Ti stanno rincoglionendo a colpi di video da 15 secondi: disintossicati prima che sia troppo tardi

Nel 2025, pensare con la propria testa è un atto di ribellione. Ogni scroll su Instagram, ogni like su TikTok, ogni commento su Facebook è una microdosi di anestetico che ci rende meno liberi, meno consapevoli, più docili. I social network non sono piazze virtuali di libera espressione: sono recinti digitali dove veniamo nutriti di stimoli e monitorati come polli da allevamento.

Secondo il rapporto “Digital 2024” pubblicato da We Are Social e Meltwater, l’utente medio globale passa circa 6 ore e 40 minuti al giorno online, di cui 2 ore e 23 minuti sui social media. Non si tratta solo di tempo buttato: è tempo ceduto. In cambio di cosa? Intrattenimento superficiale, ansia, dipendenza e soprattutto: dati. Il nostro comportamento, i nostri gusti, le nostre debolezze vengono tradotti in profilazione psicometrica per campagne pubblicitarie sempre più invasive e personalizzate. Sei triste? Ecco uno sconto per un antidepressivo. Ti senti solo? Una pubblicità di un’app di incontri ti aspetta. Siamo diventati prodotti, non utenti.

Ma il veleno più subdolo ha un nome preciso: video brevi. TikTok, Instagram Reels, YouTube Shorts. Contenuti da 15 a 60 secondi progettati per essere ipercoinvolgenti, iperstimolanti, iperassuefacenti. Secondo uno studio del Journal of Behavioral Addictions, l’esposizione prolungata a questi formati riduce drasticamente la soglia di attenzione: il nostro cervello, abituato a un bombardamento continuo di stimoli, fatica a concentrarsi su contenuti più lunghi e profondi. In altre parole: più TikTok guardi, meno riesci a leggere un libro o sostenere una conversazione.

E non è solo una questione cognitiva. È emotiva. I video brevi sono progettati per scatenare reazioni viscerali: risate, indignazione, desiderio, invidia. Un algoritmo premia ciò che ti destabilizza. Il contenuto riflessivo non performa. Vince chi urla, chi mostra, chi sciocca. Ciò che stai guardando non è casuale: è stato scelto perché ti tiene lì, vulnerabile, manipolabile, pronto a comprare, cliccare, condividere.

Disintossicarsi è difficile. Ma necessario.

Ecco alcune azioni concrete per iniziare:

Elimina le app dal telefono per una settimana. Ti sorprenderai di quanto tempo libero riapparirà.

Smetti di pubblicare. Nessuno ha davvero bisogno di sapere cosa hai mangiato o dove sei andato in vacanza.

Installa estensioni come News Feed Eradicator o usa browser con blocco dei tracker come Brave.

Fissa orari precisi per controllare le notifiche, invece di essere costantemente reattivo.

Coltiva silenzio e noia: sono il terreno fertile della creatività e del pensiero critico.

Imponiti un “digiuno digitale” dai video brevi per almeno 30 giorni. Rieduca il tuo cervello a tollerare la complessità.

Se vuoi andare oltre, ecco alcuni libri che dovrebbero essere letti da chiunque abbia toccato uno schermo negli ultimi dieci anni:

“Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” di Jaron Lanier – uno dei padri fondatori della realtà virtuale che oggi suona l’allarme sul potere tossico delle piattaforme.

“L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg – un elogio alla lentezza e alla contemplazione.

“Surveillance Capitalism” di Shoshana Zuboff – forse il libro più spaventoso mai scritto sull’economia del controllo digitale.

“Digital Minimalism” di Cal Newport – una guida pratica per riprendersi il tempo e l’attenzione.

Disconnettersi oggi è un atto radicale. È scegliere di pensare, scegliere di sentire, scegliere di vivere senza essere manipolati. Non è facile, ma è possibile. E forse, è l’unica vera forma di libertà che ci è rimasta.

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