi mostra, chi sciocca. Ciò che stai guardando non è casuale: è stato scelto perché ti tiene lì, vulnerabile, manipolabile, pronto a comprare, cliccare, condividere.

Disintossicarsi è difficile. Ma necessario.

Ecco alcune azioni concrete per iniziare:

Elimina le app dal telefono per una settimana. Ti sorprenderai di quanto tempo libero riapparirà.

Smetti di pubblicare. Nessuno ha davvero bisogno di sapere cosa hai mangiato o dove sei andato in vacanza.

Installa estensioni come News Feed Eradicator o usa browser con blocco dei tracker come Brave.

Fissa orari precisi per controllare le notifiche, invece di essere costantemente reattivo.

Coltiva silenzio e noia: sono il terreno fertile della creatività e del pensiero critico.

Imponiti un “digiuno digitale” dai video brevi per almeno 30 giorni. Rieduca il tuo cervello a tollerare la complessità.

Se vuoi andare oltre, ecco alcuni libri che dovrebbero essere letti da chiunque abbia toccato uno schermo negli ultimi dieci anni:

“Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” di Jaron Lanier – uno dei padri fondatori della realtà virtuale che oggi suona l’allarme sul potere tossico delle piattaforme.

“L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg – un elogio alla lentezza e alla contemplazione.

“Surveillance Capitalism” di Shoshana Zuboff – forse il libro più spaventoso mai scritto sull’economia del controllo digitale.

“Digital Minimalism” di Cal Newport – una guida pratica per riprendersi il tempo e l’attenzione.

Disconnettersi oggi è un atto radicale. È scegliere di pensare, scegliere di sentire, scegliere di vivere senza essere manipolati. Non è facile, ma è possibile. E forse, è l’unica vera forma di libertà che ci è rimasta.

Chi non legge è già fascista: come l’ignoranza alimenta il ritorno dei mostri

Chi oggi dice che “Mussolini ha fatto anche cose buone” non sta esprimendo un’opinione: sta rivelando la propria ignoranza crassa e pericolosa. Chi oggi si dichiara “patriota” ma strizza l’occhio al fascismo o al nazismo, lo fa perché non ha letto un libro in vita sua, non conosce la storia, o peggio ancora, la conosce e la distorce in malafede.

Non è un dibattito. Non è uno scambio democratico. È propaganda tossica di gente che ha fatto della disinformazione una religione e dell’ignoranza un vanto.

Hannah Arendt, nel suo capolavoro La banalità del male, racconta di Adolf Eichmann, uno dei macellai dell’Olocausto. Non era un genio del male. Era un idiota grigio, mediocre, un burocrate privo di pensiero critico, incapace di capire l’orrore a cui partecipava. Era come molti di quelli che oggi affollano i commenti online inneggiando al Duce con la grammatica di un bambino delle elementari. Gente che crede di essere “contro il sistema” ma si schiera sempre dalla parte degli aguzzini, degli assassini, dei carnefici.

Chi oggi si dice fascista, neonazista, o anche solo “nostalgico” è un nemico della civiltà. È uno che calpesta la memoria di milioni di morti, uno che giustifica torture, guerre, leggi razziali, censura, deportazioni. È uno che, se fosse nato negli anni ’20, avrebbe fatto la spia per l’OVRA o avrebbe applaudito le leggi razziali del ‘38.

E poi ci sono quelli “moderati”, che non si definiscono fascisti ma ripetono a pappagallo “Mussolini ha fatto anche cose buone”. Sì, come no: Hitler ha fatto le autostrade, Stalin ha fatto alfabetizzare i contadini, Pol Pot ha ridotto l’obesità. E allora? I crimini contro l’umanità si cancellano con quattro binari e due scuole? È così che si ragiona quando si è ignoranti, pigri, disinformati e intellettualmente disonesti.

Mussolini non solo non ha fatto “cose buone”: ha trascinato l’Italia nel disastro, ha umiliato gli italiani, li ha mandati a morire in Africa per deliri imperialisti ridicoli, li ha resi servi di Hitler, li ha definiti codardi e indisciplinati, ha imposto la censura, il carcere per gli oppositori, il confino per i giornalisti, ha fatto sparire o assassinare chi dissentiva. E nel 1938, con il Manifesto della Razza, ha trasformato milioni di cittadini italiani in subumani, cacciandoli dalle scuole, dagli uffici, dalla vita.

Chi oggi non sa queste cose, o peggio le nega, è parte del problema. È un complice. E se non legge, se non studia, se non si prende il tempo di capire, allora è già pronto per rifare tutto daccapo: per obbedire, per odiare, per giustificare.

Per questo bisogna leggere. Per non diventare come loro. Per non essere quella massa di Eichmann in potenza che oggi commenta con svastiche, “duce duce” e fake news, sognando il manganello e il campo di concentramento. Bisogna leggere La banalità del male (Arendt), Il fascismo eterno (Eco), Mussolini ha fatto anche cose buone (Filippi), Se questo è un uomo (Levi), Storia del fascismo (Gentile). Non sono libri da intellettuali: sono manuali di sopravvivenza morale.

Chi non legge, oggi, non è solo ignorante: è pericoloso. Perché basta una crisi, una paura, un colpevole facile, e sono pronti a riaccendere i forni. E se pensi che sia un’esagerazione, allora leggi di più.

“La proprietà è un furto!”: Proudhon, lo scandalo che non smette di bruciare

Cosa resta oggi dell’opera di Pierre-Joseph Proudhon, il primo pensatore che osò dichiararsi “anarchico” e che con un solo aforisma—“La proprietà è un furto”—mise in crisi secoli di pensiero giuridico e borghese? La nuova edizione italiana di Critica della proprietà e dello Stato, pubblicata da Elèuthera, riporta alla luce un autore che ha avuto il coraggio di smascherare le contraddizioni strutturali della società moderna, senza mai cedere alla retorica rivoluzionaria o all’utopia ingenua.

Proudhon non attacca la proprietà in sé, bensì la forma iniqua e accumulativa che essa assume nel sistema capitalistico. Non si tratta di negare la legittima tutela dei frutti del proprio lavoro, ma di denunciare la trasformazione della proprietà in privilegio, in dominio, in usurpazione legale. “La proprietà è la più grande forza assorbente della società”, scrive, “la sua tendenza è di divorare tutto.”

Il suo è un pensiero radicale e lucido, spesso disarmante per la sua chiarezza: “Essere governati significa essere guardati, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, regolati, parcheggiati, indottrinati…”. È un attacco frontale non solo contro l’economia politica borghese, ma contro l’intero apparato statale che ne garantisce l’ordine, attraverso il monopolio della legge e della violenza.

Ed è proprio qui che il pensiero di Proudhon torna ad essere più attuale che mai, nell’era del neoliberismo. Quel sistema che si presenta come “naturale”, inevitabile, tecnico, e che ha ridotto la democrazia a una cornice vuota dove tutto è mercificabile: la casa, l’istruzione, la salute, il tempo. Il neoliberismo ha fuso in un’unica entità ciò che Proudhon ha sempre voluto separare: Stato e Capitale, dominio pubblico e sfruttamento privato. Ha mascherato la violenza del potere dietro la libertà del consumatore. Ha elevato la proprietà a principio etico e antropologico, oscurandone il carattere fondamentalmente escludente.

Oggi, nel nome della concorrenza, la proprietà si fa algoritmo, piattaforma, brevetto, capitale fittizio. Ma il suo meccanismo di fondo resta identico: sottrarre ricchezza sociale a beneficio di pochi. “Il governo dell’uomo da parte dell’uomo, sotto qualunque nome si presenti, è oppressione.” Questa frase, che può sembrare estrema, suona come una profezia lucida davanti ai moderni meccanismi di controllo economico, fiscale e digitale.

In un’epoca in cui lo Stato si traveste di efficienza tecnocratica e la proprietà privata è diventata un dogma intoccabile, rileggere Proudhon significa riscoprire una voce che parla direttamente al cuore delle diseguaglianze contemporanee. Con una scrittura tagliente, carica di rigore e passione, egli non offre consolazioni né ricette pronte. Ma costringe il lettore a pensare, a mettere in discussione le fondamenta del proprio mondo.

Questa nuova edizione di Critica della proprietà e dello Stato non è solo un prezioso lavoro editoriale: è un invito alla disobbedienza del pensiero, al coraggio dell’eresia intellettuale. Proudhon non è un pensatore da museo: è un detonatore. E oggi, più che mai, il mondo ha bisogno di esplodere.

Che tipo di lettore sei? Scoprilo (e raccontacelo) con il nostro sondaggio!

Ti ritrovi a leggere cinque libri alla volta o sei un lettore monogamo? Leggi solo a letto o anche mentre aspetti l’autobus? Pieghi l’angolo delle pagine? Annusi i libri? (Sì, anche questo conta!).

Abbiamo creato un sondaggio divertente, curioso e anche un po’ riflessivo, per capire insieme che tipo di lettori siamo, come viviamo la lettura e cosa ne pensiamo di un tema serio come l’analfabetismo funzionale, che riguarda più persone di quanto immaginiamo.

🔍 Cosa troverai nel sondaggio?

  • Domande sulle tue abitudini di lettura
  • Scelte strane (ma comuni) tra i lettori accaniti
  • Un piccolo focus su quanto riteniamo importante saper comprendere davvero ciò che leggiamo

🎯 Perché partecipare?
Per divertirti, riconoscerti (o sentirti meno solo/a nelle tue stranezze da lettore!) e contribuire a una riflessione collettiva che pubblicheremo presto con i risultati.

👉 [Partecipa al sondaggio cliccando qui!] https://forms.gle/EWi9RJTSEZapqEkn9

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Se sai leggere questo segnalibro è tuo. Se non sai leggere è ancora più tuo.

In Italia, 1 persona su 3 è un analfabeta funzionale. Legge, ma non capisce. Scorre un testo, ma non lo afferra. Firma un contratto, ma non ne coglie le clausole. Ascolta un telegiornale, ma non distingue un’opinione da un fatto. Questo non è un problema individuale: è una falla collettiva. Ed è da questa falla che nasce un gesto tanto semplice quanto necessario: regaleremo questi segnalibri a chiunque si avvicini.

Sì, li regaleremo. A chi ama leggere, a chi non lo fa da anni, a chi pensa di non avere tempo, a chi crede che leggere non serva più a niente. Non venderemo niente, non chiederemo niente in cambio. Solo la possibilità che questo piccolo oggetto accenda qualcosa. Una scintilla. Una curiosità. Una lettura.

I segnalibri che vedi in foto parlano chiaro.
Uno dice:
“1 italiano su 3 è un analfabeta funzionale. Questo segnalibro è per gli altri due.”
È una frase che colpisce, e deve farlo. Perché ci riguarda tutti.
L’altro aggiunge:
“Vorrei che tutti leggessero per diventare liberi.”
Ironico, sì. Ma tremendamente vero. Perché leggere significa difendersi. Non farsi confondere. Sapere. Scegliere.

Il segnalibro, in fondo, è un simbolo. Non solo di lettura, ma di pausa consapevole, di ritorno, di continuità. È il posto dove ti sei fermato, non per mollare, ma per riprendere fiato. È il punto da cui puoi ricominciare — oggi, domani, tra un anno. Regalare un segnalibro è come dire: “Non importa dove sei arrivato. Importa che tu voglia andare avanti.”

E così faremo: li doneremo a chiunque si avvicini. Nessuna selezione. Nessuna distinzione. Se tendi una mano, il segnalibro è tuo. Perché ognuno ha diritto a una storia. E anche a un punto da cui iniziarla o riprenderla.

Un giorno qualcuno troverà questo cartoncino infilato tra le pagine di un libro dimenticato. O magari glielo passerà un amico. E forse, leggendo quelle poche parole, inizierà a leggere anche il resto. E non si fermerà più.

Scopri di più su librotilovvo.com
Oppure vieni a prenderlo. È gratis, ma vale tantissimo.

Compendio dell’Anarchia – Un manuale essenziale per vivere senza padroni, tra teoria, pratica e possibilità reali.


In uscita il 12 giugno – di Luca Cappellini – disponibile in cartaceo e su Kindle

In un tempo in cui la parola “anarchia” è spesso malintesa, strumentalizzata o associata semplicemente al disordine, alla violenza o al caos, Luca Cappellini ci propone un’opera necessaria: Compendio dell’Anarchia. In uscita il 12 giugno, disponibile in formato cartaceo e su Kindle, questo libro non è un trattato accademico né un’opera militante chiusa in se stessa. È, invece, un compendio nel vero senso del termine: una raccolta ordinata, chiara, accessibile di idee, pratiche e riflessioni che permette di avvicinarsi all’anarchismo con consapevolezza, senza timore e senza scorciatoie.

Il compendio – lo dice la parola stessa – è una forma sintetica ma densa del sapere, pensata per offrire strumenti di orientamento, per incuriosire, stimolare, aprire percorsi. Ed è proprio questo che fa il Compendio dell’Anarchia: divulgare senza semplificare, ispirare senza indottrinare, offrire strumenti concreti per chi sente che un’altra organizzazione della società è possibile, desiderabile e, in molti casi, già presente.

Attraverso una serie di sezioni che affrontano l’anarchismo da diverse angolazioni – storica, etica, politica, economica, pedagogica, culturale – l’autore ci guida a riconoscere l’anarchia non come ideologia remota, ma come pratica quotidiana, come tensione alla libertà, come modalità di relazione. Il testo si apre con un’introduzione che sradica i pregiudizi comuni sull’anarchia, mostrando come molti gesti quotidiani – l’auto-organizzazione, l’aiuto reciproco, il rifiuto delle imposizioni ingiuste – siano già, inconsapevolmente, gesti anarchici.

Seguono sezioni dedicate alla storia del pensiero anarchico, alle sue evoluzioni e sfide, ma anche a riflessioni fondamentali sul potere, sulle gerarchie, sulla democrazia rappresentativa e sulla possibilità concreta di costruire modelli alternativi di convivenza. L’anarchia viene presentata come una forma di relazione, non come un’utopia astratta: vivere senza padroni, senza dominare né essere dominati, significa inventare ogni giorno spazi di libertà condivisa.

Una parte centrale del libro è dedicata alla pratica quotidiana dell’anarchia. Qui il pensiero libertario si traduce in esperienze, gesti, comportamenti: dalle reti di mutuo appoggio alla solidarietà concreta nei quartieri; dalle cooperative autogestite alle biblioteche; dai laboratori popolari ai centri sociali autogestiti; dal linguaggio inclusivo all’educazione orizzontale; dalla disobbedienza creativa al boicottaggio attivo. Non si tratta di sogni lontani, ma di pratiche già vive, spesso nascoste, che il libro porta alla luce con esempi concreti e percorsi reali.

Un’altra sezione essenziale è dedicata all’immaginazione radicale, alla capacità dell’anarchismo di proporre non solo una critica al sistema vigente, ma anche e soprattutto una costruzione attiva di mondi nuovi. L’immaginazione, in questo senso, non è evasione ma strumento di trasformazione: inventare forme di convivenza che non riproducano autorità, dominio, sfruttamento, è un esercizio politico e quotidiano.

Infine, il libro affronta un tema spesso controverso: quale rapporto tra anarchia e voto? Partecipare al sistema elettorale, o rifiutarlo in toto? Votare o astenersi? Con equilibrio e chiarezza, vengono esplorate le diverse posizioni anarchiche sull’argomento, senza dogmatismi, ma offrendo spunti seri per una riflessione autentica sulla rappresentanza, la delega, l’efficacia del cambiamento dall’interno delle istituzioni.

Arricchito da una raccolta di citazioni anarchiche suddivise per tematiche – dalla libertà al mutuo appoggio, dall’antiautoritarismo alla creatività radicale – il libro si presta anche alla lettura circolare, alla consultazione, al confronto collettivo. È pensato per chi si avvicina per la prima volta a queste idee e per chi cerca un modo semplice ma rigoroso per approfondirle.

Compendio dell’Anarchia è dunque molto più di una panoramica: è un invito all’azione, alla riflessione, alla trasformazione. È un libro che parla a chi sente il bisogno di alternative, che ha il coraggio di immaginare un mondo senza padroni, e la volontà di iniziare a costruirlo – non domani, ma oggi.

Un’opera che arriva nel momento giusto. Un libro da leggere, da condividere, da discutere. Perché l’anarchia, non è il caos. È un ordine senza dominio.

La Democrazia che non c’è: David Graeber e l’inganno dell’Occidente


Nel suo Critica della democrazia occidentale, David Graeber smaschera con lucidità l’inganno che si cela dietro le moderne democrazie liberali. Lungi dall’essere strumenti di partecipazione popolare, queste strutture si sono trasformate in sistemi oligarchici mascherati da rappresentanza, in cui la cittadinanza è ridotta a una finzione rituale, e il voto a un atto vuoto, privo di reale incidenza politica. È la democrazia del telecomando e dell’indifferenza, non della deliberazione e della cura per la cosa pubblica.


Nel suo “Critica della democrazia occidentale”, David Graeber smaschera con lucidità l’inganno che si cela dietro le moderne democrazie liberali. Lungi dall’essere strumenti di partecipazione popolare, queste strutture si sono trasformate in sistemi oligarchici mascherati da rappresentanza, in cui la cittadinanza è ridotta a una finzione rituale, e il voto a un atto vuoto, privo di reale incidenza politica. È la democrazia del telecomando e dell’indifferenza, non della deliberazione e della cura per la cosa pubblica.

L’illusione democratica si regge su un paradosso: mentre si proclama il trionfo della libertà, i cittadini si allontanano progressivamente dalla partecipazione reale, dalla comprensione dei problemi comuni, dalla responsabilità collettiva. Il sistema non solo non stimola la partecipazione, ma la soffoca. Chi vota spesso lo fa senza conoscenza, senza visione, spinto da appartenenze tribali o dalla propaganda. Come notano i sostenitori dell’epistocrazia — l’idea che il diritto di voto debba essere in qualche modo legato alla competenza — l’elettore medio somiglia più a un hooligan che a un cittadino: emotivo, disinformato, incapace di pensiero critico e facilmente manipolabile.

Eppure, la democrazia può esistere davvero — ma non nei parlamenti di Bruxelles o nei talk show televisivi. La lezione più profonda che emerge dal pensiero di Graeber è che la democrazia è una pratica quotidiana, comunitaria, fondata sulla cooperazione orizzontale. Le esperienze storiche e contemporanee del confederalismo democratico, delle assemblee autogestite, dei consigli popolari ci mostrano come si possa ricostruire un senso autentico di partecipazione. In questi contesti, l’idea epistocratica può trovare una nuova forma: non l’arroganza tecnocratica delle élite, ma la valorizzazione della conoscenza diffusa, il coinvolgimento attivo di chi sa perché vive i problemi sulla propria pelle.

In piccole comunità, dove il potere si esercita dal basso e in modo condiviso, si ricompone il legame tra libertà e responsabilità, tra politica e morale. Non è un sogno irrealizzabile, ma una strada concreta per riaccendere l’attenzione collettiva per la cosa pubblica. Perché la vera democrazia non è semplicemente il diritto di scegliere tra opzioni preconfezionate, ma la possibilità di decidere insieme, consapevolmente, i fini comuni.

In un’epoca in cui l’elettorato si comporta come una curva da stadio, diviso tra destra, sinistra e centro, incatenato a identità politiche vuote e incapace di pensare oltre il proprio tifo, la democrazia si svuota di senso. L’ignoranza non è solo una mancanza d’informazione: è una scelta culturale e morale, favorita da un sistema che scoraggia la comprensione e premia il consenso cieco. Ma questa apatia organizzata può essere infranta. Può essere sconfitta da cittadini consapevoli, che scelgono di pensare con la propria testa, di informarsi, di discutere, di decidere in modo competente, informato e soprattutto morale. Cittadini che rifiutano scorciatoie populiste, soluzioni semplici a problemi complessi, e che sanno che la vera libertà non è individualismo egoista, ma responsabilità condivisa.

L’elettore medio, poco informato e ancora meno coinvolto nel sociale pensa di essere di destra – sinistra – centro, ma in realtà è solo un tifosi hooligans manovrato da interessi del populista di turno che grazie ai Social con un costo bassissimo lo pilota come una marionetta per interessi privati e tornaconto personale.

Come scrisse Murray Bookchin, teorico dell’ecologia sociale e del municipalismo libertario:
“Se non facciamo della politica un’arte creativa che coinvolga gli esseri umani nel processo di gestione delle loro vite quotidiane, allora altri la useranno per governarci — e spesso contro di noi.”

Solo quando ci libereremo dall’automatismo dell’obbedienza e della tifoseria politica, e torneremo a essere cittadini attivi, pensanti e morali, potremo parlare davvero di democrazia. Quella vera. Quella che ancora non c’è.