IL FARO DELL’ANARCHIA: PIAZZA FONTANA E IL FASCISMO DI STATO. CHI DIMENTICA È COMPLICE.

Scrivere oggi della strage di Piazza Fontana non è un esercizio commemorativo: è un atto politico. È un rifiuto dell’oblio, un rifiuto della verità addomesticata, un rifiuto della narrazione tossica che per anni lo Stato e i suoi apparati hanno tentato di imporre. Il 12 dicembre 1969 la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura non esplose solo in quell’edificio: colpì il cuore della Repubblica, aprì la stagione della strategia della tensione, marcò un solco tra ciò che l’Italia diceva di essere e ciò che realmente stava diventando.

La verità è ormai storicamente chiara: la strage fu opera della destra neofascista, di quei gruppi che sognavano un’“Italia forte”, autoritaria, militarizzata, e che con l’appoggio di segmenti dei servizi segreti occidentali miravano a costruire un clima di caos e paura. A rendere tutto più oscuro furono i depistaggi degli apparati statali, che manipolarono prove, inventarono piste, fabbricarono colpevoli improvvisati. In mezzo, come bersaglio perfetto, fu scelto chi incarnava l’antitesi naturale del fascismo: gli anarchici.

È qui che entra in scena il Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, non una tana di terroristi – come fu dipinto dai media di allora – ma un luogo di creatività politica, dibattito, solidarietà e critica radicale del potere. Era un crocevia di idee e di vite che immaginavano una società diversa: senza padroni, senza gerarchie, senza Stato. In un Paese attraversato da nostalgie autoritarie, quel circolo era un faro libertario. E proprio per questo divenne un capro espiatorio perfetto.

La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, marito e padre, fu assassinato, cadde dal quarto piano della Questura di Milano mentre veniva interrogato illegalmente, senza un avvocato, senza un’accusa formalizzata, senza un verbale. La versione ufficiale fu una delle pagine più buie della storia repubblicana. Pinelli non era un terrorista: era un anarchico impegnato, un uomo pulito, un compagno rispettato. La sua morte è un simbolo indelebile della violenza di Stato.

A finire nel tritacarne mediatico fu anche Pietro Valpreda, ballerino e anarchico. Un uomo con idee scomode, perfetto per essere trasformato nel mostro da prima pagina. È lui! titolavano i giornali prima ancora che un giudice si pronunciasse, in un clima di caccia all’anarchico che ebbe toni apertamente fascistoidi. Valpreda fu incarcerato per anni, innocente, mentre i veri colpevoli neofascisti  restavano ai margini delle prime pagine.

Nel frattempo, settori deviati dello Stato alimentavano una narrazione costruita: l’Italia doveva credere che gli anarchici fossero violenti, irrazionali, pericolosi. Era funzionale a un progetto più grande: far dimenticare chi fossero i veri responsabili. Per questo ricordare è un atto di resistenza. Perché la memoria non è neutrale. È un terreno di conflitto. E chi dimentica è complice, complice della menzogna, complice della rimozione, complice del silenzio che fa comodo a chi quei giorni li voleva cancellare.

La memoria di Piazza Fontana non è solo un dovere morale: è una forma di auto-difesa civile contro il ritorno del fascismo in tutte le sue forme, vecchie e nuove. Ricordare Pinelli significa ricordare tutte le vittime della violenza istituzionale. Ricordare Valpreda significa opporsi ai processi sommari, alla disinformazione, alla logica del capro espiatorio. Ricordare il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa significa riconoscere che l’anarchismo è stato, e continua a essere, una delle poche voci capaci di opporsi frontalmente al potere quando diventa oppressivo.

Ricordare non è un gesto sterile: è schierarsi.
E chi non si schiera, chi non ricorda, chi minimizza, diventa complice.

Anche leggere diventa un’azione di lotta e di memoria. Questi tre libri possono fare la differenza tra essere indifferenti e lottare ricordando.


La strage di Stato. Controinchiesta

Pubblicato nel 1970, questo dossier è il testo fondamentale dell’informazione alternativa sulla strage. La strage di Stato non è solo un libro: è un atto politico, una controinchiesta che sfida apertamente la versione ufficiale. Il volume ricostruisce gli intrecci tra gruppi neofascisti come Ordine Nuovo, settori dei servizi segreti militari, influenze della CIA e la volontà strategica di creare disordine per spingere l’Italia verso un governo autoritario. Gli autori portano alla luce documenti, testimonianze e omissioni che mostrano come gli anarchici siano stati usati come copertura. È un libro da leggere oggi più di ieri, perché dimostra come il fascismo possa indossare la maschera dello Stato stesso. Un’opera imprescindibile.

È lui! Pietro Valpreda. Diario dalla galera 1969-1972

Il diario di Valpreda è un pugno nello stomaco. Racconta la violenza psicologica, le umiliazioni, la solitudine, ma anche la dignità anarchica di chi non si piega. Il titolo – È lui! – riprende la frase con cui l’opinione pubblica fu manipolata nelle ore successive alla strage. Nel testo emergono la costruzione del “nemico interno”, il ruolo della stampa pilotata, il clima di sospetto verso chiunque si opponesse all’autoritarismo. Valpreda offre una testimonianza che non è solo personale, ma storica e politica: il suo diario è la prova vivente di come lo Stato possa creare un colpevole quando gli serve. Un libro necessario per comprendere l’intreccio tra fascismo culturale e repressione del dissenso.

Pinelli. Una storia di Paolo Pasi

Paolo Pasi ricostruisce con precisione e rispetto la vita di Giuseppe Pinelli, restituendogli ciò che la propaganda gli aveva sottratto: la sua umanità e il suo impegno politico. L’autore affronta la morte di Pinelli senza retorica ma con radicalità, mostrando come la versione ufficiale non regga alla prova dei fatti. Il libro illumina il contesto del movimento anarchico milanese, il ruolo del Ponte della Ghisolfa, la rete di solidarietà che Pinelli aveva contribuito a costruire. È un testo che aiuta a capire perché la sua morte è divenuta un simbolo di ingiustizia e perché la memoria di Pinelli rimane un atto politico. Una lettura che fa male ma necessaria.


Ricordare Piazza Fontana significa rifiutare ogni revisionismo.
Significa dire che i fascisti furono responsabili e che gli apparati statali furono complici, depistarono, coprirono, tradirono la verità.
Significa riconoscere che gli anarchici furono l’unica voce limpida in una storia di menzogne.

La memoria è un’arma.
E chi dimentica è complice.

ITALIA PIÙ SICURA CHE MAI…MA NON PER GLI ANALFABETI FUNZIONALI

Viviamo in un’epoca in cui i dati ufficiali sono accessibili a tutti, leggibili in pochi secondi, gratuitamente, sul telefono che teniamo in tasca. Eppure, in Italia resiste una larga schiera di persone che rifiuta questa semplicità e preferisce costruirsi un’opinione basata su video di dieci secondi, post gridati e allarmismi confezionati. Gente che non legge, non controlla, non verifica: crede. Crede a tutto. E questa credulità, nelle mani della politica più opportunista, diventa carburante elettorale.

Perché i dati veri — quelli raccolti dal Ministero dell’Interno, dall’ISTAT, dalle forze di polizia — raccontano l’esatto contrario delle narrazioni urlate. Dall’Unità d’Italia a oggi, la sicurezza è migliorata costantemente. Gli omicidi sono crollati, molte tipologie di reati sono diminuite, e viviamo in uno dei periodi storici più sicuri. Ma la politica che vive di allarmi immaginari non può permettersi che questo venga riconosciuto: la paura porta voti, la realtà no.

E allora, quando i grafici non confermano il racconto, si inventano spiegazioni creative. “Ormai nessuno denuncia più.” Davvero? Qualcuno immagina che un omicidio resti non denunciato? O che uno a cui rubano il portafoglio, rimasto senza documenti, eviti di denunciare “tanto non serve”? Queste sono favole moderne, costruite da chi non accetta che i dati — chiari, limpidi, pubblici — smentiscano le proprie convinzioni preconfezionate.

Il problema non è la mancanza di informazioni. È la mancanza di volontà nel capirle. Leggere un numero, interpretare un grafico, comprendere una statistica sembra improvvisamente difficilissimo. Meglio fidarsi di un video di un minuto, musicato e con voce impostata, che fa leva sulle emozioni più primitive: paura, rabbia, risentimento. È così che si alimenta l’analfabetismo funzionale moderno: non perché manchino gli strumenti, ma perché questi strumenti vengono rifiutati.

E su questa ignoranza volontaria prosperano politici che hanno bisogno di un Paese impaurito per restare rilevanti. Non importa se i dati contraddicono ogni parola che pronunciano. Basta dire che “la criminalità esplode”, che “siamo in pericolo”, che “c’è un’invasione”: lo schema è sempre lo stesso. Lo fanno da decenni, e continueranno finché troveranno un pubblico disposto a farsi manipolare.

Chi vuole uscire da questa trappola può farlo: basta leggere, informarsi, capire come funziona il mondo reale. Non quello dei social, ma quello dei numeri. Per questo vale la pena citare un libro che riassume il pensiero veloce e ignorante.

“Pensieri lenti e veloci” – Daniel Kahneman
Kahneman spiega perché la nostra mente cade continuamente in trappole cognitive che ci portano a credere alle scorciatoie intuitive anche quando sono sbagliate. Ideale per capire come nascono le convinzioni infondate, perché è così difficile liberarsene e perché l’analfabetismo funzionale trova terreno fertile nei social.

Se davvero vogliamo un’Italia più consapevole, dobbiamo partire da qui: dall’educazione ai dati, dalla verifica delle fonti, dalla volontà di non essere manipolati. Perché oggi l’Italia è un Paese più sicuro che mai — e l’unico vero pericolo è continuare a darla vinta a chi vive grazie alla paura degli altri.

QUANDO I POVERI SI SONO ALZATI I PREZZI DA SOLI : L’ILLUSIONE DEL LUSSO CHE CI STA IMPOVERENDO.

Viviamo in un’epoca paradossale: mentre i salari stagnano, le persone aumentano artificialmente il proprio “valore sociale” attraverso consumi finanziati, noleggi, debiti e ostentazione digitale. È così che molti italiani hanno finito per alzarsi i prezzi da soli, inseguendo uno stile di vita che non potrebbero permettersi, ma che cercano disperatamente di imitare per apparire all’altezza dell’immagine imposta dai social.

Il fenomeno è visibile ovunque: auto di lusso a noleggio con rate proibitive ma spalmate per due-tre anni con l’obbligo di riconsegnarle con pochi chilometri, quasi nuove, scelte non per necessità ma per scattare qualche foto; smartphone da oltre mille euro che costano più di uno stipendio mensile; abiti, cene, viaggi rateizzati come se fossero investimenti esistenziali. Sembra importante solo una cosa: mostrarsi, anche quando la realtà economica racconta un’altra storia.

I dati mostrano che non è una percezione, ma un fenomeno strutturale.
Nel 2024 il 59,1% degli italiani maggiorenni aveva almeno un prestito o un mutuo attivo . La rata media mensile era di 277 euro, una cifra che pesa su bilanci sempre più fragili . L’importo residuo medio da restituire sfiorava i 31.653 euro .
Nel 2025 la percentuale di cittadini con un credito attivo è salita ulteriormente al 59,6% , mentre l’importo medio richiesto per un prestito al consumo è arrivato a 9.966 euro, con un aumento del +7,6% rispetto all’anno precedente .
Persino il rapporto tra debito delle famiglie e reddito disponibile ha raggiunto il 55,4%, uno dei valori più alti degli ultimi anni .

Dietro questa corsa al debito c’è un meccanismo sociale tossico: i social media.
Le vite patinate di influencer e celebrità mostrano champagne, auto da centinaia di migliaia di euro, orologi da centinaia di euro come se fosse una cosa normale, case da sogno. Una realtà costruita, spesso finanziata anch’essa, che però offre un modello aspirazionale irrealistico. L’italiano medio, bombardato da questa narrazione, rincorre lo status simbolico tramite finanziamenti, prestiti, noleggi — pagando a rate un’identità che non potrà mai essere davvero sua.

Compriamo cose che non ci servono, con soldi che non abbiamo, per impressionare persone che non conosciamo

«Mostrare è diventato più importante che essere.»

In questo contesto, una lettura preziosa è “Il crollo del capitalismo” di Henryk Grossman, che analizza come i sistemi economici crollino dall’interno quando l’accumulazione diventa insostenibile e si crea uno squilibrio profondo tra produzione, consumi reali e debito. Le sue riflessioni, nate in un altro secolo, oggi risuonano con inquietante attualità.

Una possibile traiettoria verso il crollo del capitalismo

L’ipotesi non è fantascienza: un sistema economico in cui ampie fasce della popolazione vivono oltre le proprie possibilità grazie al credito e alle illusioni dell’apparenza rischia di diventare fragile come una piramide costruita sulla sabbia.

Se la crescita dei consumi è alimentata più dal debito che dalla ricchezza reale, la domanda diventa un’ombra, sostenuta artificialmente. Quando il debito raggiunge livelli insostenibili, quando le rate erodono il reddito disponibile, quando le famiglie non possono più prendere nuovi prestiti, il consumo si contrae. E quando si contrae il consumo — principale motore del capitalismo moderno — l’intero sistema rallenta, scricchiola, poi può collassare.

È lo stesso scenario che Grossman delineava: un sistema che implode non per cause esterne, ma per le sue contraddizioni interne. In questo caso, la contraddizione è l’idolatria dell’apparenza, che spinge le persone a comprare ciò che non possono permettersi, mantenendo in vita un’economia che si fonda su basi sempre più fragili.

«Comprare ciò che non serve è il modo più veloce per perdere ciò che davvero conta.»

Forse la vera ricchezza non è nel mostrare una vita che non ci possiamo permettere, ma nel costruirne una che non abbia bisogno di essere dimostrata. Perché quando l’immagine diventa più importante della realtà, non si rischia solo l’indebitamento personale: si rischia che l’intero sistema economico perda contatto con ciò che è sostenibile.

E quando questo accade, la storia ci insegna che il conto, prima o poi, arriva. Sempre.

DISCORSO TIPICO DELLO SCHIAVO MODERNO.


L’Italia, una terra di bellezza e contraddizioni, è oggi ostaggio di un fallimento sistemico che non osa nominare sé stesso. Lo si maschera dietro l’eufemismo della “crisi”, della “bassa natalità”, o, peggio ancora, di una presunta “mancanza di voglia di lavorare” da parte dei giovani. Ma la realtà è molto più cinica e brutale: in Italia, l’etica del lavoro, la giustizia sociale e la solidarietà statale sono state sublimate in una farsa, a beneficio di pochi e a danno della grande maggioranza.

L’Imprenditoria dei predatori e lo sfruttamento legittimato
Il racconto ufficiale dipinge i giovani come fannulloni viziati. La realtà è un’altra. Quando i ragazzi cercano di entrare nel mondo del lavoro, trovano un panorama desolante. Non si tratta di rifiutare la fatica, ma di rifiutare l’umiliazione.

Quanti “imprenditori”, alla guida di auto da oltre centomila euro – simbolo di un benessere opulento e ostentato – si lamentano quotidianamente di non trovare manodopera? Questi stessi soggetti sono spesso i primi a proporre lavoro in nero a 4 o 5 euro l’ora. Non è un’eccezione, è un modello di business basato sul parassitismo sociale. Non è il giovane che non vuole lavorare, è il cosiddetto “imprenditore” che non vuole pagare un salario dignitoso e legale. La vera crisi è la crisi dell’onestà e della legalità in un certo tessuto economico.

La povertà silenziosa di chi paga: l’illusione dello stato sociale
Il tradimento più grande è quello subito dalla classe media e dai lavoratori dipendenti, il cuore pulsante e onesto del Paese. Il dipendente pubblico e privato, che vede ogni mese una fetta consistente del suo stipendio assorbita da tasse e contributi, lo fa con la promessa di servizi e giustizia universali.

La realtà è che questi oneri finanziano sempre più spesso l’impunità e il mantenimento di un sistema che premia l’evasione. Chi paga le tasse mantiene anche chi non le paga. Questo meccanismo ha un impatto diretto e devastante sul potere d’acquisto.

Dati recenti (riferiti all’ultimo decennio, e in particolare all’accelerazione post-pandemica) mostrano come l’inflazione abbia galoppato a ritmi insostenibili, mentre i salari restano stagnanti. L’Italia è uno dei pochi Paesi OCSE in cui i salari reali, corretti per l’inflazione, sono rimasti sostanzialmente fermi o addirittura diminuiti in termini di potere d’acquisto nell’ultimo ventennio. L’effetto cumulativo è che il lavoratore onesto è sempre più povero e sempre più gravato dal peso di mantenere un intero apparato che non garantisce equità.

L’istruzione elitaria e la selezione sociale
Anche la scuola, teorico baluardo di uguaglianza e ascensore sociale, ha abdicato al suo ruolo. È diventata un sistema che accetta solo chi è già “perfetto”, chi non ha problemi, chi è supportato.

Chi ha una difficoltà, una disabilità, o un ritmo di apprendimento non allineato, viene spesso emarginato o costretto a percorsi estenuanti che mirano più all’esclusione che all’inclusione. Invece di essere un luogo di compensazione delle disuguaglianze, è diventata uno strumento di selezione sociale precoce, che rafforza i privilegi esistenti. Il futuro non è per tutti, ma solo per chi è già in carreggiata.

Il discorso tipico dello schiavo moderno di Silvano Agosti
Questa ingiustizia palese dovrebbe generare rabbia e rivoluzione. Ma l’Italia è preda di una paralisi etica, che il regista e pensatore Silvano Agosti ha descritto con lucidità nel suo celebre “Discorso tipico dello schiavo moderno”:

«Uno degli aspetti più micidiale dell’attuale cultura, è di far credere che sia l’unica cultura… invece è semplicemente la peggiore. Per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana è la cosa più pezzente che si possa immaginare… Secondo me poi, siccome c’è un parametro che, con le nuove tecnologie, i profitti sono aumentati almeno 100 volte… e allora il lavoro doveva diminuire almeno 10 volte! Invece no! L’orario di lavoro è rimasto intatto. Oggi so che mi stanno rubando il bene più prezioso che mi è stato dato dalla Natura. È un sistema politico che sa rubare 8/10 dei beni del resto del Mondo e dà un po’ di benessere a 1/4 di Mondo, che siamo noi. Quindi, signori miei, o ci si sveglia, o si fa finta di dormire, o bisogna accorgersi che siete tutti morti!»

L’anestesia del popolo: subire e difendere
L’osservazione di Agosti è il cuore del dramma nazionale. Un tempo, l’ingiustizia scatenava la rivolta, la piazza. Oggi, subire è la norma, e una parte di elettori, in una logica di tifo hooligan e ignorante, difende ciecamente chi sostiene il sistema di sfruttamento. Il popolo subisce e si auto-convince che l’assenza di libertà sia il prezzo giusto per un “tenore di vita” che è, in gran parte, composto da futilità e debiti, le vere catene invisibili.

Voci di rivolta: due libri per un pensiero ribelle
Se lo Stato ha fallito, e l’etica è in bancarotta, la scintilla per immaginare un mondo diverso si trova nella riscoperta del pensiero libertario.

Anarchia. Idee per l’umanità liberata – Noam Chomsky.

Un compendio essenziale e moderno del pensiero anarchico classico, riletto attraverso la lente della geopolitica e della critica ai sistemi di potere contemporanei. Chomsky, linguista e attivista, dimostra come l’anarchismo sia un’evoluzione logica dei principi democratici e come la lotta contro l’autorità statale e il potere aziendale sia l’unica strada per l’emancipazione umana e intellettuale. Un punto di partenza autorevole e accessibile.

Lettere dalla Kirghisia – Silvano Agosti.

Un testo atipico ma fondamentale del pensiero di Agosti, che utilizza la forma della lettera da un luogo immaginario per elaborare la sua visione radicale e lucida sulla felicità, sul tempo, sull’amore e sulla libertà. Non è un trattato politico tradizionale, ma un inno all’autodeterminazione e un monito costante contro l’alienazione imposta dalla società dei consumi e della produttività sfrenata.

È tempo di smettere di credere alla narrazione tossica che criminalizza chi subisce l’ingiustizia. È tempo di incanalare la rabbia sopita non nel tifo cieco, ma nella richiesta radicale di equità e dignità. Finché gli “schiavi” difenderanno le loro “catene” e accetteranno 5 euro l’ora, la “Grande Bugia” continuerà a governare indisturbata.

IO SONO IO, E VOI NON C’ENTRATE NULLA. IL DECALOGO DELL’ANARCO INDIVIDUALISMO

L’anarco-individualismo è una corrente che non si lascia addomesticare. Non chiede riforme, non promette rivoluzioni: esige solo che l’individuo si riprenda sé stesso. È una miccia corta in mezzo alle ideologie, un movimento che in realtà non vuole muovere nulla se non il proprio centro di gravità personale.

Dentro questo panorama ruvido e lucido brilla ancora L’unico e la sua proprietà di Max Stirner, testo che non smette di generare disagio. Stirner non critica lo Stato: lo dichiara inesistente come vincolo naturale sull’individuo. Non combatte la religione: la liquida come fantasma, allo stesso modo della morale, della legge, della patria, dell’umanità. “Non lasciarti dominare dagli spettri”, ripete tra le righe, “tu sei il tuo unico padrone”. Una delle sue frasi più feroci resta: “Ho fondato la mia causa su niente”, cioè su nessun principio esterno, nessuna autorità trascendente.

La potenza di questa visione non si è fermata ai circoli filosofici. Fabrizio De André, leggendo Stirner negli anni della sua formazione, ebbe un’intuizione definitiva: era anarchico, e lo era sempre stato, solo che gli mancava un linguaggio per dirlo. In Stirner riconobbe quella dignità radicale dell’individuo che già cantava nei suoi personaggi marginali: il peccatore che si autodetermina, il brigante che rifiuta il giudizio, la prostituta che si prende il diritto di esistere. Quando in La città vecchia scrive “se tu penserai, se giudicherai da te”, riecheggia lo spirito stirneriano dell’io che non si lascia definire dagli altri. Quando in Il testamento di Tito fa dire al protagonista “non sono degno di te, ma non lo sono neanche di loro”, ritroviamo l’individuo che cammina fuori da ogni comandamento.

L’autopsia dell’anarco-mutualismo — cioè la critica di quelle forme comunitarie che pretendono di sapere meglio dell’individuo cosa sia giusto per lui — passa inevitabilmente dalla quotidianità dell’anarco-individualista. Stirner sarebbe il primo a ricordarci che ogni collettività, se non è continuamente scelta, si trasforma in un nuovo spettro. E che perfino l’ideale mutualista può diventare oppressivo se perde il suo carattere volontario. In altre parole: l’autonomia dell’individuo è il metro per dissezionare qualsiasi struttura che pretenda di definirsi liberatrice.

Nella vita di tutti i giorni, l’anarco-individualismo non è eremitismo né fuga antisociale. È piuttosto la decisione costante di essere proprietari di sé stessi. Alcuni esempi concreti possono renderlo più tangibile:

– Rifiutare ruoli sociali dati per scontati e ridefinirli secondo ciò che si è davvero, non ciò che “si dovrebbe essere”.
– Scegliere le relazioni non per obbligo, ma per mutuo interesse, come “unione di egoisti”, come la chiamava Stirner.
– Disobbedire a norme non scritte — dal conformismo familiare alla morale del gruppo — quando soffocano l’identità.
– Vivere la creatività come atto di appropriazione: non per compiacere, non per rappresentare, ma per esprimersi.
– Cambiare idea senza sensi di colpa, perché la coerenza non è una prigione ma una scelta che si rinnova.
– Non confondere la solidarietà con il sacrificio di sé: aiutare quando si riconosce un interesse umano reciproco, non quando è imposto come dovere.

E riecheggiano qui altri frammenti stirneriani: “Non è lo Stato che mi possiede, sono io che mi servo dello Stato finché mi conviene”; “Per me non c’è alcun dovere, perché io non mi imposto nulla”. L’anarco-individualismo è così: non predica il caos, ma la responsabilità assoluta. Non disprezza gli altri, ma rifiuta di essere definito da loro. Non distrugge per il gusto di farlo, ma per liberare spazio vitale.

Max Stirner

Per chi si avvicina a queste idee, può tornare utile un decalogo paradossale del “perfetto anarco-individualista”, consapevoli che Stirner riderebbe all’idea stessa di un decalogo:

Non prendere nulla come sacro, tranne la tua unicità.

Usa le idee come utensili, non inginocchiarti davanti a esse.

Non delegare te stesso: nessuno custodirà il tuo interesse meglio di te.

Entra nelle unioni solo se ti nutrono e abbandonale quando non ti servono più.

Disobbedisci ogni volta che l’obbedienza ti ruba un pezzo di te.

Cambia identità come cambieresti vestiti che non ti stanno più.

Non fare della libertà un’ideologia: vivila.

Riconosci che ogni valore è tuo finché lo scegli.

Non accontentarti della tolleranza: rivendica autodeterminazione.

Sii proprietario di te stesso con la stessa cura con cui difenderesti ciò che ami.

Stirner non consola, De André non edulcora, e l’anarco-individualismo non addolcisce le contraddizioni. Ma tutti ricordano una cosa essenziale: la libertà ha un sapore che non si delega. È ruvida, personale, irripetibile. Ed è l’unica che valga davvero la pena difendere.

Zygmunt Bauman. Modernità liquida e gli idioti convinti che un video di 8 secondi basti per capire il mondo.

Il 19 novembre 2025, centenario della nascita di Zygmunt Bauman, ci trova immersi in un paesaggio culturale che lui aveva intuito, ma che forse non avrebbe immaginato così estremo. Nella sua Modernità liquida, Bauman descriveva una società dove tutto scorreva troppo velocemente per costruire identità solide. Eppure, l’era dei social è andata oltre: ha fatto evaporare perfino la parte liquida, lasciando dietro di sé non un mare in tempesta, ma una vera e propria desertificazione del pensiero critico, un terreno arido su cui crescono solo slogan, reazioni impulsive e identità politiche prefabbricate dagli algoritmi.

Gli algoritmi hanno sostituito la riflessione. Hanno preso persone che non conoscono la storia, non leggono, non contestualizzano la geopolitica, e le hanno trasformate in tifosi inconsapevoli: convinti di essere di destra o di sinistra solo perché i feed li nutrono di contenuti costruiti su misura per rafforzare ciò che già credono di credere. Non è un pensiero politico: è una sensazione politica, una bolla emotiva di secondi, non di idee.

E così, mentre si moltiplicano gli autodidatti dell’“ho visto un video e ora so come funziona il mondo”, cresce anche la frustrazione di chi osserva questo declino culturale. Una frustrazione così intensa da generare — provocatoriamente, ma sempre più spesso — l’idea che il suffragio universale andrebbe rivisto, che la democrazia richieda almeno il minimo sindacale di competenze per essere esercitata. Dall’altra parte, c’è chi propone un “patentino cognitivo” per accedere ai social, così da evitare che gli algoritmi amplifichino l’ignoranza come se fosse informazione.

Dal punto di vista di chi formula queste idee radicali, il ragionamento è lineare: se la maggior parte delle persone costruisce le proprie opinioni politiche su una dieta di video da otto secondi, meme e disinformazione virale, allora lasciare che tutto ciò influenzi le scelte collettive sembrerebbe una forma di autolesionismo pubblico. In quest’ottica estrema, più che un atto autoritario, tali soluzioni appaiono come tentativi disperati di difendere ciò che resta della capacità critica della società.

Naturalmente, nella realtà concreta, limitare i diritti democratici o l’accesso alle piattaforme sembrerebbe pericoloso e contrario ai principi fondamentali della convivenza civile. Ma il fatto stesso che simili idee emergano e vengano prese in considerazione è il segnale che qualcosa si è rotto: non siamo più nella modernità liquida, ma nella modernità evaporata, dove l’aridità cognitiva è diventata la condizione dominante, e dove la complessità è percepita come una minaccia, non come una risorsa.

In questo scenario, Bauman ci offrirebbe probabilmente la stessa risposta che avrebbe dato decenni fa: non si risolve la crisi culturale togliendo voce a chi ce l’ha, ma restituendo strumenti a chi ne è stato privato. Educazione critica, lentezza, studio, approfondimento, capacità di convivere con l’incertezza: queste erano le sue bussole, e oggi sembrano quasi rivoluzionarie.

Nel giorno del suo centenario, la lezione rimane la stessa: nessun algoritmo, nessun reel, nessun video di otto secondi ci darà mai la comprensione del mondo. Per capirlo serve esattamente ciò che la desertificazione digitale ci ha sottratto: complessità, memoria, consapevolezza. In altre parole, serve ciò che Bauman ha cercato di insegnarci per tutta la vita.

Idioti digitali: benvenuti nell’Idiocracy italiana dove leggere è da sfigati.

C’era un tempo in cui l’Italia si svegliava con il giornale e andava a dormire con un libro sul comodino. Oggi si sveglia con TikTok e si addormenta scrollando video muti con sottotitoli che nessuno legge. Il Paese che produceva Dante, Calvino e Pasolini è diventato il Paese dei doppiaggi su TikTok e degli “esperti” da un minuto. È nata l’Idiocracy italiana, popolata da idioti digitali che confondono un sondaggio con la verità e una percentuale con un’opinione.

Non è un’esagerazione: sei italiani su dieci non leggono nemmeno un libro all’anno, uno su tre non capisce un testo di media complessità, e oltre il 40% non sa interpretare una percentuale o una proporzione semplice.
Tradotto: se dici “il 20% della popolazione”, la metà non sa quanti siano in realtà.
Viviamo in un Paese dove si vota, si discute, si litiga — ma quasi nessuno capisce i numeri. E quando la realtà si misura in cifre, chi non le sa leggere diventa schiavo di chi le manipola.

In metropolitana, chi apre un libro viene fissato come fosse un alieno. In spiaggia, leggere un romanzo invece di scrollare è quasi un atto antisociale. In un bar, aprire il giornale è considerato un gesto da nostalgici. Ma forse proprio qui sta la ribellione: leggere è il nuovo disobbedire.

Serve una rivoluzione della mente e delle abitudini.
Non bastano gli appelli: servono azioni radicali, concrete e contagiose.
Ecco qualche idea che un Paese serio (e non idiota) dovrebbe mettere in campo subito:

  • Scuole senza smartphone per un’ora al giorno, dedicate solo alla lettura silenziosa. Un’ora al giorno di carta contro la dittatura dello schermo.
  • Biblioteche ovunque, anche nei supermercati, nei centri commerciali, nei treni ad alta velocità. Prendi un libro, lascialo, scambialo.
  • Abbonamenti culturali nazionali: ogni cittadino riceve un credito annuale per libri e giornali, come incentivo fiscale e sociale.
  • Campagne pubbliche di “orgoglio della lettura”, dove leggere non è da nerd ma da libero. Spot che mostrano lettori come ribelli, non come sfigati.
  • Sfide digitali positive: influencer che lanciano challenge di lettura (“Leggi 10 pagine al giorno invece di 10 video al minuto”).
  • Panchine letterarie e bibliobus nei quartieri popolari, nei parchi, nelle spiagge.
  • Premi civici per chi legge: un’ora di lettura alla settimana dà punti cultura, spendibili per cinema, teatri, viaggi.
  • Formazione permanente per adulti: corsi pubblici gratuiti per comprendere testi, numeri, percentuali, proporzioni. Non per diventare professori, ma per non farsi fregare.

Perché chi non legge non capisce, e chi non capisce finisce per credere a tutto.
Senza lettura, la democrazia si svuota, la politica diventa marketing, la verità si riduce a un video virale.

E allora basta lamenti, serve una rivoluzione alfabetica, una guerriglia culturale.
Come Emma Goldman diceva “Se non posso ballare, non è la mia rivoluzione”, oggi dovremmo dire:
“Se non posso leggere, non è la mia civiltà.”

Che la rivoluzione cominci nei treni, nei bar, nelle pause pranzo, nelle spiagge.
Che ogni libro aperto sia un atto di resistenza.
Perché il futuro non si scrolla: si legge.


Non sono diventato nichilista: mi ci avete costretto.

Ho provato a non esserlo. A credere che la gente fosse solo un po’ confusa, distratta, smarrita. Ho provato a pensare che ci fosse ancora speranza, che bastasse un po’ di dialogo, qualche libro, un minimo di educazione. Ma no. La verità è più semplice e più amara: la gente è peggio di quello che pensavo. Forse la strada giusta è indicata dal nichilismo.

Secondo la definizione dei dizionari filosofici, il nichilismo è la concezione che nega l’esistenza di valori, verità e significati assoluti, riconoscendo come unico dato reale il vuoto e l’insensatezza dell’esistenza

Il nichilismo, per come lo vedo io, non è depressione, né apatia, né odio per la vita. È il punto a cui arrivi quando smetti di mentirti. Quando capisci che gran parte di ciò che le persone chiamano “valori”, “scopi” o “speranza” sono costruzioni fragili, bugie collettive inventate per non impazzire. Il nichilismo è guardare l’abisso e non distogliere lo sguardo. È sapere che non c’è un senso universale, ma decidere di vivere comunque, senza illusioni. È la libertà assoluta del disincanto: niente è sacro, e proprio per questo tutto è possibile — almeno per chi ha il coraggio di pensare da solo.

Il nichilismo, insomma, è la resa dell’ingenuo e la nascita del lucido. È la presa di coscienza che il mondo non cambia, la gente non migliora e l’unica salvezza è smettere di aspettarsi qualcosa dagli altri.

Il nichilismo, per me, non è una posa. È la logica conseguenza di guardare il mondo per quello che è: un circo di ignoranza, vanità e apparenza. Tutti urlano, nessuno ascolta. Tutti giudicano, nessuno capisce. È diventato impossibile anche solo dire una frase sensata senza essere sommerso da banalità, slogan o risposte copiate da un video di trenta secondi.

Viviamo in un’epoca in cui la stupidità è un valore sociale. Chi pensa viene emarginato, chi legge viene deriso, chi cerca verità viene etichettato come depresso o elitario. Ma ditemi: come si può non esserlo, quando la massa si nutre di superficialità e si vanta pure di farlo?

Jason Brennan l’ha detto meglio di chiunque: se la gente fosse davvero buona, non servirebbero la polizia, le leggi o le carceri. L’anarchia funzionerebbe. Ma potrebbe non funzionare, perché la maggioranza non è buona: è mediocre, pigra, manipolabile. Ma io ci spero utopicamente ancora. E quando Brennan aggiunge che gli Stati non dovrebbero spendere soldi per educare chi non vuole imparare, ma piuttosto per riparare le buche nelle strade, ha perfettamente ragione. Chi vuole capire, si sforza da solo. Gli altri, che restino a inciampare nella loro ignoranza.

A questo punto, la scelta è una sola: salire sulla propria torre d’avorio e chiudere la porta. Non per disprezzo, ma per sopravvivenza. Perché la vita è troppo breve per sprecarla con chi non sa nemmeno leggere una pagina o articolare un pensiero.

Meglio un libro che mille conversazioni inutili. Meglio il silenzio che l’eco del nulla. Meglio un pomeriggio di solitudine che un’ora in mezzo ai cretini.

Se proprio vuoi capire cosa significa vedere il mondo senza illusioni, leggi “La nausea” di Sartre: ti mostra la verità nuda dell’esistenza, quella che non puoi più ignorare una volta vista. Poi passa a Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione”: il manuale perfetto per chi ha capito che la vita è sofferenza e che solo l’intelligenza ti salva dal marcire con gli altri.

Non è pessimismo. È igiene mentale.
Non è odio per l’umanità. È amore per la lucidità.
Non sono diventato nichilista per moda.
Mi ci avete costretto.


Commenta e scrolla, diventa un idiota digitale: perché abbandonare i social è l’unica rivoluzione.

C’è un paradosso che oggi fa quasi sorridere, se non fosse tragico: più siamo “connessi”, meno pensiamo. Lo dimostra il tempo che passiamo ogni giorno a scrollare, guardare video brevi, mettere like e scorrere contenuti che non ricordiamo nemmeno dopo cinque minuti. Secondo i dati aggiornati al 2025, l’utente medio trascorre oltre due ore e venti minuti al giorno sui social. Due ore e venti minuti rubate al pensiero, alla lettura, alle relazioni vere.

Ma non è solo una questione di tempo. È una questione di testa. Il cervello umano non è progettato per ricevere microdosi continue di dopamina digitale. Ogni video, ogni post, ogni notifica è una piccola scarica che ci abitua alla superficialità, impedendo la concentrazione e la riflessione profonda. Guardare video e scrollare in modo passivo danneggia il pensiero critico e alimenta quello che in Italia ha un nome preciso: analfabetismo funzionale. Cioè l’incapacità di comprendere e interpretare ciò che si legge, di collegare le informazioni, di ragionare in modo autonomo.

E poi c’è la profilazione: chi pensa che “seguire i social” sia gratis si illude. Ogni gesto, ogni secondo trascorso, ogni click, like, pausa o scroll viene tracciato e trasformato in dati. Quei dati servono a modellare pubblicità, notizie, persino opinioni politiche su misura. Non sei tu che scegli cosa vedere: è l’algoritmo che decide cosa tu credi di scegliere.

Non stupisce, allora, la decisione recente del virologo Roberto Burioni di abbandonare i social dopo dieci anni di presenza costante. Stanco di essere insultato, manipolato e utilizzato per alimentare un sistema che “usa gratis i miei contenuti per addestrare intelligenze artificiali”, ha annunciato la sua uscita dalle piattaforme. Non per rinunciare al confronto, ma per riprendersi lo spazio mentale e la dignità intellettuale che il rumore digitale soffoca. È un segnale forte, e dovremmo ascoltarlo.

Perché non è solo una scelta di un professore. È una presa di posizione contro un meccanismo che ci vuole distratti, prevedibili, reattivi. Ogni scroll è una resa. Ogni video visto in automatico è un passo indietro nella capacità di analizzare, comprendere, decidere.

E allora, come si inizia una vera disintossicazione? Prima di tutto con la consapevolezza. Poi con le giuste letture. Ecco dei libri che aiutano a capire e cambiare prospettiva:

  1. “Disconnessi e felici” di Marc Masip – mostra come la dipendenza da smartphone e social alteri la percezione di sé, delle relazioni e del tempo. Non predica un ritorno al passato, ma un uso intelligente, che ridia senso all’attenzione. Pratico e illuminante, offre strategie concrete per riconquistare la libertà mentale.
  2. “Homo Pluralis. Essere umani nell’era tecnologica” di Luca De Biase – Un testo che va oltre il lamento sul digitale per spiegare chi siamo diventati. Analizza come l’iperconnessione trasformi l’identità, la conoscenza e la convivenza. È un invito a evolversi, non a fuggire: ma con consapevolezza, non con automatismo.

Per iniziare una disintossicazione vera dai social, serve disciplina ma non eroismo. Bastano piccoli gesti quotidiani: disattivare le notifiche push, eliminare le app dal telefono o spostarle in una cartella nascosta, stabilire orari precisi in cui concedersi di guardare i social, impostare un limite massimo giornaliero (30 minuti sono più che sufficienti), e soprattutto riempire il tempo liberato con attività reali: leggere, camminare, scrivere, ascoltare, incontrare.

Infine, prova questo piccolo esperimento: per una settimana, ogni volta che stai per aprire un social, chiediti “Cosa sto cercando davvero?”. Nove volte su dieci, la risposta è “niente”. E quel “niente” è esattamente ciò che l’algoritmo vuole: un utente che scrolla, non che pensa.

Abbandonare o ridurre drasticamente i social non è un atto di fuga, ma di lucidità. È il gesto più sovversivo in un’epoca in cui tutto spinge alla distrazione. Se vuoi riappropriarti del tuo tempo, del tuo pensiero e della tua libertà, il primo passo è semplice: spegni il feed, riaccendi la mente.

Il moralismo dei servi: contro la destra delle regole e per l’anarchia della mente.

C’è una certa cultura di destra – quella che si ammanta di disciplina, ordine e finta moralità – che non è altro che la caricatura grottesca di un desiderio umano profondo: la paura della libertà. Si nutre di regolamenti, di codici morali prefabbricati, di un linguaggio che sostituisce il pensiero con il conformismo. Si presenta come cultura, ma è solo burocrazia dell’anima. Questi difensori della “civiltà occidentale” si inginocchiano davanti al potere come i preti davanti all’altare: adorano il limite, il confine, la norma. Hanno trasformato la morale in un regolamento condominiale e la politica in un manuale di condotta per studenti timorosi.

L’anarchia, invece, è un’altra cosa. È il gusto del pensiero libero, il coraggio di dire “no” al comando e “sì” al dubbio. È un’arte dell’essere, non dell’obbedire. Come scriveva Errico Malatesta: “Incominciando a gustare un po’ di libertà si finisce per volerla tutta.” Ed è vero: chi ha davvero conosciuto la libertà, anche solo un frammento, non può più tornare indietro al recinto.

La cultura – quella autentica, che si fa carne e coscienza – è la migliore difesa contro l’autoritarismo. Chi legge, chi riflette, chi si confronta con il pensiero, non può essere fascista. Il fascismo, in tutte le sue forme moderne e travestite, nasce sempre dall’ignoranza, dal bisogno di ordine per paura del caos. Ma la vita è caos, e la cultura è il modo più elegante e umano di abitarlo.

Leggere, per esempio, “L’uomo in rivolta” di Albert Camus significa capire che la rivolta non è distruzione, ma affermazione di dignità. Camus non difende l’anarchia del disordine, ma quella della coscienza: la libertà come responsabilità personale, come rifiuto di qualsiasi potere assoluto.

In “Dio e lo Stato” di Michail Bakunin, invece, esplode la potenza del pensiero anarchico più puro: l’uomo non ha bisogno né di padroni né di dei. Bakunin smaschera il potere come religione secolare, e la religione come potere travestito da amore. Un testo che brucia ancora oggi, nella sua radicalità necessaria.

E poi “La conquista del pane” di Pëtr Kropotkin, il manifesto di un anarchismo concreto e solidale. Non utopia, ma progetto: la libertà che si fa cooperazione, il sogno che si traduce in pane per tutti. È il contrario del capitalismo moralista della destra contemporanea, che predica il merito e pratica l’esclusione.

Ed è proprio qui che entra in scena la più grande illusione del nostro tempo: il neoliberismo. Questo sistema che promette libertà economica ma genera schiavitù sociale; che parla di responsabilità individuale ma costruisce precarietà collettiva; che trasforma ogni persona in un’impresa e ogni relazione in una transazione. Il paradosso è che una certa destra – quella che invoca tradizione, patria e moralità – ne è diventata la più entusiasta propagandista. Cavalca il neoliberismo come se fosse un cavallo di libertà, senza rendersi conto che è un mulo addestrato al lavoro senza fine.

Si batte per il “mercato libero” senza capire che quel mercato li ha resi servi, li ha spinti a competere contro i propri simili, a sacrificare tutto – tempo, affetti, sogni – sull’altare della produttività. Difendono un sistema che li consuma, applaudono a chi li sfrutta, e si illudono di essere “vincitori” solo perché obbediscono bene. È una forma di autolesionismo politico travestita da orgoglio nazionale.

Il neoliberismo è l’altra faccia del moralismo: entrambi dicono all’individuo “sei solo”, e se fallisci è colpa tua. Entrambi odiano la solidarietà, perché la solidarietà è l’inizio della libertà. Chi si tende la mano esce dal recinto, e chi esce dal recinto non torna più dentro.

Chi ha letto questi libri, chi ha compreso davvero la storia e la cultura, non può inginocchiarsi davanti a un capo, a un partito, a una bandiera. Non può credere che la legge sia più giusta della coscienza, né che l’obbedienza sia una virtù. La cultura è anarchica per natura, perché educa alla libertà, alla complessità, al dubbio.

Ecco perché la destra moralista la teme, la ridicolizza, la combatte. Perché sa che una mente che pensa è una mente che disobbedisce. E che chi ha cominciato a gustare anche solo un po’ di libertà, come diceva Malatesta, finirà per volerla tutta — e non c’è legge, regolamento o bandiera che potrà più fermarlo.

Oggi, in un’Europa che si riempie la bocca di “ordine”, “merito” e “valori tradizionali” mentre restringe diritti, privatizza la vita e svende la dignità al mercato, l’anarchia della mente è più necessaria che mai. Non come gesto di distruzione, ma come atto di lucidità. In tempi di governi che predicano la libertà ma esigono obbedienza, la vera ribellione è pensare, leggere, scegliere da sé. È ricordare che la cultura non è un accessorio dell’anima, ma la sua forma più alta di disobbedienza.