
Nel suo Critica della democrazia occidentale, David Graeber smaschera con lucidità l’inganno che si cela dietro le moderne democrazie liberali. Lungi dall’essere strumenti di partecipazione popolare, queste strutture si sono trasformate in sistemi oligarchici mascherati da rappresentanza, in cui la cittadinanza è ridotta a una finzione rituale, e il voto a un atto vuoto, privo di reale incidenza politica. È la democrazia del telecomando e dell’indifferenza, non della deliberazione e della cura per la cosa pubblica.

Nel suo “Critica della democrazia occidentale”, David Graeber smaschera con lucidità l’inganno che si cela dietro le moderne democrazie liberali. Lungi dall’essere strumenti di partecipazione popolare, queste strutture si sono trasformate in sistemi oligarchici mascherati da rappresentanza, in cui la cittadinanza è ridotta a una finzione rituale, e il voto a un atto vuoto, privo di reale incidenza politica. È la democrazia del telecomando e dell’indifferenza, non della deliberazione e della cura per la cosa pubblica.
L’illusione democratica si regge su un paradosso: mentre si proclama il trionfo della libertà, i cittadini si allontanano progressivamente dalla partecipazione reale, dalla comprensione dei problemi comuni, dalla responsabilità collettiva. Il sistema non solo non stimola la partecipazione, ma la soffoca. Chi vota spesso lo fa senza conoscenza, senza visione, spinto da appartenenze tribali o dalla propaganda. Come notano i sostenitori dell’epistocrazia — l’idea che il diritto di voto debba essere in qualche modo legato alla competenza — l’elettore medio somiglia più a un hooligan che a un cittadino: emotivo, disinformato, incapace di pensiero critico e facilmente manipolabile.
Eppure, la democrazia può esistere davvero — ma non nei parlamenti di Bruxelles o nei talk show televisivi. La lezione più profonda che emerge dal pensiero di Graeber è che la democrazia è una pratica quotidiana, comunitaria, fondata sulla cooperazione orizzontale. Le esperienze storiche e contemporanee del confederalismo democratico, delle assemblee autogestite, dei consigli popolari ci mostrano come si possa ricostruire un senso autentico di partecipazione. In questi contesti, l’idea epistocratica può trovare una nuova forma: non l’arroganza tecnocratica delle élite, ma la valorizzazione della conoscenza diffusa, il coinvolgimento attivo di chi sa perché vive i problemi sulla propria pelle.
In piccole comunità, dove il potere si esercita dal basso e in modo condiviso, si ricompone il legame tra libertà e responsabilità, tra politica e morale. Non è un sogno irrealizzabile, ma una strada concreta per riaccendere l’attenzione collettiva per la cosa pubblica. Perché la vera democrazia non è semplicemente il diritto di scegliere tra opzioni preconfezionate, ma la possibilità di decidere insieme, consapevolmente, i fini comuni.
In un’epoca in cui l’elettorato si comporta come una curva da stadio, diviso tra destra, sinistra e centro, incatenato a identità politiche vuote e incapace di pensare oltre il proprio tifo, la democrazia si svuota di senso. L’ignoranza non è solo una mancanza d’informazione: è una scelta culturale e morale, favorita da un sistema che scoraggia la comprensione e premia il consenso cieco. Ma questa apatia organizzata può essere infranta. Può essere sconfitta da cittadini consapevoli, che scelgono di pensare con la propria testa, di informarsi, di discutere, di decidere in modo competente, informato e soprattutto morale. Cittadini che rifiutano scorciatoie populiste, soluzioni semplici a problemi complessi, e che sanno che la vera libertà non è individualismo egoista, ma responsabilità condivisa.
L’elettore medio, poco informato e ancora meno coinvolto nel sociale pensa di essere di destra – sinistra – centro, ma in realtà è solo un tifosi hooligans manovrato da interessi del populista di turno che grazie ai Social con un costo bassissimo lo pilota come una marionetta per interessi privati e tornaconto personale.
Come scrisse Murray Bookchin, teorico dell’ecologia sociale e del municipalismo libertario:
“Se non facciamo della politica un’arte creativa che coinvolga gli esseri umani nel processo di gestione delle loro vite quotidiane, allora altri la useranno per governarci — e spesso contro di noi.”
Solo quando ci libereremo dall’automatismo dell’obbedienza e della tifoseria politica, e torneremo a essere cittadini attivi, pensanti e morali, potremo parlare davvero di democrazia. Quella vera. Quella che ancora non c’è.