Il moralismo dei servi: contro la destra delle regole e per l’anarchia della mente.

C’è una certa cultura di destra – quella che si ammanta di disciplina, ordine e finta moralità – che non è altro che la caricatura grottesca di un desiderio umano profondo: la paura della libertà. Si nutre di regolamenti, di codici morali prefabbricati, di un linguaggio che sostituisce il pensiero con il conformismo. Si presenta come cultura, ma è solo burocrazia dell’anima. Questi difensori della “civiltà occidentale” si inginocchiano davanti al potere come i preti davanti all’altare: adorano il limite, il confine, la norma. Hanno trasformato la morale in un regolamento condominiale e la politica in un manuale di condotta per studenti timorosi.

L’anarchia, invece, è un’altra cosa. È il gusto del pensiero libero, il coraggio di dire “no” al comando e “sì” al dubbio. È un’arte dell’essere, non dell’obbedire. Come scriveva Errico Malatesta: “Incominciando a gustare un po’ di libertà si finisce per volerla tutta.” Ed è vero: chi ha davvero conosciuto la libertà, anche solo un frammento, non può più tornare indietro al recinto.

La cultura – quella autentica, che si fa carne e coscienza – è la migliore difesa contro l’autoritarismo. Chi legge, chi riflette, chi si confronta con il pensiero, non può essere fascista. Il fascismo, in tutte le sue forme moderne e travestite, nasce sempre dall’ignoranza, dal bisogno di ordine per paura del caos. Ma la vita è caos, e la cultura è il modo più elegante e umano di abitarlo.

Leggere, per esempio, “L’uomo in rivolta” di Albert Camus significa capire che la rivolta non è distruzione, ma affermazione di dignità. Camus non difende l’anarchia del disordine, ma quella della coscienza: la libertà come responsabilità personale, come rifiuto di qualsiasi potere assoluto.

In “Dio e lo Stato” di Michail Bakunin, invece, esplode la potenza del pensiero anarchico più puro: l’uomo non ha bisogno né di padroni né di dei. Bakunin smaschera il potere come religione secolare, e la religione come potere travestito da amore. Un testo che brucia ancora oggi, nella sua radicalità necessaria.

E poi “La conquista del pane” di Pëtr Kropotkin, il manifesto di un anarchismo concreto e solidale. Non utopia, ma progetto: la libertà che si fa cooperazione, il sogno che si traduce in pane per tutti. È il contrario del capitalismo moralista della destra contemporanea, che predica il merito e pratica l’esclusione.

Ed è proprio qui che entra in scena la più grande illusione del nostro tempo: il neoliberismo. Questo sistema che promette libertà economica ma genera schiavitù sociale; che parla di responsabilità individuale ma costruisce precarietà collettiva; che trasforma ogni persona in un’impresa e ogni relazione in una transazione. Il paradosso è che una certa destra – quella che invoca tradizione, patria e moralità – ne è diventata la più entusiasta propagandista. Cavalca il neoliberismo come se fosse un cavallo di libertà, senza rendersi conto che è un mulo addestrato al lavoro senza fine.

Si batte per il “mercato libero” senza capire che quel mercato li ha resi servi, li ha spinti a competere contro i propri simili, a sacrificare tutto – tempo, affetti, sogni – sull’altare della produttività. Difendono un sistema che li consuma, applaudono a chi li sfrutta, e si illudono di essere “vincitori” solo perché obbediscono bene. È una forma di autolesionismo politico travestita da orgoglio nazionale.

Il neoliberismo è l’altra faccia del moralismo: entrambi dicono all’individuo “sei solo”, e se fallisci è colpa tua. Entrambi odiano la solidarietà, perché la solidarietà è l’inizio della libertà. Chi si tende la mano esce dal recinto, e chi esce dal recinto non torna più dentro.

Chi ha letto questi libri, chi ha compreso davvero la storia e la cultura, non può inginocchiarsi davanti a un capo, a un partito, a una bandiera. Non può credere che la legge sia più giusta della coscienza, né che l’obbedienza sia una virtù. La cultura è anarchica per natura, perché educa alla libertà, alla complessità, al dubbio.

Ecco perché la destra moralista la teme, la ridicolizza, la combatte. Perché sa che una mente che pensa è una mente che disobbedisce. E che chi ha cominciato a gustare anche solo un po’ di libertà, come diceva Malatesta, finirà per volerla tutta — e non c’è legge, regolamento o bandiera che potrà più fermarlo.

Oggi, in un’Europa che si riempie la bocca di “ordine”, “merito” e “valori tradizionali” mentre restringe diritti, privatizza la vita e svende la dignità al mercato, l’anarchia della mente è più necessaria che mai. Non come gesto di distruzione, ma come atto di lucidità. In tempi di governi che predicano la libertà ma esigono obbedienza, la vera ribellione è pensare, leggere, scegliere da sé. È ricordare che la cultura non è un accessorio dell’anima, ma la sua forma più alta di disobbedienza.


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