Fascisti delle regole: schiavi dell’ordine, nemici della libertà.

Il fascismo non è morto, e non serve cercarlo nei raduni nostalgici col braccio alzato: il fascismo vive ogni giorno dentro l’ossessione per le regole, dentro scuole che fabbricano sudditi invece di persone libere. Non servono manganelli, oggi basta un banco, una campanella, un registro elettronico che ti scheda e ti punisce con la freddezza di un algoritmo. È così che nascono i fascisti delle regole: individui incapaci di respirare senza chiedere il permesso, che confondono l’ordine con la giustizia e l’obbedienza con la verità.

Non sono ottimista sul nostro sistema scolastico. Non perché “non funzioni”, ma perché funziona perfettamente come macchina di addestramento al conformismo. Lo dimostrano i dati INVALSI: oltre la metà degli studenti che escono dalle medie non ha competenze adeguate. Ma non è un fallimento, è un progetto. Non serve pensiero critico, serve docilità. La scuola non forma individui, produce sudditi disciplinati. Campanelle, voti, note, e ora soprattutto il registro elettronico: il nuovo strumento di controllo digitale che riduce l’educazione a un carcere telematico. Ogni assenza diventa un avviso, ogni voto una notifica, ogni comportamento un dato archiviato. Non più relazione, ma sorveglianza.

“Sei andato a scuola e ti hanno detto: siedi al tuo posto. E già lì hai smesso di credere che il tuo posto sia dappertutto.”
— Silvano Agosti

Ecco il seme del fascismo: l’idea che senza regole calate dall’alto ci sia solo il caos. Ti convincono che la libertà vada meritata e che l’anarchia sia pericolosa. Una volta che questa menzogna ti entra nelle vene, il fascismo non deve nemmeno imporsi: lo invochi tu stesso, lo consideri naturale, lo difendi. Fascisti non si nasce: lo si diventa, giorno dopo giorno, educati a credere che pensare sia un problema e obbedire una virtù.

E oggi il meccanismo è ancora più subdolo. Non è solo la scuola: sono i social, i like, gli algoritmi che ti premiano o ti puniscono come nuove pagelle invisibili. È la stessa logica del registro elettronico: un addestramento continuo al controllo, alla dipendenza dal giudizio esterno, alla paura di uscire dalla riga.

Qualcuno però resiste. Pochissimi. Quelli che ricordano che nessuna regola è sacra, che la libertà non si mendica ma si vive. “Non son l’uno per cento, ma credetemi esistono” scriveva Léo Ferré. Ed è in quell’esiguo uno per cento che abita la speranza di un mondo diverso.

Un mondo che Silvano Agosti racconta in Lettere dalla Kirghisia, libro visionario e necessario. Nelle sue lettere, immagina una società in cui la vita non è soffocata dall’ossessione delle regole, dove il lavoro è condivisione e non schiavitù, dove il tempo torna ad appartenere alle persone. Non è un’utopia ingenua: è un’alternativa concreta, capace di smascherare la brutalità del nostro presente. La Kirghisia è l’opposto della scuola-fabbrica: lì non cresci per obbedire, ma per vivere.

La verità è che la scuola di oggi — con le sue campanelle e i suoi registri elettronici — non educa, ma addestra. È una fabbrica di fascisti delle regole, incapaci di immaginare la libertà. Solo chi rifiuta questa ossessione può tornare a ciò che siamo per natura: anarchici e liberi.

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