
Mentre l’Italia sprofonda in un inverno demografico senza ritorno (nel 1971 nascevano quasi un milione di bambini, oggi siamo a meno di 370mila), il dibattito pubblico sui giovani sembra gestito da un’orda di analfabeti funzionali prigionieri degli stessi algoritmi che vorrebbero censurare. Sui social, la “pancia” di una certa destra securitaria e di adulti rimasti emotivamente analfabeti vomita lo stesso slogan, monocorde e ignorante: “Buttate via la chiave”.
Questa frase è il manifesto dell’ignoranza. Chi la urla non sa nulla di giustizia, non sa cosa sia la funzione rieducativa della pena e, soprattutto, ignora che il carcere oggi è solo una discarica sociale che produce più crimine di quanto ne prevenga.

Il mito del “buttare via la chiave” e il fallimento del cemento
In Italia trattiamo i giovani come un’emergenza di ordine pubblico invece che come una risorsa vitale. I dati sono spietati: la recidiva (parola difficile per chi vive di post su Facebook) per chi sconta la pena in carcere sfiora il 70%. Significa che 7 persone su 10, una volta uscite, tornano a delinquere. Al contrario, quando si applicano misure alternative, percorsi di inclusione e rieducazione esterna, la recidiva crolla sotto il 20%.
Il carcere non corregge, corrompe. È un’istituzione ottocentesca che andrebbe superata per costruire comunità educanti. Chi invoca più sbarre sta solo chiedendo di spendere più soldi pubblici per generare futuri criminali più feroci.
L’ignoranza degli adulti e la dittatura del “like”
La verità è che i ragazzi sono specchi. Vivono filtrati da un prisma social che li rende merce, ma i primi a essere schiavi di questa dinamica sono proprio quegli adulti che chiedono “regole e disciplina” guardando video di 15 secondi. Chiedono autorità perché hanno perso l’autorevolezza. Pensano che la complessità del disagio giovanile — fatto di autolesionismo, isolamento e abbandono — si risolva con una grata. Ma l’educazione non è mai repressione; è un esercizio di libertà.
Due bussole nel deserto educativo: Lancini e Novara
Per chi volesse smettere di urlare e iniziare a capire, esistono due letture fondamentali che smontano la retorica del “pugno di ferro”:
“Chiamami adulto” di Matteo Lancini: Lo psicoterapeuta mette a nudo l’ipocrisia di una società adulta che ha delegato l’educazione agli schermi per poi scandalizzarsi delle conseguenze. Lancini spiega che non servono punizioni esemplari, ma adulti capaci di “esserci”, di sostenere il rischio del desiderio dei giovani senza volerli normalizzare con la forza. È un libro che spoglia l’adulto della sua maschera di finta perfezione.

“Urlare non serve” di Daniele Novara Il pedagogista demolisce il mito del castigo. Novara dimostra scientificamente che la punizione attiva solo circuiti di difesa e rabbia, spegnendo quelli dell’apprendimento. Educare significa gestire il conflitto, non reprimerlo. La libertà non è assenza di regole, ma la capacità di comprenderle e sceglierle: un concetto che chi invoca la “chiave buttata” non riuscirà mai a masticare.

La libertà come unica cura
Dobbiamo smetterla di riempire le carceri minorili e iniziare a svuotarle, abbattendo le mura per costruire laboratori di vita. La sicurezza non la garantisce una guardia giurata, ma una comunità che include. Insegnare la libertà dentro l’educazione è l’unico atto rivoluzionario possibile. Tutto il resto è solo rumore di chi, non sapendo gestire i propri figli, spera che lo faccia lo Stato con un catenaccio.