IL FASCISTA (DI SOLITO) NON LEGGE… E SI ALIMENTA DI SOCIAL.

Quando Pavese scrive “Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista”, non sta parlando di tessere di partito o di uniformi. Parla di una postura dell’anima. È la scelta della comodità contro la responsabilità.

Non sei mica fascista? – mi disse.
Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai.
– Lo siamo tutti, cara Cate, – dissi piano. – Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista

Cesare Pavese, La casa in collina.

Oggi, questa “comodità” ha un nome e un’interfaccia: lo scorrimento infinito dei social media.

L’analfabetismo funzionale come nuova camicia nera
Il fascismo moderno non ha bisogno di olio di ricino; gli basta l’algoritmo. Se non leggi, se non approfondisci, se il tuo unico nutrimento sono i video di 15 secondi e i titoli acchiappaclick, stai abdicando alla tua capacità di pensiero critico.

L’esempio dei “Like” d’odio: Quante volte abbiamo visto utenti commentare con ferocia articoli che non hanno nemmeno aperto? Questo è fascismo intellettuale: l’incapacità di tollerare la complessità, preferendo la semplificazione brutale del “noi contro loro”.

La bolla (Echo Chamber): I social ci chiudono in recinti dove sentiamo solo ciò che ci piace. Chi rifiuta di leggere libri e preferisce la “pappa pronta” digitale, finisce per accettare passivamente l’autorità del trend del momento.

Spegnete i telefoni. Il fascismo cresce nel buio della vostra ignoranza. Ogni ora passata a guardare il nulla è un’ora sottratta alla costruzione della vostra libertà.

“La casa in collina” – Il peso del silenzio
La casa in collina (1948) è forse il libro più doloroso e onesto di Pavese. Ambientato tra il 1943 e il 1944, segue le vicende di Corrado, un professore torinese che, per sfuggire ai bombardamenti e alla guerra civile, si rifugia in collina.

Perché è un capolavoro necessario:
L’intellettuale codardo: Corrado non è un eroe. È l’incarnazione di chi osserva la Storia dalla finestra. Mentre i suoi amici (tra cui Cate, l’antico amore) rischiano la vita nella Resistenza, lui resta a guardare, protetto dal suo isolamento.

La solitudine come colpa: Il romanzo esplora il senso di colpa di chi sopravvive senza aver combattuto. La “casa in collina” diventa il simbolo di una torre d’avorio che, alla fine, non protegge nessuno dal rimorso.

La scrittura di Pavese è essenziale, priva di retorica, come se ogni parola pesasse quanto una pietra della sua Langa.

Perché leggerlo oggi?
Leggere Pavese significa guardarsi allo specchio e chiedersi: “E io, cosa sto facendo mentre il mondo brucia?”. È un invito a smettere di essere spettatori. Non leggere Pavese significa ignorare le radici del nostro malessere contemporaneo.

Un invito alla resistenza intellettuale
Non essere “fascista” nel senso pavesiano del termine significa fare fatica. Leggere un libro complesso è faticoso. Capire la storia è faticoso. Ma è l’unica alternativa al diventare automi telecomandati da una notifica sullo smartphone.

Vuoi davvero essere libero? Lascia lo smartphone in un’altra stanza, apri La casa in collina e accetta la sfida di Pavese. Il vero pericolo non è chi urla in piazza, ma chi tace e scrolla lo schermo mentre la libertà sbiadisce.

IL LAVORO NON NOBILITA: LA GRANDE TRAPPOLA DEL NEOLIBERISMO CHE CI STA CONSUMANDO L’ANIMA.


Da secoli ci ripetono una menzogna rassicurante: “il lavoro nobilita l’uomo”. È il mantra preferito di chi ha bisogno di braccia obbedienti. In realtà, nel contesto attuale, il lavoro non nobilita affatto; al contrario, inbruttisce lo spirito, logora il corpo e riduce l’essere umano a un ingranaggio intercambiabile di una macchina progettata per accumulare capitale, non per produrre benessere.

L’ARTIGLIO DEL NEOLIBERISMO: LA LIBERTÀ DI ESSERE SCHIAVI
Per capire perché oggi il lavoro sia diventato una forma di schiavitù moderna, dobbiamo guardare in faccia il mostro: il Neoliberismo.

Il neoliberismo è la dottrina che pone il mercato al di sopra di ogni valore umano. Non è solo economia, è una colonizzazione psicologica: trasforma l’individuo in “capitale umano”, una merce che deve costantemente competere per non essere scartata. Sotto il neoliberismo, i diritti diventano privilegi e il tempo di vita viene visto come uno spreco se non produce profitto. Lo sfruttamento non avviene più solo col comando, ma attraverso l’auto-sfruttamento: ci sentiamo in colpa se non siamo “produttivi”, diventando i carcerieri di noi stessi.

LA PROSPETTIVA ANARCHICA: LIBERARE L’OPERA, DISTRUGGERE LA FATICA
Il pensiero anarchico ha sempre visto il lavoro salariato come una catena da spezzare per restituire all’uomo la sua essenza:

Pëtr Kropotkin: Ne “La conquista del pane”, dimostrò che la ricchezza sociale è frutto del lavoro di generazioni e deve appartenere a tutti. Teorizzò che, con la tecnologia, basterebbero poche ore di lavoro collettivo per garantire il benessere, lasciando il resto del tempo alla libera ricerca della felicità.

Michail Bakunin: Vedeva nel lavoro sotto padrone la negazione della libertà. Per Bakunin, l’uomo è veramente uomo solo quando lavora per scelta e in cooperazione paritaria, rifiutando la gerarchia che trasforma l’essere umano in un oggetto.

Murray Bookchin: Fondatore dell’ecologia sociale, parlava di “Post-Scarsità”. Sosteneva che l’automazione dovrebbe liberarci dalla fatica bruta, permettendoci di vivere in comunità decentralizzate dove l’attività umana non è più “fatica” ma partecipazione creativa alla vita della polis e della natura.

IL DISCORSO TIPICO DELLO SCHIAVO MODERNO DI SILVANO AGOSTI
Questo testo è lo specchio deformante in cui l’umanità si riflette ogni mattina prima di andare a “leccare il pavimento”. È la denuncia definitiva di una coscienza che si è fatta prigione:

«Uno degli aspetti più micidiale dell’attuale cultura, è di far credere che sia l’unica cultura… invece è semplicemente la peggiore. Gli esempi sono nel cuore di ognuno… per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana è la cosa più pezzente che si possa immaginare…

Come si fa a rubare la vita agli esseri umani in cambio del cibo, del letto, della macchinetta… Mentre fino a ieri credevo che mi avessero fatto un piacere a darmi un lavoro, da oggi penso: “Pensa questi bastardi che mi stanno rubando l’unica vita che ho, perché non ne avrò un’altra, c’ho solo questa.. e loro mi fanno andare a lavorare 5 volte, 6 giorni alla settimana e mi lasciano un miserabile giorno, per fare cosa?! Come si fa in un giorno a costruire la vita?!”. Allora, intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero perché sennò anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire… Deve sempre pensare, con una coscienza perfetta: “Questi stanno rubandomi la vita, in cambio di mille euro al mese, mentre io sono un capolavoro il cui valore è inenarrabile”. Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere miliardi e un essere umano mille euro al mese, bene che vada.

Secondo me poi, siccome c’è un parametro che, con le nuove tecnologie, i profitti sono aumentati almeno 100 volte… e allora il lavoro doveva diminuire almeno 10 volte! Invece no! L’orario di lavoro è rimasto intatto. Oggi so che mi stanno rubando il bene più prezioso che mi è stato dato dalla Natura. Pensa alla cosa più bella che la Natura propone, che è quella, mettiamo, di fare l’amore… Immagina che tu vivi in un sistema politico, economico e sociale dove le persone sono obbligate, con quello che le sorveglia, a fare l’amore otto ore al giorno… sarebbe una vera tortura. E quindi perché non dovrebbe essere la stessa cosa per il lavoro che non è certamente più gradevole di fare l’amore, no?! Per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana… certo c’ho il mitra alla nuca, lo faccio, perché faccio il discorso: “Meglio leccare il pavimento o morire?” “Meglio leccare il pavimento” ma quello che è orrendo in questa cultura è che “leccare il pavimento” è diventata addirittura una aspirazione, capisci?

Ma è mostruoso che il tipo debba andare a lavorare 8 ore al giorno e debba essere pure grato a chi gli fa leccare il pavimento, capisci? Tutto ciò è mostruoso…

[voce fuori campo: “Si vabbe’ ma ormai è irreversibile la situazione …”] > … Si, tu fai giustamente un discorso in difesa di chi ti opprime, perché è il tipico dello schiavo, no?! Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà. Ma rispetto a quello che tu mi hai detto adesso: quando Galileo ha enunciato che era la Terra a girare intorno al Sole, ci sarà sicuramente stato qualcuno come te, che gli avrà detto: “Eh si! sono 22 secoli che tutti dicono che è il Sole che gira intorno, mò arrivi te a dire questa stronzata… e come farai a spiegarlo, a tutti gli esseri umani?” e lui: “Non è affar mio, signori…” “Allora guarda, noi intanto ti caliamo in un pozzo e ti facciamo dire che non è vero, così tutto torna nell’ordine delle cose”… hai capito? Perché tutto l’Occidente vive in un’area di beneficio perché sta rubando 8/10 dei beni del resto del Mondo. Quindi non è che noi stiamo vivendo in un regime politico capace di darci la televisione, la macchina, ecc… no! È un sistema politico che sa rubare 8/10 a 3/4 di Mondo e dà un po’ di benessere a 1/4 di Mondo, che siamo noi. Quindi, signori miei, o ci si sveglia, o si fa finta di dormire… o bisogna accorgersi che siete tutti morti!»

LIBRI PER DISIMPARARE L’OBBEDIENZA
CONTRO IL LAVORO – ANDRÉ GODARD
Godard non fa sconti. In questo libro, il lavoro viene descritto come una forma di mutilazione dell’anima. L’autore smaschera il ricatto sociale che ci costringe a svendere il nostro genio per compiti mediocri. È un grido di battaglia per chiunque senta che la propria dignità non può essere barattata con un salario.

MANIFESTO CONTRO IL LAVORO – GRUPPO KRISIS
Un’analisi teorica spietata. Krisis sostiene che il capitalismo ha raggiunto un punto di rottura: non ha più bisogno di lavoratori per produrre ricchezza grazie all’automazione, ma continua a imporre il lavoro come forma di controllo e punizione sociale. Definire il lavoro come un “feticcio”, ci invitano a smettere di adorarlo per iniziare finalmente a vivere.

LETTERE DALLA KIRGHISIA – SILVANO AGOSTI
È l’utopia fatta libro. Attraverso il racconto di un paese immaginario (ma possibile) dove si lavora solo tre ore e si dedica il resto alla propria crescita interiore e agli altri, Agosti ci dimostra che la nostra “normalità” è una patologia. È un testo che non ti lascia indifferente: ti costringe a chiederti perché non stiamo già vivendo così.

RIPRENDIAMOCI IL TEMPO
Siamo “capolavori dal valore inenarrabile” costretti a vivere come scarti di magazzino. La vera rivoluzione non è riformare il lavoro, ma disertarlo spiritualmente fino a quando non riusciremo a riprenderci ogni singolo istante che ci è stato rubato. Non mettete i fiorellini alla finestra della vostra cella: aprite la porta. Il tempo non è denaro, il tempo è l’unica sostanza di cui è fatta la nostra vita.

Il lavoro non nobilita. La libertà sì.

IL RUMORE DEGLI IMBECILLI: PERCHÉ IL “VADEMECUM” DELL’ASPIRANTE FASCISTA È L’ARMA CHE CI SERVE.


C’è un’aria pesante, un odore di muffa che risale dalle fogne della storia e si traveste da “buonsenso”. Guardatevi intorno: la scena pubblica è infestata da aspiranti fascisti che, forti di un’ignoranza crassa e di un analfabetismo funzionale da record, vomitano quotidianamente concetti che solo dieci anni fa sarebbero stati accolti con il totale isolamento sociale.

Oggi l’indicibile è diventato “opinione”. E il libro di Federico Finchelstein, Aspiranti Fascisti, non è solo un saggio: è un allarme rosso su come il populismo moderno stia mutando in qualcosa di molto più sinistro.

Trump e la metamorfosi del populismo
Finchelstein è implacabile nel tracciare la linea che unisce i populismi sudamericani, il sovranismo europeo e il fenomeno Donald Trump. Secondo lo storico, non siamo più di fronte a semplici leader carismatici, ma aspiranti fascisti che usano la democrazia per smantellarla dall’interno.

Trump non è un incidente di percorso, ma il prototipo del leader che trasforma il populismo in una rampa di lancio verso l’autocrazia. Come sottolineano molte recensioni al testo:

“Il populismo è stato a lungo una forma di democrazia autoritaria, ma con figure come Trump e Bolsonaro, il confine è stato superato. Si è passati dalla manipolazione del consenso alla negazione della realtà (le cosiddette ‘verità alternative’), una tecnica squisitamente fascista per distruggere la fiducia nelle istituzioni.”

L’aspirante fascista oggi non indossa la camicia nera; indossa una cravatta rossa o una felpa d’ordinanza, ma condivide con i dittatori del passato lo stesso disprezzo per i fatti, la stessa ossessione per il “nemico interno” e la stessa violenza verbale che precede quella fisica.

L’Analfabetismo come scudo della reazione
Il dramma che Finchelstein descrive è la legittimazione dell’ignoranza. Questi nuovi piccoli duci da tastiera e da talk-show pretendono di riscrivere la storia senza averla mai aperta. Siamo arrivati al paradosso per cui chi si indigna per l’antifascismo dichiara, di fatto, la propria natura.

Non esistono zone grigie: se la parola “antifascismo” ti provoca orticaria, se senti il bisogno di “contestualizzare” l’orrore o di elogiare l’ordine dei regimi, non sei un “libero pensatore”. Sei un maledetto fascista che non ha il coraggio di ammetterlo, nascosto dietro il paravento di una democrazia che stai cercando di svuotare.


Il libro chiarisce che il populismo è spesso l’anticamera del fascismo quando smette di rispettare i risultati elettorali e inizia a glorificare la violenza (si pensi all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio). L’aspirante fascista moderno è quello che:

Deride la cultura e la competenza chiamandola “élite”.

Usa il vittimismo per giustificare l’aggressività verso le minoranze.

Trasforma la menzogna sistematica in una “verità di fede” per i propri seguaci.

Combattere, non discutere.
La lezione di Finchelstein è chiara: la democrazia non è un pranzo di gala dove tutti sono invitati, anche chi vuole avvelenare le portate. Il fascismo non è un’opinione, è un crimine, e chi oggi lo sdogana sotto il nome di “populismo” va combattuto con ogni mezzo culturale, politico e civile.

Leggete questo libro. Usatelo come bussola per navigare nel mare di fango delle dichiarazioni indicibili che leggiamo ogni giorno. E ricordate: di fronte a un aspirante fascista, il silenzio è complicità.

DALLA PROPRIETÀ ALL’IMPROPRIETÀ: IL RISCATTO DEGLI SPAZI COMUNI.


Nel dibattito politico attuale, la parola “improprietà” viene spesso usata con sufficienza per indicare un errore o un uso scorretto. Tuttavia, nel ventre dei movimenti e nell’esperienza storica del Leoncavallo (leoncavallo.org), questo termine assume un significato rivoluzionario: diventa il grimaldello per scardinare il dominio della proprietà privata speculativa.
Che cos’è davvero l’Improprietà?
L’improprietà non è una mancanza di regole, ma un’istituzione che nega o sospende il regime di proprietà individuale a beneficio di un esercizio collettivo dei diritti. Essa nasce per separare il concetto di “proprio” da quello di “proprietà”.
Mentre una certa destra reazionaria, spesso forte di una retorica intrisa di bassa cultura e pregiudizio, attacca i centri sociali chiamandoli luoghi di “illegalità”, essa difende in realtà solo la legge proprietaria, che spesso tutela la speculazione e il degrado. L’improprietà, invece, tutela la giustizia sociale, riconoscendo che la casa, il sapere e gli spazi di aggregazione sono diritti universali che devono prevalere sulla logica del profitto.

Per capire come l’improprietà migliori la vita collettiva, basta guardare alla realtà:
il possesso senza padroni: quando diciamo “il mio amico”, non intendiamo di averne la proprietà legale, ma rivendichiamo un legame affettivo. L’improprietà propone di estendere questo modello agli spazi: sentire “nostro” un quartiere significa prendersene cura collettivamente, senza che nessuno possa recintarlo per speculare.
La lotta contro l’estrattivismo digitale: i nostri dati personali sono “propri” ma non siamo noi a possederli; le piattaforme li trasformano in proprietà privata per arricchirsi. Rivendicare l’improprietà significa pretendere che la circolazione dei saperi resti libera e non diventi merce.
La resistenza abitativa: esiste una “proprietà come frutto” (la casa dove si vive), che va difesa come diritto. Ma esiste la “proprietà come furto”: quella dei grandi speculatori con migliaia di immobili vuoti. L’occupazione di questi vuoti è un atto di autodifesa sociale che trasforma un bene inerte in vita.
Gli spazi sociali come centri di vita: laddove la destra vede solo muri occupati, l’improprietà vede doposcuola, palestre popolari e archivi storici che lo stato non è in grado di offrire, sottraendo i giovani al disagio e alla solitudine.


COSA POSSIAMO FARE SINGOLARMENTE?
La lotta per l’improprietà non è solo una questione di grandi movimenti, ma inizia dalle scelte quotidiane di ciascuno di noi:
Sostieni gli spazi autogestiti: frequenta i centri sociali, partecipa ai loro laboratori e alle loro assemblee. La loro sopravvivenza dipende dalla partecipazione della comunità.
Pratica l’autogestione nel tuo quotidiano: crea gruppi d’acquisto, biblioteche di condominio o spazi di condivisione attrezzi. Svincolare l’uso di un oggetto dal possesso individuale è il primo passo verso l’improprietà.
Difendi il diritto all’abitare: informati sulle lotte per la casa nel tuo quartiere e solidarizza con chi subisce sfratti causati dalla speculazione.

FRASI E CITAZIONI PER RIFLETTERE
“Tale è il male: quando si pensa qualcosa di improprio, quello è il male”.
“Le occupazioni sono migliori di mille lezioni. Per ogni occupazione in più ci sarà certo un pronto soccorso psichiatrico in meno”.
“L’improprietà è lo strumento per rendere il diritto particolare un diritto universale”.


DUE LIBRI PER APPROFONDIRE

1. “Senza proprietà non c’è libertà. Falso!” – Ugo Mattei
In questo saggio provocatorio, il giurista Ugo Mattei attacca frontalmente il mantra neoliberale della destra. Mattei dimostra come la proprietà privata non sia affatto garanzia di libertà, ma spesso uno strumento di oppressione e distruzione dei beni comuni.
Perché leggerlo: È il libro perfetto per smascherare l’ipocrisia di chi invoca la “proprietà sacra” per giustificare lo sgombero di centri sociali. Mattei ci insegna che la vera libertà nasce dalla condivisione e dalla tutela di ciò che è di tutti.

2. “I beni comuni. “
di Alberto Lucarelli
Alberto Lucarelli è uno dei giuristi che ha scritto materialmente i quesiti referendari per l’acqua pubblica. In questo libro, spiega perché alcuni beni (come gli spazi urbani, la cultura e l’ambiente) non possono essere “proprietà” di nessuno perché sono “propri” di tutti. L’autore chiarisce che il concetto di improprietà non è un capriccio degli attivisti, ma una necessità ecologica e sociale per sopravvivere alla voracità del mercato.
Perché leggerlo:
Questo testo è il martello pneumatico che distrugge la retorica fascista della “difesa della proprietà privata”. Lucarelli spiega che quando un centro sociale occupa un edificio per farne un teatro o un’aula studio, non sta compiendo un furto, ma sta esercitando un “diritto fondamentale” contro una proprietà privata che ha perso la sua funzione sociale. È la lettura definitiva per chi vuole sostenere che il Leoncavallo è un’istituzione del comune, più legittima di qualsiasi fondo immobiliare.


In un mondo che cerca di recintare ogni metro di terra e ogni frammento del nostro pensiero, l’improprietà è l’unica via per restare umani. Non è una battaglia per un edificio di mattoni e tubature in via Watteau, ma una lotta per l’anima stessa delle nostre città. Il Leoncavallo non è uno spazio morto che si può trasferire o cancellare con un atto notarile; è un organismo vivo che cresce con ogni iniziativa, ogni emozione e ogni atto di resistenza che lo attraversa.
Dobbiamo avere il coraggio di essere quel “malware” nel sistema, quell’errore imprevisto che rompe il meccanismo perfetto della speculazione per restituire bellezza alla collettività. Perché, alla fine, la vera ricchezza non risiede in ciò che possediamo in esclusiva, ma in ciò che siamo capaci di rendere universale. Restituire il mondo all’improprietà significa, semplicemente, restituirlo alla vita.

Non lasciamo che il futuro sia scritto solo da chi ha il portafoglio pieno, ma da chi ha il cuore aperto alla Res Communia, un’espressione del diritto romano che indica beni di uso comune inalienabili, come l’aria, l’acqua corrente, il mare e le spiagge, destinati al godimento di tutti gli esseri umani per diritto naturale e non suscettibili di proprietà privata, anticipando concetti moderni come i “beni comuni” e il “patrimonio comune dell’umanità” nel diritto internazionale e ambientale. 

La proprietà isola, l’improprietà libera. Riprendiamoci il futuro, un centimetro alla volta.

CARCERE 2025: IL FALLIMENTO DI UN SISTEMA CHE “BUTTA LA CHIAVE” E DIMENTICA L’UMANO

Il 2025 si chiude con un bilancio che definire drammatico è un eufemismo. Le carceri italiane sono diventate, a tutti gli effetti delle gabbie di disperazione dove lo Stato sembra aver abdicato alla sua funzione costituzionale per rincorrere un populismo penale che non produce sicurezza, ma solo morte e costi sociali insostenibili.

I numeri della tragedia: la strage silenziosa

Non sono solo statistiche, sono persone. Al termine del 2025, il numero dei morti dietro le sbarre ha raggiunto la cifra agghiacciante di 238 decessi. Tra questi, ben 79 sono suicidi, un dato che evidenzia come il sistema non sia solo punitivo, ma letteralmente insostenibile per la psiche umana.

Questi dati ci dicono che in Italia si muore di carcere con una frequenza che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi amministratore. Il sovraffollamento, arrivato a punte insostenibili, trasforma la detenzione in un trattamento inumano e degradante, lontano anni luce da quell’articolo 27 della Costituzione che parla di “rieducazione”.

L’illusione securitaria: perché “buttare la chiave” è un autogol

C’è una certa parte politica, una destra arroccata su posizioni puramente punitive, che continua a vendere ai cittadini la ricetta del “pugno di ferro”. È una retorica ignorante, che si nutre di rabbia sociale ma che ignora sistematicamente l’evidenza empirica.

La logica del “chiudere dentro e dimenticare” non serve a nessuno, se non a chi cerca voti facili sulla pelle della sicurezza pubblica. Ecco perché:

  • Il carcere “duro” non è un deterrente: Se la sola minaccia della cella funzionasse, avremmo carceri vuote. Invece sono piene di persone che rientrano continuamente nel sistema. Neppure dove è in vigore o era in vigore la pena di morte ha dimostrato che una sanzione così dura diminuisca i reati.
  • La cecità dei numeri: Ignorare le statistiche significa non capire che un detenuto lasciato a vegetare in una cella sovraffollata uscirà più arrabbiato e marginalizzato di prima.

Il fallimento della repressione contro il successo del recupero

Se guardiamo ai numeri della recidiva (ovvero la percentuale di chi torna a delinquere dopo aver scontato la pena), il verdetto è senza appello. Nel percorso di detenzione il tasso di recidiva è il seguente : Carcere tradizionale (solo custodia) circa 70% Misure alternative (affidamento, comunità) circa 19% Detenuti ammessi al lavoro esterno 2%

Questi numeri urlano una verità che la politica securitaria si ostina a negare: il recupero funziona, la sola cella no. Quando un detenuto ha accesso al lavoro e a un percorso di reinserimento, la probabilità che torni a commettere reati crolla drasticamente. Investire nel recupero significa sicurezza reale per tutti i cittadini.


Letture per capire (e non urlare)

Per chi vuole smettere di leggere slogan e iniziare a leggere la realtà, consiglio questi due testi fondamentali:

1. “Abolire il carcere. Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini” di Luigi Manconi et al. Una lettura necessaria che smonta, pezzo dopo pezzo, il dogma della cella come unica soluzione. Manconi spiega con estrema lucidità come il carcere, così come lo conosciamo oggi, sia un moltiplicatore di criminalità e come le sanzioni alternative non siano “buonismo”, ma l’unico modo pragmatico per garantire la sicurezza della società.

2. “Fine pena: ora” di Elvio Fassone Scritto da un magistrato che ha intrattenuto per anni una corrispondenza con un uomo condannato all’ergastolo, questo libro è un pugno nello stomaco. È una riflessione profonda sul senso della pena e sul paradosso di uno Stato che punisce il male infliggendo un altro male, privo di speranza. Un testo che obbliga a guardare in faccia l’umanità dietro le sbarre e a interrogarsi sulla moralità del “fine pena mai”.


È ora di smetterla di parlare alla pancia del Paese. I dati del 2025 ci dicono che il sistema carcerario è al collasso. Continuare sulla strada della pura repressione non è “essere duri con il crimine”, è essere ottusi con la realtà. La sicurezza si costruisce con la dignità e la rieducazione.

Tutto il resto è solo rumore elettorale pagato con la vita umana.

LA FILOSOFIA DEL VUOTO: BERNARD MOITESSIER E L’ARTE DI VIVERE CON CIÒ CHE È ESSENZIALE

Esiste una frase che ogni marinaio degno di questo nome conosce a memoria: “Quello che non c’è, non si rompe”. A pronunciarla non è stato un ingegnere, ma un poeta del mare, un uomo che ha preferito la pace dell’oceano alla gloria della terraferma: Bernard Moitessier.

Sebbene Moitessier parlasse di winch, bulloni e motori, la sua filosofia travalica i confini della nautica per diventare un manifesto del minimalismo moderno e una guida per i rapporti umani.

Bernard Moitessier: una vita vissuta tra onde e libertà.
Nato nel 1925 in Indocina, Bernard Moitessier è stato molto più di un semplice navigatore: è stato un filosofo, un ribelle e un poeta dei mari. La sua vita è stata una costante ricerca di libertà e autenticità, lontano dalle convenzioni e dalle pressioni della società moderna. Dopo aver trascorso l’infanzia tra piantagioni di gomma e fiumi, all’età di 20 anni si imbarcò per la prima volta e capì che il suo destino era l’oceano. Le sue numerose traversate in solitario, spesso ai limiti dell’impossibile, lo hanno reso una leggenda. Ma fu la sua partecipazione alla Golden Globe Race del 1968-69 a consacrarlo per sempre. In testa alla regata, con la vittoria a portata di mano, Moitessier decise di virare, rinunciare alla competizione e continuare la sua rotta verso la Polinesia. Un gesto che stupì il mondo e che divenne il simbolo di una scelta di vita radicale: preferire la libertà dell’anima ai trofei e alla gloria.

L’Essenziale come Libertà

Per Moitessier, la barca era un microcosmo. Riempirla di gadget inutili non significava essere più sicuri, ma essere più schiavi della manutenzione. Se applichiamo questo concetto alla nostra vita materiale, il messaggio è dirompente: accumulare oggetti significa accumulare preoccupazioni.

Il minimalismo di Moitessier non è privo di gioia, è “pieno di vuoto”. Ridurre il possesso all’essenziale libera spazio mentale. Quando non dobbiamo preoccuparci di ciò che possediamo, possiamo finalmente occuparci di ciò che siamo.

Rapporti umani: meno rumore, più verità.

Lo stesso principio si applica alle relazioni. Spesso complichiamo i rapporti con aspettative sovrabbondanti, sovrastrutture sociali e “accessori” emotivi che servono solo a creare attrito. Moitessier cercava l’autenticità. La sua filosofia ci insegna a sfrondare i rapporti dalle formalità inutili e dai legami tossici. “Quello che non c’è non si rompe”: se togliamo l’orgoglio, la pretesa di controllo e il bisogno di apparire, ciò che resta è un legame solido, capace di resistere alle tempeste più dure.

“In mare non ci sono artifici, non ci sono bugie. Il mare non ti chiede chi sei, ti mostra chi sei.”

I Libri Consigliati

Se vuoi immergerti nel suo pensiero, ecco due tappe fondamentali della sua bibliografia:

1. “La Lunga Rotta” (L’Ultima Rotta)

È il suo capolavoro assoluto. Moitessier partecipa alla prima regata in solitario intorno al mondo. È in testa, sta per vincere e ottenere gloria e denaro. Invece, decide di abbandonare la gara, rinunciare ai premi e continuare a navigare verso la Polinesia “per salvare la sua anima”.

  • Perché leggerlo: È un diario di bordo che diventa un trattato di spiritualità. Ti farà mettere in discussione il concetto di successo.

2. “Vagabondo dei Mari del Sud”

In questo libro, Moitessier racconta le sue prime avventure e i suoi naufragi. È il libro della resilienza, dove impariamo che perdere tutto è spesso il primo passo per trovare se stessi.

  • Perché leggerlo: Per capire come nasce un mito e per imparare l’umiltà di fronte alla forza della natura.

DALLA BARCA ALLA VITA: APPLICARE IL “NON C’È” NEL QUOTIDIANO

Se la barca di Moitessier era il suo tempio, la nostra casa e il nostro ufficio sono i nostri mari. Come possiamo tradurre operativamente il concetto di “quello che non c’è non si rompe”?

1. Minimalismo Funzionale (Casa e Lavoro)

Moitessier sapeva che un attrezzo multifunzione che fa dieci cose male è peggio di uno solo che ne fa una bene.

  • Nello spazio fisico: Liberati del “just in case” (il “non si sa mai”). Gli oggetti che conserviamo per un futuro ipotetico sono zavorre che occupano spazio vitale. Meno oggetti significa meno tempo dedicato a pulire, riparare e cercare.
  • Nel digitale: Le notifiche inutili sono “winch che cigolano”. Disinstalla ciò che non usi. La tua attenzione è la tua risorsa più preziosa; non permettere che si rompa sotto il peso del superfluo.

2. La Manutenzione dei Rapporti Interpersonali

Nel mare della socialità, tendiamo a collezionare “conoscenze” come fossero souvenir. Moitessier ci insegna che la qualità di una navigazione dipende dalla solidità dell’equipaggio, anche se quell’equipaggio è composto solo da noi stessi e pochi intimi.

  • Sottrazione Emotiva: Spesso i nostri rapporti si incrinano per via di sovrastrutture inutili: il bisogno di dare sempre spiegazioni, l’obbligo sociale di partecipare a eventi che ci svuotano, o il mantenimento di legami “di facciata”.
  • L’Essenziale nel Dialogo: “Quello che non c’è non si rompe” si applica anche alle parole. Spesso cerchiamo di riempire i silenzi con chiacchiere vacue che portano a malintesi. Un rapporto profondo vive di silenzi condivisi e verità nude. Se togliamo il superfluo — le pretese, i non detti, le maschere — resta un legame che non ha bisogno di manutenzione costante perché è basato sulla sostanza, non sull’apparenza.

“Ho imparato che la libertà non è fare tutto quello che si vuole, ma essere ciò che si deve essere, senza pesi inutili sulle spalle.”

Scegliere con chi navigare è importante tanto quanto scegliere cosa portare a bordo. Circondati di persone che non richiedono “ingranaggi complessi” per essere amate, ma che vibrano con la tua stessa semplicità.

La Rotta verso la Pace

In un mondo che ci spinge ad aggiungere — più app, più impegni, più oggetti, più follower — Moitessier ci invita a sottrarre. La sua non è una rinuncia punitiva, ma un atto di amore verso la propria libertà.

Vivere con “quello che serve” significa avere le mani libere per afferrare la vita e il cuore leggero per navigare verso il proprio orizzonte, senza il timore che qualcosa, lungo il tragitto, possa rompersi e fermarci.

“La felicità è una cosa semplice, è come il vento: non puoi possederlo, ma puoi spiegare le vele e farti portare lontano.”

Buon vento a tutti i lettori che hanno il coraggio di viaggiare leggeri.


TRUMP E VANNACCI: CONTRO LA LORO LIBERTÀ DELL’IGNORANZA, LA NOSTRA SCELTA ALLA RIVOLTA.


Basta un post sui social o un comizio in piazza per vederli: i paladini della “libertà” in salsa destra. Personaggi che parlano di libertà mentre invocano manganelli, confini blindati e gerarchie medievali. Oggi questo termine viene stiracchiato fino a diventare una menzogna, un feticcio usato per giustificare l’odio e il privilegio.

È ora di dirlo chiaramente: la libertà sbandierata da certa destra bigotta e ignorante non è altro che il privilegio di pochi garantito dall’oppressione di molti.

Il paradosso del bullo: Trump, Vannacci e la “finta” libertà
La destra ha sequestrato la parola “libertà” per venderci il diritto all’egoismo. Per i vari Trump e Vannacci, essere liberi significa poter calpestare chi sta sotto senza subire conseguenze.

Il paradosso del “Free Speech”: Invocano la libertà di parola solo quando serve a sdoganare razzismo e omofobia. Per loro, libertà significa poter dire che un omosessuale “non è normale” o che i tratti somatici decidono chi è italiano, nascondendosi dietro il vittimismo del “politicamente corretto”. Ma appena qualcuno prova a regolare l’odio online — come con il Digital Services Act — gridano alla censura. È la libertà del bullo: io posso insultarti, ma tu non puoi impedirmi di farlo.

L’educazione come proprietà privata: blaterano di “libertà di educare i figli” per sabotare ogni progresso civile. Vogliono che l’educazione sessuale e affettiva sia un’esclusiva delle famiglie, spesso le stesse famiglie bigotte, incompetenti e ignoranti che vedono il sesso come un tabù o il diverso come una minaccia. Non è libertà dei figli, è il diritto dei genitori di crescere persone chiuse e impreparate, togliendo alla scuola il compito di formare cittadini consapevoli.

La libertà dei muri: Invocano la libertà di movimento per le loro merci e per i loro capitali, ma chiedono il filo spinato per gli esseri umani. Se la tua libertà ha bisogno di un visto negato (come fatto dall’amministrazione Trump contro funzionari europei rei di non allinearsi) o di una legge speciale per silenziare il dissenso, allora non sei libero: sei solo un carceriere.

Il Mutuo Soccorso contro l’egoismo predatorio
Mentre la destra promuove l’individualismo più becero — la legge della giungla cara ai reazionari — il pensiero anarchico risponde con il Mutuo Soccorso.

Non è carità, ma solidarietà orizzontale. La destra vede l’altro come un nemico da cui difendersi; l’anarchismo vede nell’altro la condizione stessa della propria libertà. Se il mio vicino non è libero e vive sotto lo schiaffo del pregiudizio, la mia libertà è un insulto. Il Mutuo Soccorso è la prova che non abbiamo bisogno di un leader che ci dica chi odiare: la cooperazione è l’unica vera arma contro il fascismo.

La parola ai giganti della vera Libertà
A differenza degli slogan vuoti di chi confonde la libertà con la sregolatezza, l’anarchia poggia su basi filosofiche solide:

“La libertà degli altri, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è al contrario la condizione necessaria e la conferma.” — Michail Bakunin

“Le libertà non vengono date, si prendono!” — Pëtr Kropotkin

“L’anarchia è la più alta espressione dell’ordine.” — Elisée Reclus (Uno schiaffo a chi pensa che libertà significhi caos).

Due libri per smettere di essere gregge
Se vuoi capire perché la propaganda di destra è solo un rumore fastidioso e bigotto, leggi questi testi:

“Dio e lo Stato” di Michail Bakunin: Un’analisi brutale di come il potere religioso e politico siano le catene create per sottomettere le masse. Perfetto per capire perché il binomio “Dio e Patria” è il veleno della libertà.

“Il Mutuo Soccorso” di Pëtr Kropotkin: Dimostra scientificamente che l’evoluzione umana non è basata sulla lotta del più forte (il sogno bagnato dei reazionari), ma sulla cooperazione.


La prossima volta che senti un politico di destra riempirsi la bocca con la parola “libertà”, chiediti: chi sta cercando di incatenare o mantenere nell’ignoranza mentre lo dice?

La vera libertà non ha bisogno di nazioni, di capi o di “padri padroni” che decidono cosa i figli debbano sapere. La vera libertà o è di tutti, o è solo una parata di maschere per nascondere il volto del vecchio fascismo.

SPEGNETEGLI INTERNET: PERCHÉ L’ANALFABETISMO FUNZIONALE CI STA UCCIDENDO TUTTI

Siamo sotto attacco. Non da parte di una potenza straniera, ma di un esercito silenzioso, distratto e spaventosamente numeroso che vive tra noi. Sono i maledetti analfabeti funzionali: persone che sanno leggere le parole, ma non sanno interpretare i fatti; che sanno scrivere un commento, ma non sanno articolare un pensiero.

Questi individui sono un pericolo pubblico. In un mondo complesso, la loro incapacità di discernimento non è un limite privato, è una minaccia collettiva. Alimentati da algoritmi che premiano il nulla e da video di quindici secondi che hanno letteralmente fuso le loro sinapsi, questi soggetti inquinano il dibattito pubblico e la democrazia stessa. È tempo di smetterla con il buonismo: chi non è in grado di comprendere la realtà va emarginato dal dibattito e, per il bene della salute mentale collettiva, andrebbe privato del diritto di accesso ai social media. Se non sai maneggiare l’informazione, non dovresti avere un megafono.


IDENTIKIT DEL PERICOLO: COME RICONOSCERLI

Non serve un esperto per individuarli, basta osservare il loro comportamento online e offline:

  • L’incapacità di sintesi: Leggono solo il titolo di un articolo e commentano con rabbia il contenuto che non hanno mai aperto.
  • La dittatura del “secondo me”: Elevano la propria opinione ignorante al rango di verità scientifica o storica.
  • Dipendenza da stimoli brevi: Non riescono a guardare un video o leggere un testo che duri più di 30 secondi senza perdere la concentrazione.
  • Assenza di spirito critico: Credono a qualunque bufala purché confermi i loro pregiudizi (bias di conferma).
  • Aggressività verbale: Laddove manca l’argomentazione, subentra l’insulto o il punto esclamativo seriale.

DECALOGO DI SOPRAVVIVENZA: COME TRATTARLI

Poiché siamo costretti a conviverci (per ora), ecco come gestire un analfabeta funzionale senza perdere la sanità mentale:

  1. Non discutere mai nel merito: Non hanno gli strumenti per seguirti. Risparmia fiato.
  2. Usa frasi brevi e secche: Come se parlassi a un bambino, o a un software mal programmato.
  3. Non condividere i loro contenuti: Anche se lo fai per deriderli, stai comunque dando loro visibilità.
  4. Isolali socialmente: Se un commento è stupido, ignoralo. Il silenzio è l’unica barriera efficace.
  5. Esigi le fonti: Quando sparano una sciocchezza, chiedi i dati. Spariranno in una nuvola di fumo.
  6. Smaschera l’emotività: Fai notare che stanno reagendo di pancia e non di testa.
  7. Smetti di seguirli: Fai pulizia nei tuoi contatti. Il “defollow” è un atto di igiene mentale.
  8. Non cercare di educarli: Non è compito tuo rimediare a decenni di abbandono intellettuale.
  9. Proteggi i giovani: Impedisci che i ragazzi vengano risucchiati nello stesso vortice di video brevi e contenuti spazzatura.
  10. Sostieni il merito: Premia chi approfondisce, chi legge e chi tace quando non sa.

CONSIGLI DI LETTURA PER CAPIRE IL DISASTRO

Per comprendere come siamo arrivati a questo punto di non ritorno, ecco due testi imprescindibili:

1. “Ignoranza. Una storia globale” di Peter Burke

In questo saggio monumentale, Burke ci spiega che l’ignoranza non è solo “mancanza di conoscenza”, ma una forza attiva e potente. L’autore traccia una storia di come le società abbiano usato (e subito) l’ignoranza nel corso dei secoli, dimostrando che oggi, nell’era dell’informazione totale, siamo paradossalmente più ignoranti di prima. Un libro necessario per capire che il problema che vediamo sui social ha radici profonde e pericolose.

2. “Come finisce la democrazia” (Internazionale / BUR Rizzoli)

Questo volume raccoglie analisi lucide e spietate sui mali del nostro tempo: populismi, tecnocrati e, soprattutto, la post-verità. La copertina parla chiaro: un megafono che sputa false verità: il simbolo perfetto dell’analfabetismo funzionale che divora le istituzioni. Se non siamo più in grado di distinguere i fatti dalla propaganda, la democrazia smette di esistere e diventa un teatrino per masse manipolabili che hanno barattato il pensiero critico con lo scroll infinito.


L’analfabetismo funzionale è il cancro della modernità. Non possiamo più permetterci di considerare la stupidità come un’opinione accettabile o “un punto di vista”. In un mondo che corre verso il baratro, l’unica arma che ci resta è la cultura, intesa come difesa immunitaria contro il virus della semplificazione. Spegnete i social a chi non sa leggere la realtà, o la realtà finirà per spegnere noi.

Come diceva in modo profetico Isaac Asimov:

“C’è un culto dell’ignoranza negli Stati Uniti (e nel mondo), e c’è sempre stato. La vena di anti-intellettualismo è stata un filo costante che si è fatto strada attraverso la nostra vita politica e culturale, nutrito dalla falsa nozione che democrazia significhi che la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza.”

Non lasciate che la loro ignoranza decida il vostro futuro. Leggete, studiate, discriminate.

IL NATALE È MORTO (E LO HA UCCISO IL TUO “INOLTRA”).


Siamo onesti: ricevere quel video di 15 MB con una renna che balla sulle note di una versione remixata di Jingle Bells, inviato da una zia che non senti da Ferragosto, non è un augurio. È uno spam affettivo.

Ogni anno, tra il 24 e il 26 dicembre, assistiamo al collasso definitivo della comunicazione umana su WhatsApp. Quello che dovrebbe essere un momento di connessione si è trasformato in un’orgia di pixel riciclati, dove il tasto “Inoltra” ha sostituito il pensiero critico e, soprattutto, l’affetto reale.

L’estetica dell’indifferenza
C’è qualcosa di profondamente deprimente nel ricevere un’immagine sgranata, già passata per i telefoni di mezza provincia, con scritte in Comic Sans che augurano “serenità e gioia”. La comunicazione è diventata quantitativa anziché qualitativa. Se mandi lo stesso messaggio a 200 persone in rubrica, non stai pensando a 200 persone: stai solo pulendo la tua coscienza sociale con un colpo di pollice.

Abbiamo scambiato la vicinanza con la reperibilità. Risultato? Le nostre chat diventano discariche digitali di GIF luccicanti che nessuno guarda davvero, ma a cui tutti rispondono con un’altra GIF altrettanto vuota.

Il costo invisibile: Un Natale di CO2
Mentre noi ci sentiamo “buoni” condividendo immagini di cuccioli con il cappello di Babbo Natale, il pianeta paga il conto. Ogni messaggio inviato richiede energia per essere elaborato dai server, trasmesso attraverso le reti e visualizzato sui dispositivi.

Secondo le stime medie sull’impronta carbonica del digitale:

Un messaggio di solo testo: circa 0,014g di CO2.

Un’immagine o una foto pesante: circa 0,2g di CO2}.

Un video breve: può arrivare a 1-2g di CO2.

Il calcolo del disastro: se ipotizziamo che in Italia, durante il periodo natalizio, vengano scambiati circa 2 miliardi di messaggi “augurali” (tra foto, video e GIF pesanti), il calcolo è impietoso:

2.000.000.000×0,5g (media ponderata)=1.000.000.000g=1.000 tonnellate di CO
2

In pratica, per mandarci foto di alberi di Natale digitali, emettiamo la stessa anidride carbonica prodotta da un’auto che percorre circa 5 milioni di chilometri. Un paradosso ecologico alimentato dalla pigrizia.

Due letture per disintossicarsi
Se senti il bisogno di capire perché siamo finiti in questo loop di messaggi compulsivi, ecco due libri fondamentali:

“Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” di Jaron Lanier
Nonostante il titolo radicale, Lanier (uno dei padri della realtà virtuale) analizza come gli algoritmi e la struttura delle app di messaggistica ci spingano a comportarci come automi. È un saggio perfetto per capire come il design di WhatsApp ci porti a preferire la “condivisione compulsiva” al dialogo autentico.

“Minimalismo Digitale” di Cal Newport
Newport propone una filosofia di utilizzo della tecnologia che mette al centro il valore, non la connessione costante. Il libro spiega perché un singolo messaggio scritto a mano (o una telefonata di 2 minuti) valga immensamente di più di mille immagini inoltrate, sia per chi lo riceve che per la salute mentale di chi lo invia.

Quest’anno prova a fare una cosa rivoluzionaria: non inoltrare nulla. Scrivi tre messaggi, ma scrivili tu, partendo da un foglio bianco.

MANUALE DI SOPRAVVIVENZA ANTIFASCISTA AL CENONE: COME DISINNESCARE LO ZIO REAZIONARIO TRA UN TORTELLINO E L’ALTRO

Il Natale è quel momento magico in cui, insieme ai regali e allo spumante, spuntano inevitabilmente i deliri nostalgici dello zio di turno. Mentre tu passi il vassoio dell’arrosto, lui decide di passare in rassegna i “treni in orario”, le “bonifiche” e l’immancabile retorica contro il politicamente corretto.

Non devi subire in silenzio per amore della pace familiare. La pace senza giustizia è solo complicità. Ecco come trasformare la tavolata in un presidio di resistenza culturale senza rovinare il panettone (o forse sì, ma ne varrà la pena).

1. La tattica del “Fact-Checking” a bruciapelo

Il nostalgico medio si nutre di bufale storiche e slogan triti. Non lasciargli spazio. Se inizia a citare la “pensione inventata dal duce”, rispondi con la precisione di un cecchino: la previdenza sociale in Italia esisteva già a fine ‘800. Smontare il mito con i dati è il primo passo per farlo sentire fuori tempo massimo.

2. L’arma dell’ironia pungente

Il fascismo si nutre di solennità, machismo e senso del tragico. Ridicolizzalo. Se si lamenta dei “valori di una volta”, chiedigli se si riferisce a quando non c’era la libertà di parola o a quando si mangiava con la tessera annonaria. Niente manda in crisi un reazionario quanto essere trattato come una macchietta anacronistica.

3. Occupazione dello spazio culturale

Non lasciare che sia lui a dettare l’agenda dei discorsi. Porta a tavola temi come i diritti civili, la solidarietà e la bellezza della diversità. Se lui alza la voce, tu abbassala: la calma di chi sa di essere dalla parte giusta della Storia è infinitamente più potente delle sue grida.


CONSIGLI DI LETTURA (DA LASCIARE SUL SUO PIATTO)

Se vuoi davvero fare un regalo che lasci il segno, ecco due titoli fondamentali per ribadire che l’antifascismo non è un’opinione, ma un dovere civile.

M. Il figlio del secolo – Antonio Scurati

Non farti spaventare dalla mole. Questo romanzo documentario è una radiografia perfetta della nascita del cancro fascista in Italia.

  • Perché leggerlo: Scurati usa i documenti storici per narrare l’ascesa di Mussolini, mostrando come la violenza e il vuoto ideale abbiano preso il potere. È il libro perfetto per ricordare allo “zio nazi” cosa è stato davvero quel ventennio: un’orgia di sangue e tradimento ai danni del popolo italiano.

Istruzioni per diventare fascisti – Michela Murgia

Un piccolo libro, tagliente e geniale. La Murgia utilizza abilmente il paradosso e l’ironia per descrivere i meccanismi retorici del neofascismo contemporaneo.

  • Perché leggerlo: È uno specchio. Leggendo queste pagine, lo zio potrebbe (forse) riconoscersi nelle sue stesse frasi fatte. È un manuale di autodifesa intellettuale che insegna a riconoscere il fascismo anche quando non indossa l’orbace, ma si maschera da “buon senso”.

DEBUNKING NATALIZIO: SMONTARE LE BUFALE SUL VENTENNIO

Usa questi punti per ribattere con precisione quando la retorica reazionaria prova a riscrivere la storia.

1. “Il Duce ha inventato le pensioni!”

  • La realtà: Falso. La Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia fu istituita nel 1898 (Governo Pelloux), quando Mussolini aveva solo 15 anni. Il fascismo si limitò a cambiare il nome in INFPS nel 1933, ma il sistema esisteva già da decenni.
  • La risposta pronta: “Veramente le pensioni le ha fatte la democrazia liberale a fine Ottocento. Il fascismo ci ha solo messo sopra il timbro per prendersi il merito.”

2. “Mussolini ha fatto le bonifiche e costruito le città!”

  • La realtà: Le bonifiche (come quella dell’Agro Pontino) furono pianificate e iniziate dai governi precedenti (Legge Baccarini del 1882). Il fascismo completò solo una minima parte dei progetti iniziali, spesso con costi umani e ambientali altissimi, usandoli soprattutto come propaganda cinematografica.
  • La risposta pronta: “I progetti erano già nei cassetti dei ministri prefascisti. Lui ha solo acceso le cineprese dell’Istituto Luce per far sembrare tutto un miracolo.”

3. “Si poteva lasciare la porta aperta, non c’era criminalità!”

  • La realtà: La criminalità non era sparita, era solo censurata. I giornali avevano il divieto assoluto di pubblicare notizie di cronaca nera per dare l’illusione di un ordine perfetto. In compenso, la violenza di Stato (pestaggi, olio di ricino e omicidi politici) era quotidiana e legale.
  • La risposta pronta: “Certo, se vieti ai giornali di scrivere dei furti, sembra che non rubi nessuno. Peccato che lo Stato stesso rubasse la libertà a tutti.”

4. “I treni arrivavano in orario!”

  • La realtà: Un mito creato dalla propaganda ferroviaria. I ritardi esistevano eccome, ma i ferrovieri rischiavano il licenziamento o peggio se li segnalavano ufficialmente. Inoltre, i grandi investimenti sulle linee veloci erano iniziati prima del 1922.
  • La risposta pronta: “I treni non arrivavano in orario, erano solo i passeggeri che avevano troppa paura di lamentarsi del ritardo.”

5. “Ha fatto anche cose buone…”

  • La realtà: Qualsiasi dittatura costruisce ponti o scuole per mantenere il consenso, ma il “bilancio” non può ignorare le Leggi Razziali del 1938, l’entrata in guerra che ha distrutto l’Italia, l’alleanza con Hitler e l’assassinio di Matteotti e dei fratelli Rosselli.
  • La risposta pronta: “Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno, ma non per questo lo consideriamo un buon orologio. Un regime che toglie la libertà non ha crediti da riscuotere.”

Un ultimo consiglio tattico

Quando lo zio inizia a scaldarsi, mantieni un tono calmo e quasi accademico. Niente fa infuriare un bullo quanto la superiorità intellettuale di chi non scende al suo livello di urla.

Ricorda: la Resistenza è iniziata in montagna, ma continua oggi nelle nostre case, nelle nostre piazze e, sì, anche attorno a una tavola imbandita. Buon Natale Antifascista!