
Noam Chomsky, una delle voci più lucide della critica contemporanea, ha messo in luce un meccanismo tanto semplice quanto devastante: la strategia della distrazione. Non serve censurare, non serve reprimere: basta sommergere.
L’elemento primordiale del controllo sociale, scrive Chomsky, consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi fondamentali attraverso un diluvio costante di informazioni insignificanti, scandali effimeri, intrattenimento iperattivo. In questo modo, la popolazione non solo perde di vista le scelte economiche e politiche più rilevanti, ma arriva addirittura a non percepire più l’importanza di comprenderle.
La forza di questa strategia sta nella sua invisibilità. Tutto sembra libero, aperto, accessibile. Le notizie scorrono infinite, le opinioni si moltiplicano, i dibattiti esplodono. Ma in questa sovrabbondanza, il pensiero critico si dissolve. Il problema non è la mancanza di informazione, ma la saturazione: un rumore continuo che distrae, confonde e consuma.
Le discipline che potrebbero emancipare il cittadino — psicologia cognitiva, economia politica, neurobiologia, cibernetica — rimangono lontane dal dibattito pubblico, proprio perché fornirebbero strumenti per capire i meccanismi del potere. E quando il tempo mentale per approfondire si riduce, anche la capacità di resistere diminuisce.
“Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato”, dice Chomsky, è la vera chiave del controllo. Una società oberata, frenetica, stanca, non ha tempo per interrogarsi sulla direzione verso cui viene spinta. E così, mentre le élite preparano i loro piani, le masse vengono intrattenute, distratte, avvolte in un flusso di contenuti che non lasciano traccia.
La metafora è dura ma precisa: tornare alla fattoria come gli altri animali, incapaci di vedere la gabbia perché troppo impegnati a inseguire distrazioni.
“MEDIA E POTERE” DI NOAM CHOMSKY
Media e Potere è uno dei saggi più incisivi di Chomsky sul tema del controllo dell’informazione. In poche pagine ma con enorme chiarezza, l’autore illustra come le élite politiche ed economiche utilizzino i media per modellare la percezione pubblica e costruire consenso attorno a scelte impopolari, mascherandole dietro un’apparenza di democrazia partecipativa.

Chomsky mostra come la propaganda moderna non operi con metodi grossolani: funziona raffinando il rumore, selezionando cosa far vedere e cosa oscurare, calibrando le emozioni collettive. Il cittadino è formalmente libero, ma sostanzialmente immerso in una narrazione che privilegia l’obbedienza al dissenso.
Media e Potere è un piccolo libro che pesa come un macigno. La sua forza sta nella capacità di esporre, con linguaggio semplice ma rigoroso, l’architettura nascosta che regola il rapporto tra media, potere e opinione pubblica.
Chomsky analizza esempi storici, operazioni politiche e strategie comunicative con una lucidità che oggi appare profetica. Il testo mostra come i media non servano solo a informare, ma soprattutto a filtrare, selezionare, costruire la realtà percepita. È un meccanismo che opera ogni giorno, in ogni notizia, in ogni narrazione dominante.
Ciò che rende questo libro indispensabile è la consapevolezza che il problema non è mai il singolo giornalista o la singola notizia, ma il sistema: una macchina che orienta l’attenzione collettiva verso ciò che distrae, mentre lascia nell’ombra ciò che davvero incide sulle nostre vite.
Leggerlo significa imparare a vedere oltre la superficie. Significa dotarsi di anticorpi cognitivi. Significa riconoscere il punto esatto in cui la libertà si confonde con la manipolazione.
Un saggio breve, potente, necessario.
CONTRO IL TEMPO RUBATO DAI SOCIAL
Nell’era dei social network, la strategia della distrazione ha trovato il suo terreno più fertile. Video da dieci secondi, scroll infiniti, algoritmi che studiano e pilotano ogni emozione: non siamo più semplici utenti, ma serbatoi di attenzione da svuotare giorno dopo giorno.

Ogni notifica spezza un pensiero.
Ogni video veloce ruba un minuto che non tornerà più.
Ogni feed ipnotico allena la mente a vivere in superficie.
Così, mentre crediamo di “restare aggiornati”, restiamo solo intrappolati.
Gli algoritmi decidono cosa vedere, quanto restare, cosa desiderare.
E il tempo — il nostro tempo, la nostra risorsa più preziosa — si sgretola in frammenti inutili.
Per questo, oggi più che mai, scollegarsi è un atto politico.
Riconquistare momenti di silenzio, di studio, di vera informazione è l’unico modo per sottrarre la nostra mente alla grande macchina della distrazione.

I social non ci rubano soltanto ore:
ci sottraggono la capacità di capire il mondo.
E la libertà, in fondo, non è guardare tutto.
È scegliere cosa merita davvero il nostro sguardo.