
L’anarco-individualismo è una corrente che non si lascia addomesticare. Non chiede riforme, non promette rivoluzioni: esige solo che l’individuo si riprenda sé stesso. È una miccia corta in mezzo alle ideologie, un movimento che in realtà non vuole muovere nulla se non il proprio centro di gravità personale.
Dentro questo panorama ruvido e lucido brilla ancora L’unico e la sua proprietà di Max Stirner, testo che non smette di generare disagio. Stirner non critica lo Stato: lo dichiara inesistente come vincolo naturale sull’individuo. Non combatte la religione: la liquida come fantasma, allo stesso modo della morale, della legge, della patria, dell’umanità. “Non lasciarti dominare dagli spettri”, ripete tra le righe, “tu sei il tuo unico padrone”. Una delle sue frasi più feroci resta: “Ho fondato la mia causa su niente”, cioè su nessun principio esterno, nessuna autorità trascendente.

La potenza di questa visione non si è fermata ai circoli filosofici. Fabrizio De André, leggendo Stirner negli anni della sua formazione, ebbe un’intuizione definitiva: era anarchico, e lo era sempre stato, solo che gli mancava un linguaggio per dirlo. In Stirner riconobbe quella dignità radicale dell’individuo che già cantava nei suoi personaggi marginali: il peccatore che si autodetermina, il brigante che rifiuta il giudizio, la prostituta che si prende il diritto di esistere. Quando in La città vecchia scrive “se tu penserai, se giudicherai da te”, riecheggia lo spirito stirneriano dell’io che non si lascia definire dagli altri. Quando in Il testamento di Tito fa dire al protagonista “non sono degno di te, ma non lo sono neanche di loro”, ritroviamo l’individuo che cammina fuori da ogni comandamento.
L’autopsia dell’anarco-mutualismo — cioè la critica di quelle forme comunitarie che pretendono di sapere meglio dell’individuo cosa sia giusto per lui — passa inevitabilmente dalla quotidianità dell’anarco-individualista. Stirner sarebbe il primo a ricordarci che ogni collettività, se non è continuamente scelta, si trasforma in un nuovo spettro. E che perfino l’ideale mutualista può diventare oppressivo se perde il suo carattere volontario. In altre parole: l’autonomia dell’individuo è il metro per dissezionare qualsiasi struttura che pretenda di definirsi liberatrice.
Nella vita di tutti i giorni, l’anarco-individualismo non è eremitismo né fuga antisociale. È piuttosto la decisione costante di essere proprietari di sé stessi. Alcuni esempi concreti possono renderlo più tangibile:
– Rifiutare ruoli sociali dati per scontati e ridefinirli secondo ciò che si è davvero, non ciò che “si dovrebbe essere”.
– Scegliere le relazioni non per obbligo, ma per mutuo interesse, come “unione di egoisti”, come la chiamava Stirner.
– Disobbedire a norme non scritte — dal conformismo familiare alla morale del gruppo — quando soffocano l’identità.
– Vivere la creatività come atto di appropriazione: non per compiacere, non per rappresentare, ma per esprimersi.
– Cambiare idea senza sensi di colpa, perché la coerenza non è una prigione ma una scelta che si rinnova.
– Non confondere la solidarietà con il sacrificio di sé: aiutare quando si riconosce un interesse umano reciproco, non quando è imposto come dovere.
E riecheggiano qui altri frammenti stirneriani: “Non è lo Stato che mi possiede, sono io che mi servo dello Stato finché mi conviene”; “Per me non c’è alcun dovere, perché io non mi imposto nulla”. L’anarco-individualismo è così: non predica il caos, ma la responsabilità assoluta. Non disprezza gli altri, ma rifiuta di essere definito da loro. Non distrugge per il gusto di farlo, ma per liberare spazio vitale.

Per chi si avvicina a queste idee, può tornare utile un decalogo paradossale del “perfetto anarco-individualista”, consapevoli che Stirner riderebbe all’idea stessa di un decalogo:
Non prendere nulla come sacro, tranne la tua unicità.
Usa le idee come utensili, non inginocchiarti davanti a esse.
Non delegare te stesso: nessuno custodirà il tuo interesse meglio di te.
Entra nelle unioni solo se ti nutrono e abbandonale quando non ti servono più.
Disobbedisci ogni volta che l’obbedienza ti ruba un pezzo di te.
Cambia identità come cambieresti vestiti che non ti stanno più.
Non fare della libertà un’ideologia: vivila.
Riconosci che ogni valore è tuo finché lo scegli.
Non accontentarti della tolleranza: rivendica autodeterminazione.
Sii proprietario di te stesso con la stessa cura con cui difenderesti ciò che ami.
Stirner non consola, De André non edulcora, e l’anarco-individualismo non addolcisce le contraddizioni. Ma tutti ricordano una cosa essenziale: la libertà ha un sapore che non si delega. È ruvida, personale, irripetibile. Ed è l’unica che valga davvero la pena difendere.