“I giovani d’oggi fanno schifo!” – Lo dicevano anche nel 400 a.C. e basta, ci avete rotto.

Ogni volta che un giovane accende una cassa Bluetooth o osa vestirsi in modo non conforme alle aspettative dei sessantenni con nostalgia delle toppe sui gomiti, parte la solita lagna: “ai miei tempi la musica era vera”, “noi sì che sapevamo divertirci senza stare tutto il giorno con quel coso in mano”, “questa generazione è persa”. Sì, certo. Come no. Lo stesso disco rotto da tremila anni. E ora basta.

I giovani d’oggi sarebbero la rovina del mondo. Lo dicevano anche ai tempi di Socrate, che lamentava come i giovani mancassero di rispetto, non ascoltassero gli anziani e fossero dipendenti da nuove mode frivole. Se avessero avuto TikTok, avrebbe scritto un dialogo su quanto fosse demoniaco ballare davanti a una telecamera. Ogni generazione invecchia e perde contatto col tempo, ma non lo accetta. Così trasforma la nostalgia in arroganza, e sputa sentenze su tutto ciò che non capisce.

Parliamo di musica. I boomer ci raccontano che il rock era puro, il cantautorato impegnato, e che oggi non si fa musica, ma “rumore”. Ma chi glielo spiega che lo dicevano anche dei Beatles? Che i genitori di allora si stracciavano le vesti per il ciuffo di Elvis e lo scuotere i fianchi come una scimmia indemoniata? O che quando è uscita “Smells Like Teen Spirit” di Nirvana, molti adulti la giudicavano incomprensibile e nichilista? Ogni generazione pensa che la propria colonna sonora sia l’ultima vera musica. Ma non è amore per la musica. È solo egocentrismo anagrafico.

E intanto i giovani di oggi, quelli che vengono etichettati come pigri, fragili, svogliati, sono in realtà più istruiti, più aperti, più internazionali dei loro genitori. Vi sembra poco? Parlano più lingue, viaggiano di più, hanno amici e relazioni in ogni parte del mondo. Non hanno bisogno di piantare bandierine sull’identità nazionale, perché si sentono a casa ovunque. Mentre i loro padri si arrovellano per difendere confini e concetti polverosi di “patria”, loro si scambiano meme e amore con ragazzi e ragazze da cinque continenti. Chi è il provinciale, qui?

E poi diciamolo: sono meno razzisti, meno sessisti, meno omofobi. E se sbagliano, si correggono. I padri si giustificano: “si diceva così ai miei tempi”, come se l’ignoranza fosse una medaglia. I figli, invece, ascoltano, leggono, si informano, imparano a cambiare idea. Non sono perfetti, ma almeno si pongono il problema. E questo, signori nostalgici, si chiama progresso.

Anche sul lavoro, il solito ritornello stanco: “I giovani non hanno voglia di faticare”. Falso. I giovani non hanno voglia di farsi sfruttare. E fanno bene. Sono stufi di essere pagati in nero, trattati come pedine usa-e-getta, sminuiti da capi cinquantenni con la terza media e un’idea del lavoro ferma agli anni ’70. Quelli che ti dicono “prima il dovere, poi il piacere” mentre evadono il fisco e ti chiedono di lavorare 10 ore per 700 euro. Altro che etica del lavoro: questa generazione “adulta” è forse la peggiore di sempre, più ignorante di quella dei propri genitori, più arrogante e convinta che la gerarchia sia sinonimo di intelligenza. Non ha cresciuto i giovani: li ha spremuti e poi accusati di essere molli perché si sono rifiutati di farsi macellare.

I giovani non vogliono tutto e subito. Vogliono solo dignità. E non si accontentano del contentino. Vogliono tempo per sé, per la famiglia, per la salute mentale, vogliono vivere. E questo non è debolezza. È lucidità. È civiltà.

Ma non fidatevi solo di uno sfogo indignato. Leggete. Ecco cinque libri che smontano con intelligenza – e un po’ di ironia – la favola che “una volta era tutto meglio”:

“Siamo sempre stati giovani” – David Hajdu
Un saggio che attraversa decenni di cultura giovanile mostrando come ogni nuova espressione – dal jazz al rap – sia stata accusata di essere decadente. Hajdu ci ricorda che i giovani non “rovinano” il mondo: lo reinventano.
Voto: 9/10 – Se hai più di 50 anni, leggilo. Se hai meno di 30, regalalo ai tuoi genitori.

“Contro i giovani” – Paolo Crepet
Il titolo inganna. Crepet in realtà difende i giovani, attaccando la società ipercritica e incoerente che li accusa. Un libro che scava nella frustrazione degli adulti e smaschera il moralismo.
Voto: 8/10 – Una doccia fredda per chi si crede saggio solo per l’età anagrafica.

“La musica fa crescere i pomodori” – Peppe Vessicchio
Una lettura brillante sul potere trasformativo della musica. Vessicchio ci mostra come ogni genere, anche quelli snobbati dagli adulti, abbia dignità artistica.
Voto: 7.5/10 – Se pensi che la trap sia solo rumore, leggi e poi riparliamone.

“Giovani, belli… e disoccupati” – Alessandro Rosina
Analisi sociologica seria ma accessibile, che ribalta il luogo comune dei giovani pigri e incapaci. Il vero problema? Gli adulti che hanno blindato ogni possibilità di cambiamento.
Voto: 9/10 – Un libro che dovrebbero leggere tutti i pensionati con il mito del “sacrificio”.

“Il mestiere di vivere” – Cesare Pavese
Non parla direttamente dei giovani moderni, ma leggendo le sue pagine di diario ti accorgi che l’inquietudine, il disagio, il senso di incomprensione… sono gli stessi da sempre.
Voto: 10/10 – Prova che i giovani non sono mai stati capiti davvero, nemmeno da sé stessi.

Insomma, la prossima volta che sentite qualcuno dire “i giovani non hanno valori”, rispondete: “Tu non hai memoria”. I giovani di oggi sono migliori. Non perché siano perfetti, ma perché sono liberi, critici, curiosi, globali. E perché non si fanno più fregare dal ricatto morale di chi li ha traditi.

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