
Viviamo immersi in un paradosso grottesco: l’italiano medio non apre un libro da anni, ma passa ore a scorrere video idioti sullo smartphone credendo di “informarsi”. Non legge, non approfondisce, non verifica una fonte, però si sente improvvisamente esperto di geopolitica, medicina, economia e intelligenza artificiale grazie a tre meme e due video da dieci secondi. È il trionfo dell’analfabetismo digitale travestito da opinione.
Internet doveva liberarci, connetterci, darci accesso alla conoscenza. Invece ci sta lentamente lobotomizzando. La rete è diventata una discarica di scemenze dove prosperano fake news, complotti, trucchetti magici, santoni della salute e ciarlatani del pensiero. Ma il problema non è la rete: il problema siamo noi. Un popolo che non legge, che non verifica, che non ragiona è un popolo facile da addomesticare. Perfetto per chi vuole vendergli merce scaduta o idee tossiche.
Lo smartphone, compagnuccio fedele di ogni minuto libero, è diventato la droga collettiva. Scroll compulsivo, video brevi, micro-dopamina continua. E intanto il cervello si atrofizza. Pochi secondi di attenzione, ragionamento zero. Chi pensa è lento. Chi approfondisce è noioso. Chi chiede prove è scomodo. Meglio credere al primo che urla più forte: un influencer improvvisato, un complottista sudato in cameretta, un guru su TikTok. E boom: la verità è servita.
La parte più tragica? La gente non si rende nemmeno conto di essere controllata. Ogni like è un dato. Ogni condivisione è un profilo psicologico. Ogni emozione registrata dall’algoritmo diventa materiale per manipolarti meglio. Ma l’italiano medio è convinto di “avere le proprie idee”. In realtà, le sue idee gli sono state consegnate da un algoritmo che conosce le sue paure meglio di lui.
Eppure basterebbe un minimo di autocoscienza per accorgersene. Siamo di fronte a un’epidemia culturale: analfabetismo funzionale + dipendenza digitale = manipolazione garantita. Qui non servono “corsi avanzati di metaverso” come qualcuno osa proporre: servono centri di disintossicazione dai social, percorsi per recuperare la capacità di concentrazione, programmi di riabilitazione mentale. Prima della tecnologia, andrebbe reintrodotta l’educazione al pensiero.

Non c’è libertà senza consapevolezza. Non c’è democrazia senza spirito critico. E soprattutto: non c’è conoscenza senza libri. Chi non legge è un analfabeta anche se sa parlare. Chi non approfondisce è già prigioniero. E allora, se davvero vogliamo alzare il livello, smettiamola di fare le vittime della disinformazione e iniziamo ad armarci contro di essa. Non con l’odio, ma con la cultura.
Ecco tre libri fondamentali per chi vuole svegliarsi dal coma digitale:
1. Il capitalismo della sorveglianza – Shoshana Zuboff
Un mattone intellettuale necessario. Spiega come le Big Tech trasformano ogni nostra azione digitale in profitto e controllo. Imperdibile per capire cosa c’è dietro lo “smart” che tanto amiamo.
2. L’era della disinformazione – Cailin O’Connor e James Owen Weatherall
Perfetto per chi vuole capire fake news, polarizzazione e camere dell’eco. Mostra come le bugie si diffondono non perché siano credibili, ma perché sono emotive.
3. Pensieri lenti e veloci – Daniel Kahneman
Un capolavoro assoluto. Spiega come la nostra mente ci frega ogni giorno. Dopo averlo letto, riconoscerete al volo le trappole cognitive usate per manipolarvi online.
Se sei arrivato fin qui senza tornare a scrollare TikTok, sei già sopra la media. Il prossimo passo è semplice: abbandona i social e riconquista il pensiero.