DALLA PROPRIETÀ ALL’IMPROPRIETÀ: IL RISCATTO DEGLI SPAZI COMUNI.


Nel dibattito politico attuale, la parola “improprietà” viene spesso usata con sufficienza per indicare un errore o un uso scorretto. Tuttavia, nel ventre dei movimenti e nell’esperienza storica del Leoncavallo (leoncavallo.org), questo termine assume un significato rivoluzionario: diventa il grimaldello per scardinare il dominio della proprietà privata speculativa.
Che cos’è davvero l’Improprietà?
L’improprietà non è una mancanza di regole, ma un’istituzione che nega o sospende il regime di proprietà individuale a beneficio di un esercizio collettivo dei diritti. Essa nasce per separare il concetto di “proprio” da quello di “proprietà”.
Mentre una certa destra reazionaria, spesso forte di una retorica intrisa di bassa cultura e pregiudizio, attacca i centri sociali chiamandoli luoghi di “illegalità”, essa difende in realtà solo la legge proprietaria, che spesso tutela la speculazione e il degrado. L’improprietà, invece, tutela la giustizia sociale, riconoscendo che la casa, il sapere e gli spazi di aggregazione sono diritti universali che devono prevalere sulla logica del profitto.

Per capire come l’improprietà migliori la vita collettiva, basta guardare alla realtà:
il possesso senza padroni: quando diciamo “il mio amico”, non intendiamo di averne la proprietà legale, ma rivendichiamo un legame affettivo. L’improprietà propone di estendere questo modello agli spazi: sentire “nostro” un quartiere significa prendersene cura collettivamente, senza che nessuno possa recintarlo per speculare.
La lotta contro l’estrattivismo digitale: i nostri dati personali sono “propri” ma non siamo noi a possederli; le piattaforme li trasformano in proprietà privata per arricchirsi. Rivendicare l’improprietà significa pretendere che la circolazione dei saperi resti libera e non diventi merce.
La resistenza abitativa: esiste una “proprietà come frutto” (la casa dove si vive), che va difesa come diritto. Ma esiste la “proprietà come furto”: quella dei grandi speculatori con migliaia di immobili vuoti. L’occupazione di questi vuoti è un atto di autodifesa sociale che trasforma un bene inerte in vita.
Gli spazi sociali come centri di vita: laddove la destra vede solo muri occupati, l’improprietà vede doposcuola, palestre popolari e archivi storici che lo stato non è in grado di offrire, sottraendo i giovani al disagio e alla solitudine.


COSA POSSIAMO FARE SINGOLARMENTE?
La lotta per l’improprietà non è solo una questione di grandi movimenti, ma inizia dalle scelte quotidiane di ciascuno di noi:
Sostieni gli spazi autogestiti: frequenta i centri sociali, partecipa ai loro laboratori e alle loro assemblee. La loro sopravvivenza dipende dalla partecipazione della comunità.
Pratica l’autogestione nel tuo quotidiano: crea gruppi d’acquisto, biblioteche di condominio o spazi di condivisione attrezzi. Svincolare l’uso di un oggetto dal possesso individuale è il primo passo verso l’improprietà.
Difendi il diritto all’abitare: informati sulle lotte per la casa nel tuo quartiere e solidarizza con chi subisce sfratti causati dalla speculazione.

FRASI E CITAZIONI PER RIFLETTERE
“Tale è il male: quando si pensa qualcosa di improprio, quello è il male”.
“Le occupazioni sono migliori di mille lezioni. Per ogni occupazione in più ci sarà certo un pronto soccorso psichiatrico in meno”.
“L’improprietà è lo strumento per rendere il diritto particolare un diritto universale”.


DUE LIBRI PER APPROFONDIRE

1. “Senza proprietà non c’è libertà. Falso!” – Ugo Mattei
In questo saggio provocatorio, il giurista Ugo Mattei attacca frontalmente il mantra neoliberale della destra. Mattei dimostra come la proprietà privata non sia affatto garanzia di libertà, ma spesso uno strumento di oppressione e distruzione dei beni comuni.
Perché leggerlo: È il libro perfetto per smascherare l’ipocrisia di chi invoca la “proprietà sacra” per giustificare lo sgombero di centri sociali. Mattei ci insegna che la vera libertà nasce dalla condivisione e dalla tutela di ciò che è di tutti.

2. “I beni comuni. “
di Alberto Lucarelli
Alberto Lucarelli è uno dei giuristi che ha scritto materialmente i quesiti referendari per l’acqua pubblica. In questo libro, spiega perché alcuni beni (come gli spazi urbani, la cultura e l’ambiente) non possono essere “proprietà” di nessuno perché sono “propri” di tutti. L’autore chiarisce che il concetto di improprietà non è un capriccio degli attivisti, ma una necessità ecologica e sociale per sopravvivere alla voracità del mercato.
Perché leggerlo:
Questo testo è il martello pneumatico che distrugge la retorica fascista della “difesa della proprietà privata”. Lucarelli spiega che quando un centro sociale occupa un edificio per farne un teatro o un’aula studio, non sta compiendo un furto, ma sta esercitando un “diritto fondamentale” contro una proprietà privata che ha perso la sua funzione sociale. È la lettura definitiva per chi vuole sostenere che il Leoncavallo è un’istituzione del comune, più legittima di qualsiasi fondo immobiliare.


In un mondo che cerca di recintare ogni metro di terra e ogni frammento del nostro pensiero, l’improprietà è l’unica via per restare umani. Non è una battaglia per un edificio di mattoni e tubature in via Watteau, ma una lotta per l’anima stessa delle nostre città. Il Leoncavallo non è uno spazio morto che si può trasferire o cancellare con un atto notarile; è un organismo vivo che cresce con ogni iniziativa, ogni emozione e ogni atto di resistenza che lo attraversa.
Dobbiamo avere il coraggio di essere quel “malware” nel sistema, quell’errore imprevisto che rompe il meccanismo perfetto della speculazione per restituire bellezza alla collettività. Perché, alla fine, la vera ricchezza non risiede in ciò che possediamo in esclusiva, ma in ciò che siamo capaci di rendere universale. Restituire il mondo all’improprietà significa, semplicemente, restituirlo alla vita.

Non lasciamo che il futuro sia scritto solo da chi ha il portafoglio pieno, ma da chi ha il cuore aperto alla Res Communia, un’espressione del diritto romano che indica beni di uso comune inalienabili, come l’aria, l’acqua corrente, il mare e le spiagge, destinati al godimento di tutti gli esseri umani per diritto naturale e non suscettibili di proprietà privata, anticipando concetti moderni come i “beni comuni” e il “patrimonio comune dell’umanità” nel diritto internazionale e ambientale. 

La proprietà isola, l’improprietà libera. Riprendiamoci il futuro, un centimetro alla volta.

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