
Quando pensiamo ai pirati, l’immaginario collettivo ci spara subito in testa una raffica di stereotipi: uomini rozzi, assetati di sangue e rum, sporchi, urlanti, violenti. Criminali, in una parola. E invece, la verità è che i pirati erano molto più organizzati, democratici e giusti di molte società “civili” del loro tempo. E soprattutto: erano anarchici. Non nel senso vago e caotico che il termine ha assunto nell’uso comune – quello che fa comodo a chi l’anarchia vuole solo denigrarla – ma anarchici autentici: uomini e donne liberi, auto-organizzati, senza padroni, con un senso profondo di giustizia e collettività.

Questa visione alternativa non nasce da fantasia romantica, ma dalla lettura attenta della loro storia reale, molto diversa da quella dei racconti per bambini o dei blockbuster hollywoodiani. Basta lasciarsi alle spalle i pregiudizi e leggere. Un punto di partenza fondamentale è “Storia generale dei pirati”, raccolta di racconti e cronache attribuita a un certo Capitano Charles Johnson (forse uno pseudonimo di Daniel Defoe), pubblicata nel 1724. L’opera non solo offre biografie dettagliate dei pirati più noti – da Barbanera a Anne Bonny – ma descrive le loro abitudini sociali, i codici di condotta, i patti firmati prima di salpare. Sì, avete capito bene: firmati. I pirati si davano regole comuni, decidendo collettivamente come dividersi il bottino, come punire i comportamenti scorretti, come sostentare chi rimaneva ferito o mutilato in battaglia. Praticavano la democrazia diretta a bordo, eleggevano il capitano, lo destituivano se abusava del suo potere. E tutto questo nel bel mezzo del XVIII secolo, mentre le monarchie europee governavano ancora per diritto divino e schiacciavano le masse con fame e guerre.

Un altro libro che rovescia la narrativa dominante è “All’ombra del Jolly Roger” della casa editrice Heleutera. È un testo che prende la storia dei pirati sul serio, non come favola o folklore, ma come fenomeno politico e sociale. Mostra come la pirateria non sia stata una semplice forma di criminalità, ma una risposta concreta e radicale alle disuguaglianze dell’epoca, al sistema coloniale, allo sfruttamento brutale delle marine militari. I pirati scappavano dalla schiavitù, dalla povertà e dalla guerra per creare una nuova forma di vita comunitaria: illegale, certo, ma eticamente più avanzata del mondo “legale” che avevano lasciato.
Anche “I dannati della terra. Pirati, fuorilegge e altre forme di ribellione” di Marcus Rediker (pubblicato in Italia da Feltrinelli) è una lettura essenziale. Rediker ci accompagna nella vita quotidiana dei pirati, degli schiavi ribelli, dei marinai in rivolta e degli esclusi che hanno sfidato il potere imperiale. La sua ricerca storica ci mostra che queste “canaglie” erano in realtà portatori di nuove idee sociali, solidali e libertarie, veri e propri anticipatori di un altro mondo possibile.
Infine, “Tra flagelli e rivolta. Storia sociale della marina inglese (1661-1783)”, sempre di Rediker e disponibile per Alegre Edizioni, approfondisce le radici della pirateria nei movimenti di resistenza dentro le stesse flotte militari. La rivolta dei marinai contro la disciplina brutale e la gerarchia feroce è stata una delle prime forme di lotta operaia: molti di loro sono poi diventati pirati non per amore del crimine, ma per sete di giustizia e libertà.
Eppure questa storia ci è stata negata. È stata semplificata, distorta, resa innocua. Perché? Perché il pirata anarchico, quello vero, è pericoloso per l’ordine costituito. Perché raccontare la loro organizzazione interna significa ammettere che l’autogestione funziona, che la democrazia dal basso è possibile, che si può vivere senza padroni. E questo disturba chi i padroni li vuole mantenere.

L’anarchia, come quella praticata dai pirati, non è caos: è responsabilità condivisa, è mutuo appoggio, è libertà costruita insieme agli altri. E come loro, anche noi potremmo viverla se solo smettessimo di temerla. Ma finché lasceremo che la cultura dominante ci racconti l’anarchia come un buco nero di violenza e disordine, proprio come ha fatto con i pirati, non faremo altro che rinunciare alla nostra possibilità di essere liberi.
I pirati ci hanno lasciato una lezione: quando l’ingiustizia è legge, la disobbedienza è una forma di organizzazione. E se imparassimo davvero da loro, forse capiremmo che l’anarchia non è il problema. È la risposta.














