
C’è un paradosso che oggi fa quasi sorridere, se non fosse tragico: più siamo “connessi”, meno pensiamo. Lo dimostra il tempo che passiamo ogni giorno a scrollare, guardare video brevi, mettere like e scorrere contenuti che non ricordiamo nemmeno dopo cinque minuti. Secondo i dati aggiornati al 2025, l’utente medio trascorre oltre due ore e venti minuti al giorno sui social. Due ore e venti minuti rubate al pensiero, alla lettura, alle relazioni vere.
Ma non è solo una questione di tempo. È una questione di testa. Il cervello umano non è progettato per ricevere microdosi continue di dopamina digitale. Ogni video, ogni post, ogni notifica è una piccola scarica che ci abitua alla superficialità, impedendo la concentrazione e la riflessione profonda. Guardare video e scrollare in modo passivo danneggia il pensiero critico e alimenta quello che in Italia ha un nome preciso: analfabetismo funzionale. Cioè l’incapacità di comprendere e interpretare ciò che si legge, di collegare le informazioni, di ragionare in modo autonomo.
E poi c’è la profilazione: chi pensa che “seguire i social” sia gratis si illude. Ogni gesto, ogni secondo trascorso, ogni click, like, pausa o scroll viene tracciato e trasformato in dati. Quei dati servono a modellare pubblicità, notizie, persino opinioni politiche su misura. Non sei tu che scegli cosa vedere: è l’algoritmo che decide cosa tu credi di scegliere.
Non stupisce, allora, la decisione recente del virologo Roberto Burioni di abbandonare i social dopo dieci anni di presenza costante. Stanco di essere insultato, manipolato e utilizzato per alimentare un sistema che “usa gratis i miei contenuti per addestrare intelligenze artificiali”, ha annunciato la sua uscita dalle piattaforme. Non per rinunciare al confronto, ma per riprendersi lo spazio mentale e la dignità intellettuale che il rumore digitale soffoca. È un segnale forte, e dovremmo ascoltarlo.
Perché non è solo una scelta di un professore. È una presa di posizione contro un meccanismo che ci vuole distratti, prevedibili, reattivi. Ogni scroll è una resa. Ogni video visto in automatico è un passo indietro nella capacità di analizzare, comprendere, decidere.
E allora, come si inizia una vera disintossicazione? Prima di tutto con la consapevolezza. Poi con le giuste letture. Ecco dei libri che aiutano a capire e cambiare prospettiva:
- “Disconnessi e felici” di Marc Masip – mostra come la dipendenza da smartphone e social alteri la percezione di sé, delle relazioni e del tempo. Non predica un ritorno al passato, ma un uso intelligente, che ridia senso all’attenzione. Pratico e illuminante, offre strategie concrete per riconquistare la libertà mentale.
- “Homo Pluralis. Essere umani nell’era tecnologica” di Luca De Biase – Un testo che va oltre il lamento sul digitale per spiegare chi siamo diventati. Analizza come l’iperconnessione trasformi l’identità, la conoscenza e la convivenza. È un invito a evolversi, non a fuggire: ma con consapevolezza, non con automatismo.
Per iniziare una disintossicazione vera dai social, serve disciplina ma non eroismo. Bastano piccoli gesti quotidiani: disattivare le notifiche push, eliminare le app dal telefono o spostarle in una cartella nascosta, stabilire orari precisi in cui concedersi di guardare i social, impostare un limite massimo giornaliero (30 minuti sono più che sufficienti), e soprattutto riempire il tempo liberato con attività reali: leggere, camminare, scrivere, ascoltare, incontrare.

Infine, prova questo piccolo esperimento: per una settimana, ogni volta che stai per aprire un social, chiediti “Cosa sto cercando davvero?”. Nove volte su dieci, la risposta è “niente”. E quel “niente” è esattamente ciò che l’algoritmo vuole: un utente che scrolla, non che pensa.
Abbandonare o ridurre drasticamente i social non è un atto di fuga, ma di lucidità. È il gesto più sovversivo in un’epoca in cui tutto spinge alla distrazione. Se vuoi riappropriarti del tuo tempo, del tuo pensiero e della tua libertà, il primo passo è semplice: spegni il feed, riaccendi la mente.