IL 2026 O LA FINE DEL PENSIERO: MANUALE DI SOPRAVVIVENZA CONTRO L’IDIOCRAZIA

Il nuovo anno non dovrebbe essere solo un cambio di calendario, ma un atto di ribellione. Ribellione contro il rumore, la superficialità, la regressione culturale che avanza travestita da intrattenimento. Il 2026 può e deve diventare l’anno della disintossicazione mentale, prima che il tempo dell’idiocracy diventi l’unico orizzonte possibile.

Primo proposito: disintossicarsi dai social.
Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di riconoscere l’evidenza: piattaforme nate per connettere hanno finito per frammentare l’attenzione, impoverire il linguaggio e trasformare il pensiero in reazione istintiva. Meno scroll compulsivo, più silenzio. Meno like, più lucidità.

Secondo proposito: smettere di guardare brevi video che offuscano la mente e annebbiano il pensiero.
I video di pochi secondi non sono innocui: addestrano il cervello all’impazienza, rendono faticosa la concentrazione, uccidono la complessità. La mente, come un muscolo, si atrofizza se usata solo per riflessi automatici. Recuperare la capacità di attenzione profonda è un atto rivoluzionario.

Terzo proposito: prendere le distanze dagli analfabeti funzionali, ormai irrecuperabili.
Chi legge ma non comprende, chi ascolta ma non capisce, chi ripete slogan senza mai interrogarsi: non è élite, è autodifesa. Il dialogo è possibile solo dove esiste un terreno minimo di razionalità. Insistere oltre è tempo sprecato, energia bruciata.

Quarto proposito: non discutere con ignoranti tifosi hooligan della politica.
La politica ridotta a tifo da stadio è una delle malattie più gravi del nostro tempo. Non esistono idee, solo appartenenze; non esistono fatti, solo insulti. Discutere con chi urla non è confronto: è complicità nel degrado del discorso pubblico.

Quinto proposito: leggere ogni mattina un quotidiano.
Non titoli urlati sui social, ma articoli completi, analisi, contesto. Informarsi richiede tempo e fatica, ma è l’unico antidoto alla manipolazione di massa. La democrazia muore quando i cittadini smettono di capire ciò che accade.

Sesto proposito: leggere un libro a settimana.
Un libro è un atto di resistenza contro la velocità tossica del presente. È allenamento al pensiero complesso, alla memoria, all’empatia. Un libro a settimana non è un lusso: è igiene mentale.

Il tempo dell’idiocracy si espande ogni giorno di più. Celebra l’ignoranza, sospetta della competenza, deride il pensiero critico. È un pericolo reale per la sopravvivenza della specie umana, perché una società che non pensa è una società che si autodistrugge.

Il 2026 non sarà migliore da solo. O lo rendiamo tale con scelte radicali, o continueremo a scivolare lentamente verso un futuro più stupido, più violento e più facile da controllare. La vera rivoluzione, oggi, è restare intelligenti.

IL GREGGE DIGITALE: PERCHÉ I SOCIAL CI HANNO TOLTO IL DIRITTO DI TACERE (E DI STUDIARE)

Oggi non è più permesso non avere un’opinione. Non importa se l’argomento è la fisica quantistica, la riforma del Codice di Procedura Penale o la funzione sociologica dei centri sociali: l’algoritmo ci impone di schierarci ora, subito e con violenza.

Siamo diventati un esercito di “esperti del nulla”, alimentati da brevi video che condensano problemi millenari in slogan da 15 secondi. Il risultato? Una polarizzazione da stadio dove l’utente medio, che faticherebbe a interpretare un verbale di assemblea condominiale, pretende di spiegare la Giustizia a chi ha passato la vita sui libri. L’analfabeta funzionale vuole convincere gli altri di votare si o no sulla separazione delle carriere nel prossimo referendum quando dovrebbe pensare a separarsi dall’uso compulsivo dai social.

I militanti della propria curva politica, arruolati nel combattere i centri sociali, argomento del momento, senza sapere nulla su cosa fanno, quale ruolo hanno nel proprio quartiere, quali attività culturali portano avanti, non sanno nulla ma sui social si schierano nella propria trincea di ignoranza e supponenza.

Il “Potere” non ha più bisogno di censurare le notizie; gli basta distrarci con lo scontro continuo, trasformando temi complessi in una rissa tra tifoserie di destra e sinistra.

La lettura è l’unico antidoto a questa deriva. Leggere significa accettare la complessità, abitare il dubbio e, soprattutto, riconoscere i propri limiti.


Una lettura per smascherare il meccanismo

Ecco un libro fondamentale per capire come siamo finiti in questa trappola e come uscirne.

“Psicologia delle folle” – di Gustave Le Bon

Nonostante sia stato scritto alla fine dell’Ottocento, questo testo è di un’attualità sconvolgente. Le Bon analizza come l’individuo, quando diventa parte di una “massa” (oggi diremmo una community o un thread sui social), perda la propria capacità di ragionamento critico per regredire a uno stato impulsivo e irrazionale.

  • Perché leggerlo: Ti aiuterà a capire perché le persone sui social si comportano come “hooligans”. La folla non cerca la verità, ma illusioni e qualcuno da seguire (o da abbattere). È il manuale perfetto per capire come i politici e gli algoritmi manipolano le nostre emozioni più basse.

“Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.”Bertrand Russell

BANDIERA NERA. UN SIMBOLO DI LIBERTÀ SENZA CONFINI.

La bandiera nera non è soltanto un pezzo di stoffa: è un segnale intenzionale, un’idea che si oppone al dogma del nazionalismo e al mito dell’appartenenza per sangue, territorio o confine. Mentre le bandiere delle nazioni pretendono di rappresentare popoli interi attraverso colori, stemmi e miti fondativi, la bandiera nera sceglie un’altra strada: la sottrazione al potere, il rifiuto dell’autorità imposta, la libertà come pratica concreta.

Le bandiere nazionali funzionano come strumenti di identificazione e obbedienza. Racchiudono individui diversi sotto un’unica narrazione, spesso costruita dall’alto, e chiedono lealtà in cambio di una promessa di protezione. La bandiera nera, al contrario, non chiede fedeltà: invita alla responsabilità. Non impone un’identità: lascia spazio alle identità plurali. Non giustifica confini, eserciti o gerarchie: li mette in discussione.

“In democrazia, un partito dedica sempre il grosso delle proprie energie a cercare di dimostrare che l’altro partito è inadatto a governare; e in genere tutti e due ci riescono, e hanno ragione.”

(Henry Louis Mencken)

Questa frase coglie il cuore del problema: la politica istituzionale, anche quando si veste di colori diversi, resta intrappolata nella logica del potere, della competizione e della delega. Le bandiere dei partiti e delle nazioni servono spesso più a mascherare l’impotenza reale che a produrre cambiamenti concreti. La bandiera nera nasce proprio da questa consapevolezza: non aspettare che qualcuno governi meglio, ma costruire relazioni sociali diverse, orizzontali, solidali.

LA BANDIERA NERA È UN MESSAGGIO POSITIVO

Contrariamente agli stereotipi diffusi, la bandiera nera non è simbolo di distruzione, nichilismo o caos. È, al contrario, un messaggio profondamente positivo. Il nero non cancella: accoglie. È il colore che rifiuta di imporsi sugli altri e proprio per questo lascia spazio alla pluralità, alle differenze, alle possibilità non ancora scritte.

La bandiera nera non promette salvezze nazionali né identità prefabbricate. Afferma la responsabilità individuale, la cooperazione volontaria, la libertà come pratica quotidiana e non come concessione dello Stato. Dove le bandiere nazionali chiedono obbedienza, la bandiera nera propone relazioni. Dove i confini dividono, suggerisce reti. Dove il potere centralizza, indica l’autogestione.

È un simbolo positivo perché non delega: invita ad agire. È positivo perché non idealizza un popolo astratto, ma si concentra sulle persone reali. È positivo perché non ha bisogno di nemici esterni per esistere: nasce dal desiderio di una vita più giusta, solidale e libera, qui e ora.

In questo senso la bandiera nera non è solo “contro” qualcosa: è per la dignità, per l’autonomia, per la capacità umana di organizzarsi senza padroni. Un simbolo essenziale, ma carico di possibilità.

TRE LIBRI PER APPROFONDIRE

1) La rivoluzione comincia ora – Lorenzo Pezzica
Un libro italiano che intreccia ricerca storica e narrazione per raccontare l’anarchismo vissuto, fatto di scelte quotidiane, conflitti reali e pratiche di libertà. Pezzica restituisce spessore umano a figure spesso marginalizzate dalla storia ufficiale, mostrando come l’anarchia non sia un’utopia astratta ma un percorso concreto.

2) Anarchia come organizzazione – Colin Ward
Un testo fondamentale che ribalta il luogo comune anarchia=disordine. Ward dimostra come molte forme di cooperazione spontanea, autogestione e mutuo aiuto già esistano nella società. Un libro chiaro, razionale e potentemente sovversivo, pubblicato in Italia da Elèuthera.

3) Le ragioni dell’anarchia – AA.VV.
Una raccolta di saggi che affronta i nodi centrali del pensiero anarchico: potere, democrazia, libertà, organizzazione sociale. Un’ottima introduzione pluralista, capace di mostrare la ricchezza e la complessità del pensiero libertario contemporaneo.

La bandiera nera non rappresenta una nazione, ma una possibilità. Non un’identità chiusa, ma una tensione aperta verso la libertà. In un mondo saturo di confini e simboli di potere, resta uno dei pochi segni che non chiede di essere seguito, ma compreso.

DON GALLO, ANGELICAMENTE ANARCHICO. PAROLE, LIBRI E SCELTE DI PARTE

Andrea Don Gallo non è stato un personaggio da celebrare, ma una presenza da assumere. Non un santino, bensì una spina nel fianco. “Angelicamente anarchico” non è una formula suggestiva: è una posizione politica, spirituale e umana. Don Gallo ha dimostrato che non esiste fede senza conflitto e che non esiste Vangelo senza una scelta netta di campo.

Ha camminato con gli ultimi non per bontà, ma per giustizia. Ha scelto la strada contro le sacrestie, i corpi vivi contro le astrazioni morali, la disobbedienza quando l’obbedienza diventava complicità. I suoi libri non chiedono consenso: chiedono responsabilità.

UNA VOCE SCOMODA, UNA FEDE INQUIETA

Don Gallo ha messo in discussione l’idea di neutralità. Per lui non esisteva il “non schierarsi”: di fronte alla povertà, alla repressione, alla discriminazione, stare in silenzio significava stare dalla parte del potere. La sua teologia nasceva dal basso, dalla carne ferita delle persone, e per questo risultava spesso inaccettabile per le gerarchie.

Ha difeso chi non aveva voce e ha pagato il prezzo dell’isolamento istituzionale senza mai rinnegare la propria appartenenza. Prete sì, ma mai funzionario del sacro.

LE SUE POSIZIONI: NON OPINIONI, MA SCELTE

Diritti LGBTQ+
Don Gallo è stato apertamente dalla parte delle persone omosessuali e trans. Ha partecipato ai Pride, ha accolto chi veniva respinto, ha denunciato l’ipocrisia di una Chiesa più preoccupata della dottrina che delle persone. Per lui l’amore non aveva bisogno di autorizzazioni.

Antiproibizionismo e politiche sulla droga
Si è schierato contro le leggi repressive, sostenendo la riduzione del danno e il diritto alla cura. Criminalizzare chi cade, diceva, è solo un modo per lavarsi la coscienza e lasciare le persone sole.

Pacifismo radicale
Nessuna guerra è giusta. Nessuna violenza è necessaria. Don Gallo ha condannato la militarizzazione, la repressione del dissenso, le false narrazioni sulla sicurezza. La pace non è un’utopia, è una responsabilità.

Giustizia sociale e Costituzione
Ha difeso la Costituzione come testo antifascista e popolare, ricordando che diritti e dignità non sono concessioni ma conquiste. La fede, senza giustizia sociale, per lui diventava vuota retorica.

Critica alla Chiesa istituzionale
Non ha mai lasciato la Chiesa, ma non ha mai smesso di contestarla. Ha chiesto una Chiesa povera, disarmata, accogliente, capace di ascoltare invece di giudicare. Una Chiesa che stesse fuori, non sopra.

LIBRI DA LEGGERE COME ATTI DI RESISTENZA


Angelicamente anarchico — Autobiografia

Il libro centrale per capire Don Gallo. Qui c’è tutta la sua vita: la fede vissuta come disobbedienza, la politica come cura, la strada come unica vera università. Non è un racconto celebrativo, ma una chiamata all’azione.

Io non mi arrendo

Un libro che rifiuta ogni forma di resa morale. Don Gallo racconta la Comunità di San Benedetto al Porto come laboratorio di umanità e conflitto, dove l’accoglienza non è mai neutra ma profondamente politica.

Lettera ai giovani

Un testo breve e durissimo. Don Gallo parla ai giovani senza paternalismi, invitandoli a disobbedire, a studiare, a scegliere. È un appello contro l’apatia e l’adattamento, contro la rassegnazione elevata a normalità.

Il fiore pungente

Forse il libro più simbolico. Un fiore che punge, come la verità. Qui Don Gallo intreccia poesia e rabbia, tenerezza e denuncia. È un testo che non consola, ma sveglia. E oggi, più che mai, ne abbiamo bisogno.

NON UN RICORDO, MA UN IMPEGNO

Leggere Don Gallo non significa ricordare un “prete buono”, ma accettare una provocazione ancora viva. I suoi libri non servono a commuoversi, ma a prendere posizione. A capire che la neutralità è un privilegio e che la fede — religiosa o laica — senza giustizia è solo decorazione.

Andrea Don Gallo non chiedeva di essere seguito.
Chiedeva di camminare.
E di farlo, ostinatamente, in direzione contraria.

ANARCHIK. LEGGERÒ DEL MIO PEGGIO.


STORIA DI UN FUMETTO ANARCHICO NATO TRA CARTA, STRADA E MASCHERA.
LE ORIGINI: UN PERSONAGGIO CONTRO LO STATO

Anarchik nasce alla fine degli anni Sessanta come personaggio a fumetti ideato da Roberto Ambrosoli, disegnatore e militante anarchico. Fin dall’inizio è pensato come strumento di comunicazione politica non convenzionale: ironico, dissacrante, volutamente irriverente. Il suo motto, diventato celebre, è “Farò del mio peggio”, una risposta sarcastica all’idea di progresso, ordine e moralità imposti dall’alto.

Anarchik è uno dei primi esempi di personaggio grafico usato in ambito anarchico con una funzione esplicitamente popolare: non un simbolo austero, ma una figura capace di far ridere, provocare e circolare facilmente su volantini, riviste, manifesti e magliette. Il fumetto viene pubblicato soprattutto su A Rivista Anarchica, diventando nel tempo un segno riconoscibile dell’immaginario libertario italiano.

UNA GRAFICA SPORCA PER UN MESSAGGIO CHIARO

Il tratto di Anarchik è volutamente grezzo: linee spesse, volti caricaturali, movimento e caos. Non cerca la perfezione estetica, ma l’impatto immediato. Ogni vignetta sembra una piccola esplosione visiva, coerente con la bomba stilizzata che spesso accompagna il personaggio, più simbolica che distruttiva, usata per ridicolizzare l’autorità, la religione, la polizia e il potere in generale.

I testi sono brevi, secchi, taglienti. Più slogan che dialoghi, più pensieri disturbanti che narrazione lineare. Anarchik non spiega l’anarchia: la mette in scena.

IL PONTE DELLA GHISOLFA: QUANDO ANARCHIK DIVENTA CARNE

Un dettaglio fondamentale riguarda la nascita “fisica” del personaggio. All’inaugurazione del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano, storico centro del movimento libertario, Anarchik non fu solo disegnato: fu incarnato.

Per l’occasione venne realizzato un costume artigianale di Anarchik, trasformandolo in una maschera vivente utilizzata durante feste, iniziative e momenti pubblici. L’idea era portare l’anarchia fuori dalla carta stampata e dentro la strada, usando il linguaggio del teatro popolare e della parodia.

Il Ponte della Ghisolfa non è un semplice circolo ma un laboratorio politico, culturale e umano. Far nascere lì Anarchik significava affermare che l’anarchia doveva essere visibile, accessibile, perfino giocosa, senza perdere radicalità.

DA ANARCHIK AL GABIBBO: UN CORTOCIRCUITO CULTURALE

A vestire i panni di Anarchik fu Marco Silvestri, figura dell’underground milanese che anni dopo sarebbe diventata nota al grande pubblico come l’interprete del Gabibbo, la celebre mascotte televisiva.

Questo passaggio, apparentemente paradossale, racconta molto della forza delle maschere. Cambia il contesto, cambia il messaggio, ma resta il corpo che lo anima. Anarchik e il Gabibbo sono agli antipodi simbolici, eppure condividono una radice comune: l’esagerazione, la caricatura, la comunicazione diretta alle masse.

Anarchik dimostra così di essere un personaggio fluido, capace di attraversare mondi diversi senza mai diventare davvero innocuo.

ANARCHIA COME DOMANDA, NON COME DOTTRINA

Il fumetto Anarchik non propone un programma politico chiuso. L’anarchia che racconta è soprattutto un atteggiamento: dubbio permanente, rifiuto dell’obbedienza automatica, critica dell’autorità. Non offre soluzioni facili, ma invita a pensare.

Leggere Anarchik significa accettare di leggere del proprio peggio: rabbia, cinismo, desiderio di distruzione delle gabbie mentali prima ancora che di quelle materiali.

10 LIBRI CHE TI CONVINCERANNO AD ESSERE ANARCHICO

  1. L’ANARCHIA – GEORGE WOODCOCK

Una storia completa del pensiero anarchico. Ideale per capire che l’anarchia non è caos, ma una tradizione ricca e articolata.

  1. STATO E ANARCHIA – MICHAIL BAKUNIN

Un classico incendiario contro ogni forma di potere centralizzato. Ancora oggi disturbante e lucidissimo.

  1. L’ANARCHIA – ERRICO MALATESTA

Chiaro, diretto, umano. Spiega l’anarchia senza mitizzarla e senza semplificarla troppo.

  1. IL MUTUO APPOGGIO – PËTR KROPOTKIN

Un libro che distrugge l’idea che la competizione sia naturale. La cooperazione è rivoluzionaria.

  1. LA MORALE ANARCHICA – PËTR KROPOTKIN

Un’etica senza Stato, basata sulla responsabilità individuale e collettiva.

  1. L’UNICO E LA SUA PROPRIETÀ – MAX STIRNER

Radicale e disturbante. Ti costringe a chiederti quanto sei davvero libero.

  1. CHE COS’È LA PROPRIETÀ? – PIERRE-JOSEPH PROUDHON

Il libro che ha reso immortale una frase scomoda. Ancora attuale.

  1. ANARCHIA. IDEE PER L’UMANITÀ LIBERATA – NOAM CHOMSKY

Riflessioni moderne sul potere, il consenso e la libertà reale.

  1. PICCOLA STORIA DELL’ANARCHISMO – MARIANNE ENCKELL

Breve ma densissimo. Perfetto per orientarsi senza perdersi.

  1. VERSO IL NULLA CREATORE – RENZO NOVATORE

Poesia, individualismo e rivolta esistenziale. Un libro che non consola.

UN FINALE SENZA PACIFICAZIONE

Anarchik non vuole renderti migliore. Vuole renderti consapevole. Non promette un mondo giusto, ma uno sguardo meno addomesticato.

Tra fumetto, maschera e pensiero, Anarchik continua a ricordarci che la libertà non è una bandiera da sventolare, ma un conflitto da abitare.

E se alla fine restano solo domande, va bene così: l’anarchia comincia proprio da lì.

EPISTEMIA: PENSAVO DI ESSERE UN COGLIONE QUALSIASI, POI UN VIDEO DI 30 SECONDI MI HA SPIEGATO IL MONDO

C’è una nuova forma di onniscienza che circola leggera tra i feed social: dura meno di un minuto, ha un sottofondo musicale accattivante e si conclude con una frase che suona definitiva. Fine del dubbio, fine della complessità. Hai capito tutto.

Benvenuti nell’epoca dell’epistemia istantanea.

Prima però, fermiamoci un attimo sulle parole.
Epistème (dal greco) significa conoscenza fondata, sapere giustificato, non semplice opinione. Per Platone e Aristotele era ciò che si distingue dalla doxa, l’opinione appunto: mutevole, superficiale, spesso emotiva.
L’epistemologia è invece la riflessione su come nasce il sapere, su cosa rende una conoscenza affidabile, su quali sono i suoi limiti e le sue illusioni.

L’epistemia è il male dei nostri giorni. Una malattia che ci illude di sapere, un infinito accesso alle informazioni e con contenuti brevi e accattivanti ci illudono di sapere tutto.

Non so di non sapere.

Ed è qui che il corto circuito contemporaneo diventa evidente.

Oggi molte persone, dopo aver visto tre video e letto una mezza frase sopra un’immagine, si sentono autorizzate a spiegare il mondo. Economia, psicologia, filosofia, geopolitica, medicina: tutto sembra riducibile a una formula semplice, a un “te l’avevano nascosto”, a un “nessuno te lo dice”.

Il problema non è il video in sé. Il problema è l’illusione epistemica che produce.

Un contenuto rapido non ti rende stupido. Ma può convincerti di essere arrivato alla fine del percorso quando in realtà sei appena entrato nell’atrio. È la differenza tra avere un’informazione e avere una conoscenza. La prima è un dato isolato. La seconda è una struttura fatta di contesto, relazioni, verifiche, errori, ripensamenti.

La lettura — quella lunga, paziente, a volte scomoda — fa esattamente il contrario: ti restituisce il senso del limite. Un buon libro non ti fa sentire intelligente, ti rende più cauto. Non ti chiude il discorso, lo apre. Non ti dice “è così”, ma “vediamo se regge”.

Non è un caso che la cultura del “riassunto definitivo” sia profondamente antiepistemologica. L’idea che ogni problema complesso possa essere spiegato in 15 secondi non è solo falsa: è pericolosa. Perché elimina la responsabilità del pensiero. Se tutto è semplice, non serve studiare. Se tutto è evidente, il dubbio diventa un difetto.

E invece il dubbio è una virtù cognitiva.

UN LIBRO PER ANDARE PIÙ A FONDO

Nassim Nicholas Taleb – “Il cigno nero”

Il cigno nero è una vera e propria lezione di epistemologia contemporanea mascherata da saggio divulgativo. Taleb smonta l’idea che il mondo sia prevedibile e che la conoscenza consista nell’accumulare spiegazioni ordinate e rassicuranti.

Il punto centrale è semplice e devastante: non sappiamo quanto non sappiamo. Gli eventi più importanti della storia — personali e collettivi — sono spesso imprevedibili, spiegati solo dopo, con narrazioni che ci fanno sentire intelligenti a posteriori. Esattamente come accade nei social: una spiegazione rapida, lineare, convincente… e falsa.

Taleb attacca l’arroganza cognitiva, la fiducia cieca nei modelli semplici e l’illusione che basti “capire il meccanismo” per dominare la realtà. È un libro che disturba, perché toglie certezze invece di offrirne. Ed è proprio per questo che è necessario.

Dopo averlo letto, diventa molto più difficile credere a chi dice di aver capito tutto — soprattutto se lo ha fatto in un video di 30 secondi.

Leggere, in fondo, è un atto di resistenza. Contro la fretta, contro le semplificazioni, contro l’idea che il mondo possa stare in una didascalia. È accettare che la realtà sia più vasta di noi e che il pensiero richieda tempo.

Perché il vero sapere non ti fa sentire arrivato.
Ti fa venire voglia di continuare.

E forse la forma più alta di intelligenza, oggi, è avere il coraggio di dire: non lo so ancora — e aprire un libro.

LA STRAGE CHE I FASCISTI VORREBBERO FAR SPARIRE: PIAZZA FONTANA, GLI INNOCENTI ACCUSATI E LE OMBRE NERE DELLO STATO

Ci sono momenti in cui la storia di un Paese si biforca, e quello del 12 dicembre 1969, nella banca dell’Agricoltura a Milano, è uno di questi. La bomba di Piazza Fontana, con i suoi 17 morti, non fu soltanto l’inizio della stagione delle stragi neofasciste: segnò anche la costruzione di un’enorme menzogna di Stato, una verità artefatta costruita mettendo nel mirino chi non c’entrava nulla: gli anarchici.

Il libro La strage di Piazza Fontana di Saverio Ferrari, insieme ai materiali dell’Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre, ricostruisce con precisione chirurgica il contesto, i protagonisti e le responsabilità storiche della strage. La matrice è ricondotta all’estrema destra eversiva, in particolare ad ambienti vicini a Ordine Nuovo, mentre le indagini furono subito orientate — ingiustamente — contro il movimento anarchico milanese.

PINELLI, VALPREDA E LA MESSA IN SCENA DELL’ACCUSA AGLI ANARCHICI
IL FALSO COLPEVOLE: PIETRO VALPREDA

Pietro Valpreda, ballerino e anarchico romano, fu arrestato dopo poche ore dalla strage e trasformato in un capro espiatorio perfetto. Venne indicato come il “mostro” sui giornali, additato come il responsabile ideale: giovane, anarchico, politicamente scomodo. Dopo anni di carcere e processo fu assolto completamente: non aveva commesso il fatto.

LA MORTE DI GIUSEPPE PINELLI

Giuseppe “Pino” Pinelli, ferroviere anarchico e figura limpida del movimento milanese, venne trattenuto illegalmente per oltre tre giorni. Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, precipitò dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi. La sua morte venne archiviata come “malore attivo”: una formula assurda che nessuno ha mai ritenuto credibile.

La morte di Pinelli è ancora oggi uno dei simboli più drammatici del depistaggio: colpire gli innocenti per proteggere i colpevoli.

IL RUOLO DEL CIRCOLO ANARCHICO PONTE DELLA GHISOLFA

Il Circolo Ponte della Ghisolfa era uno dei centri vitali dell’anarchismo milanese: un luogo di socialità, antifascismo, cultura, solidarietà. Era frequentato da Pinelli e da molti giovani militanti libertari.

Proprio per questo divenne il bersaglio immediato della macchina del fango. La polizia e gran parte dei media cercarono di descriverlo come un “covo” di terroristi, quando in realtà rappresentò uno dei primi e più lucidi punti di resistenza contro i depistaggi.

Grazie alla sua rete, ai suoi archivi e alla sua capacità di mobilitazione, proprio il Circolo contribuì a salvare la verità storica da una manipolazione che avrebbe voluto cancellarla.

LE PRINCIPALI STRAGI NEOFASCISTE (1969–1980)

(attribuzioni riconosciute da sentenze o consolidamento storiografico)

1969 – MILANO, PIAZZA FONTANA
Matrice neofascista legata a Ordine Nuovo.

1970 – GIOIA TAURO (FRECCIA DEL SUD)
Ambienti neofascisti, con collaborazione della ’Ndrangheta.

1972 – PETEANO
Responsabilità definitiva di Ordine Nuovo (condanna di Vincenzo Vinciguerra).

1974 – BRESCIA, PIAZZA DELLA LOGGIA
Esecutori riconducibili a Ordine Nuovo (condanne definitive).

1974 – ITALICUS
Attribuzione storica a cellule del terrorismo nero.

1980 – STAZIONE DI BOLOGNA
Matrice fascista dei NAR (condanne definitive).

Queste stragi non furono episodi isolati, ma parte di un progetto politico volto a destabilizzare la Repubblica, come sottolineano Ferrari e l’Osservatorio nelle loro ricerche.

PERCHÉ I GIOVANI DEVONO CONOSCERE QUESTA STORIA

Oggi molti non sanno nulla — o quasi — di tutto questo. Eppure, furono i giovani, i lavoratori, gli studenti e gli attivisti a subire le conseguenze più gravi di quella strategia di terrore.

Conoscere Piazza Fontana significa comprendere:

come funzionano i depistaggi;

come il potere può manipolare la verità;

come si costruisce un “nemico” utile;

quanto fragile sia la democrazia quando si usano paura e menzogna come strumenti politici.

È una parte della storia che non può essere ignorata.

LIBRO CONSIGLIATO: “LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA” DI SAVERIO FERRARI

Un saggio imprescindibile per capire non solo la bomba del 12 dicembre, ma l’intero contesto politico e militare che le diede origine. Un lavoro documentato, chiaro, potente, basato su anni di ricerche, archivi, fonti e materiali dell’Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre.

LA MEMORIA NON È UN ESERCIZIO, È UN DOVERE

La storia di Piazza Fontana, di Pinelli, di Valpreda e del Ponte della Ghisolfa non è un capitolo chiuso. È un frammento vivo della nostra Repubblica.

Ricordare non significa riaprire ferite:
significa impedire che vengano riaperte da altri.

Significa dire chiaramente che la verità non può essere sepolta sotto i comodi silenzi o sotto revisionismi strumentali. Significa onorare chi ha subito ingiustizia, chi è morto e chi ha lottato per la verità quando farlo era pericoloso.

Ogni volta che parliamo di Piazza Fontana — nelle scuole, nelle strade, online — vinciamo una battaglia contro l’oblio.
Perché la memoria non è nostalgia.
È resistenza civile.

E solo mantenendo viva quella memoria possiamo impedire che la storia, quella storia, ritorni davvero.

LA STRATEGIA DELLA DISTRAZIONE: COME IL POTERE MODELLA IL CONSENSO NELL’ERA DEL RUMORE DIGITALE.

Noam Chomsky, una delle voci più lucide della critica contemporanea, ha messo in luce un meccanismo tanto semplice quanto devastante: la strategia della distrazione. Non serve censurare, non serve reprimere: basta sommergere.

L’elemento primordiale del controllo sociale, scrive Chomsky, consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi fondamentali attraverso un diluvio costante di informazioni insignificanti, scandali effimeri, intrattenimento iperattivo. In questo modo, la popolazione non solo perde di vista le scelte economiche e politiche più rilevanti, ma arriva addirittura a non percepire più l’importanza di comprenderle.

La forza di questa strategia sta nella sua invisibilità. Tutto sembra libero, aperto, accessibile. Le notizie scorrono infinite, le opinioni si moltiplicano, i dibattiti esplodono. Ma in questa sovrabbondanza, il pensiero critico si dissolve. Il problema non è la mancanza di informazione, ma la saturazione: un rumore continuo che distrae, confonde e consuma.

Le discipline che potrebbero emancipare il cittadino — psicologia cognitiva, economia politica, neurobiologia, cibernetica — rimangono lontane dal dibattito pubblico, proprio perché fornirebbero strumenti per capire i meccanismi del potere. E quando il tempo mentale per approfondire si riduce, anche la capacità di resistere diminuisce.

“Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato”, dice Chomsky, è la vera chiave del controllo. Una società oberata, frenetica, stanca, non ha tempo per interrogarsi sulla direzione verso cui viene spinta. E così, mentre le élite preparano i loro piani, le masse vengono intrattenute, distratte, avvolte in un flusso di contenuti che non lasciano traccia.

La metafora è dura ma precisa: tornare alla fattoria come gli altri animali, incapaci di vedere la gabbia perché troppo impegnati a inseguire distrazioni.

“MEDIA E POTERE” DI NOAM CHOMSKY

Media e Potere è uno dei saggi più incisivi di Chomsky sul tema del controllo dell’informazione. In poche pagine ma con enorme chiarezza, l’autore illustra come le élite politiche ed economiche utilizzino i media per modellare la percezione pubblica e costruire consenso attorno a scelte impopolari, mascherandole dietro un’apparenza di democrazia partecipativa.

Chomsky mostra come la propaganda moderna non operi con metodi grossolani: funziona raffinando il rumore, selezionando cosa far vedere e cosa oscurare, calibrando le emozioni collettive. Il cittadino è formalmente libero, ma sostanzialmente immerso in una narrazione che privilegia l’obbedienza al dissenso.

Media e Potere è un piccolo libro che pesa come un macigno. La sua forza sta nella capacità di esporre, con linguaggio semplice ma rigoroso, l’architettura nascosta che regola il rapporto tra media, potere e opinione pubblica.

Chomsky analizza esempi storici, operazioni politiche e strategie comunicative con una lucidità che oggi appare profetica. Il testo mostra come i media non servano solo a informare, ma soprattutto a filtrare, selezionare, costruire la realtà percepita. È un meccanismo che opera ogni giorno, in ogni notizia, in ogni narrazione dominante.

Ciò che rende questo libro indispensabile è la consapevolezza che il problema non è mai il singolo giornalista o la singola notizia, ma il sistema: una macchina che orienta l’attenzione collettiva verso ciò che distrae, mentre lascia nell’ombra ciò che davvero incide sulle nostre vite.

Leggerlo significa imparare a vedere oltre la superficie. Significa dotarsi di anticorpi cognitivi. Significa riconoscere il punto esatto in cui la libertà si confonde con la manipolazione.

Un saggio breve, potente, necessario.

CONTRO IL TEMPO RUBATO DAI SOCIAL

Nell’era dei social network, la strategia della distrazione ha trovato il suo terreno più fertile. Video da dieci secondi, scroll infiniti, algoritmi che studiano e pilotano ogni emozione: non siamo più semplici utenti, ma serbatoi di attenzione da svuotare giorno dopo giorno.

Ogni notifica spezza un pensiero.
Ogni video veloce ruba un minuto che non tornerà più.
Ogni feed ipnotico allena la mente a vivere in superficie.

Così, mentre crediamo di “restare aggiornati”, restiamo solo intrappolati.
Gli algoritmi decidono cosa vedere, quanto restare, cosa desiderare.

E il tempo — il nostro tempo, la nostra risorsa più preziosa — si sgretola in frammenti inutili.

Per questo, oggi più che mai, scollegarsi è un atto politico.
Riconquistare momenti di silenzio, di studio, di vera informazione è l’unico modo per sottrarre la nostra mente alla grande macchina della distrazione.

I social non ci rubano soltanto ore:
ci sottraggono la capacità di capire il mondo.

E la libertà, in fondo, non è guardare tutto.
È scegliere cosa merita davvero il nostro sguardo.

QUANDO L’IGNORANZA SI TRAVESTE DA OPINIONE: IL FASCINO TOSSICO DEL “HA FATTO ANCHE COSE BUONE”

La frase più pericolosa del nostro tempo — e purtroppo anche di molti altri tempi — è sempre la stessa:
“Ha fatto anche cose buone.”

È lo slogan preferito da chi, senza conoscere la storia o senza volerla conoscere, tenta di ripulire regimi autoritari o assolvere leader che hanno minato diritti, istituzioni e libertà fondamentali.
È la stessa formula che per decenni è stata usata per minimizzare il fascismo, e che oggi una parte della destra più radicalizzata, scarsamente informata e incline alla propaganda, utilizza anche per difendere Donald Trump, con una leggerezza pericolosa.

Questo tipo di revisionismo superficiale non è un’opinione qualsiasi:
è la scorciatoia retorica che apre la strada alla normalizzazione dell’autoritarismo.

Perché quando gli elettori rinunciano alla cultura, alla memoria e alla complessità dei fatti, finiscono per ferirsi da soli.


TRE LIBRI CHE SMONTANO IL MITO DEL “HA FATTO COSE BUONE”

1. Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo – Francesco Filippi

Un saggio fondamentale che decostruisce i luoghi comuni sul fascismo. Filippi analizza con rigore e chiarezza le “idioletterie” che ancora circolano, mostrando come molte presunte opere benefiche del regime siano in realtà miti costruiti, propaganda o interpretazioni distorte.

2. Fascismo e populismo – Antonio Scurati

Scurati esplora i legami culturali e simbolici tra il fascismo storico e i populismi contemporanei. Non per equiparare i fenomeni, ma per mostrare come meccanismi retorici, emotivi e propagandistici ritornino quando la memoria storica si indebolisce: l’uomo forte, il nemico, la semplificazione brutale del reale.

3. Istruzioni per diventare fascisti – Michela Murgia

Un pamphlet ironico e lucidissimo che smaschera la mentalità autoritaria. Descrive con sarcasmo come si possa scivolare verso l’autoritarismo proprio quando si smette di vigilare, di informarsi, di partecipare attivamente alla vita democratica. Un monito brillante e inquietante.


LE PEGGIORI AZIONI DEL REGIME DI MUSSOLINI

(consolidate da documentazione storica)

  • Soppressione della democrazia: abolizione di partiti, libertà di stampa, pluralismo; instaurazione della dittatura attraverso le Leggi Fascistissime.
  • Leggi razziali del 1938: persecuzione dei cittadini ebrei italiani, esclusi da lavoro, scuola, università e vita civile.
  • Repressione violenta: squadrismo, omicidio Matteotti, Tribunale speciale, confino politico.
  • Guerre coloniali e alleanza con Hitler: invasioni (con uso di gas vietati in Etiopia), appoggio al nazismo, disastro della Seconda Guerra Mondiale.

AZIONI E CONTROVERSIE MAGGIORMENTE CRITICATE DELLA PRESIDENZA TRUMP

(basate su inchieste, atti pubblici e rapporti ufficiali)

  • Delegittimazione del processo elettorale, con accuse infondate culminate negli eventi del 6 gennaio 2021.
  • Politiche migratorie estremamente dure, incluse le separazioni familiari alla frontiera.
  • Gestione contestata della pandemia, spesso segnata da minimizzazioni e dichiarazioni non supportate da evidenze scientifiche.
  • Pressioni su funzionari statali, tra cui la richiesta di “trovare voti” per ribaltare il risultato elettorale del 2020.

UN’ALTRA STRADA: LA MORALE ANARCHICA COME ANTIDOTO ALL’AUTORITARISMO

Accanto a questi esempi negativi, esiste una tradizione politica e filosofica spesso fraintesa, ma centrale nel discorso sulla libertà:
la morale anarchica, intesa non come caos o disordine, ma come cultura della responsabilità e dell’autonomia.

La sua essenza più nobile non è la distruzione, ma l’emancipazione:
una società di individui liberi non perché autorizzati dall’alto, ma perché capaci di auto-governarsi, pensare criticamente, cooperare senza obbedienza cieca.

Nella prospettiva libertaria più alta:

  • il potere centralizzato è sempre rischioso,
  • la libertà non si delega, si esercita,
  • la solidarietà nasce dal basso, non dall’imposizione,
  • la conoscenza è il primo, imprescindibile strumento di emancipazione,
  • la coscienza critica è l’antidoto naturale all’uomo forte e alla propaganda.

È paradossale ma rivelatore:
dove cresce l’ignoranza, avanzano i leader autoritari; dove cresce la consapevolezza, si rafforza la libertà.

La morale anarchica ricorda che la democrazia non vive di automatismi:
vive di individui capaci di responsabilità, cultura, memoria e rifiuto dell’obbedienza passiva.

È un invito non a distruggere, ma a pensare, comprendere, discutere.
E, soprattutto, a non inginocchiarsi davanti agli slogan.

La morale anarchica di Pëtr Kropotkin

La morale anarchica è uno dei testi più limpidi e accessibili del pensiero libertario. In poche pagine, Kropotkin smonta l’idea che l’anarchia sia sinonimo di disordine e mostra invece come essa rappresenti una morale della responsabilità, fondata non sull’obbedienza, ma sulla consapevolezza.

Per Kropotkin, la vera etica nasce dal basso: dalle persone che cooperano liberamente, senza gerarchie oppressive. La natura umana — sostiene — tende più al mutuo appoggio che al dominio, e la società funziona meglio quando l’autorità non soffoca la solidarietà spontanea.

Il saggio è una critica lucida al potere centralizzato, visto come fonte di dipendenza e infantilizzazione. Ma non esprime odio né distruttività: propone un ordine alternativo basato su individui autonomi, solidali e capaci di autogovernarsi.

Nonostante sia stato scritto nel XIX secolo, il testo rimane sorprendentemente attuale. Invita a un’idea di libertà adulta:
non quella concessa da qualcuno, ma quella praticata ogni giorno con responsabilità e coscienza critica.

Un piccolo libro, ma con un messaggio enorme.


IGNORANZA + REVISIONISMO = TERRENO FERTILE PER I DISASTRI

L’ignoranza storica non è una semplice mancanza culturale:
è un rischio politico.

Perché:

  • rende gli elettori manipolabili,
  • permette alle narrazioni false di diffondersi,
  • normalizza comportamenti autoritari,
  • sostituisce i fatti con la propaganda,
  • trasforma la democrazia in una formalità svuotata.

Ogni volta che accettiamo la frase “ha fatto anche cose buone”, stiamo demolendo un pezzo di memoria collettiva.
E quando la memoria scompare, gli errori tornano — spesso più forti di prima.


TOLLERARE GLI INTOLLERANTI PORTERÀ ALLA FINE DELLE LIBERTÀ.

Il paradosso della tolleranza di Popper: quando la libertà diventa una maschera che opprime.

Karl Popper formulò il celebre paradosso della tolleranza nel 1945, nel suo libro La società aperta e i suoi nemici. Scrive che una società tollerante, se tollera anche gli intolleranti, finirà inevitabilmente per essere distrutta dalla loro intolleranza.
Una riflessione che nasce dalle macerie dei totalitarismi, ma che oggi parla direttamente alle nostre contraddizioni quotidiane.
Viviamo in un’epoca in cui molti interpretano la libertà come un diritto illimitato a “fare ciò che si vuole”, anche quando questo significa danneggiare gli altri. Una libertà urlata, brandita, esibita — ma priva di responsabilità.

È una libertà finta, che non protegge nessuno e che diventa l’arma perfetta degli intolleranti per insinuarsi, mimetizzarsi, legittimarsi. La vediamo quando si invoca la “libertà di opinione” per giustificare odio, o quando si usa la “libertà di parola” per normalizzare razzismi e violenze.
In questo contesto, il monito di Popper non sembra affatto un concetto filosofico astratto, ma una diagnosi lucida: tollerare chi vuole abolire la libertà significa consegnargli le chiavi del futuro.
Una società aperta non si difende con l’indifferenza, né lasciando campo libero a chi usa la parola “libertà” come uno scudo per prevaricare.

Serve ricordare — come ricorda anche una parte significativa della tradizione anarchica, sebbene la citiamo solo in filigrana — che la libertà autentica esiste solo dentro un tessuto di rispetto reciproco, mutuo sostegno e rifiuto di ogni forma di dominio.
Quando questo sistema di equilibri si spezza, quando l’individualismo aggressivo prende il posto della responsabilità condivisa, la libertà si degrada in arbitrio e la tolleranza in debolezza.

Il paradosso di Popper è allora un invito a una vigilanza etica:
non tutto può essere tollerato, soprattutto ciò che nasce per distruggere la tolleranza stessa.
Proteggere la libertà non significa mai permettere che venga usata per opprimere gli altri.
Significa, al contrario, impedire che l’intolleranza cresca indisturbata, travestita da “opinione legittima”.

Per approfondire questi temi, tre libri aiutano a mettere in prospettiva il paradosso della tolleranza e i rischi delle libertà distorte del presente.

La società aperta e i suoi nemici — Karl Popper
Il testo in cui nasce il paradosso della tolleranza. Popper analizza il modo in cui le società libere possono essere minacciate da ideologie autoritarie mascherate da visioni politiche legittime. È un’opera complessa ma fondamentale: spiega perché la democrazia non è mai garantita e perché la libertà richiede limiti per sopravvivere. Un classico per capire che la tolleranza non è passività, ma difesa attiva della dignità umana.

Le origini del totalitarismo — Hannah Arendt
Arendt offre una ricostruzione profonda dei meccanismi che portano movimenti intolleranti a conquistare e distruggere le società. Propaganda, costruzione del nemico, manipolazione della vulnerabilità sociale: tutti elementi che mostrano quanto la finta libertà degli intolleranti sia, in realtà, una strategia per togliere libertà agli altri. Una lettura che rende il paradosso di Popper ancora più concreto.

Come muoiono le democrazie — Steven Levitsky e Daniel Ziblatt
Un saggio contemporaneo, diretto e accessibile. Gli autori mostrano come le democrazie crollino non con un colpo di stato improvviso, ma quando le regole informali della convivenza vengono erose da leader e movimenti autoritari che approfittano della tolleranza per smantellare la libertà dall’interno. Perfetto per capire le dinamiche della “finta libertà” usata oggi come cavallo di Troia contro i diritti di tutti.

La lezione è chiara, oggi più che mai:
la libertà autentica non è fare ciò che si vuole, ma garantire che nessuno possa togliere libertà agli altri.
Il paradosso di Popper non è un limite alla libertà, ma la condizione per salvarla.