
Ci hanno sempre detto che l’ordine è sinonimo di progresso, efficienza e civiltà. Ma cosa succede quando è proprio l’ordine – con le sue procedure rigide, i suoi regolamenti impeccabili e i suoi piani centralizzati – a creare i problemi? James C. Scott, nel suo libro “Elogio dell’Anarchia” lo spiega molto bene. Una grammatica degli ordini e dei disordini, ci accompagna in un viaggio sorprendente e radicale: il caos, l’improvvisazione, l’informalità e la spontaneità non sono difetti da correggere, ma risorse da valorizzare. E spesso, funzionano meglio di qualsiasi piano calato dall’alto.
Scott, antropologo e politologo, parte da un’osservazione di fondo: ogni tentativo statale o istituzionale di semplificare la realtà per governarla – che sia attraverso mappe, censimenti, coltivazioni standardizzate o regolamenti aziendali – distrugge una parte fondamentale della complessità, della conoscenza locale, dell’esperienza pratica. Il caos, invece, custodisce una sapienza diffusa, difficile da codificare, ma decisiva per la sopravvivenza e l’adattamento.
Le coltivazioni industriali moderne ne sono un esempio perfetto. Le monoculture estensive – file ordinate di grano, mais, soia – sembrano modelli di efficienza. Ma sono fragili: dipendono da fertilizzanti, pesticidi e da un equilibrio climatico preciso. Basta poco per far collassare l’intero sistema. Al contrario, le colture policulturali tradizionali, disordinate e non standardizzate, resistono meglio agli imprevisti perché si basano sulla biodiversità e sull’esperienza contadina tramandata oralmente. Scott cita, ad esempio, le risaie dei contadini vietnamiti, dove la produttività non deriva da un piano centrale, ma da un sistema auto-organizzato che tiene conto di ogni ruscello, pendenza e pianta.
Lo stesso accade nelle fabbriche e nelle aziende. Le procedure standard, i flussi definiti, le gerarchie rigide dovrebbero garantire il funzionamento perfetto della macchina produttiva. Eppure, innumerevoli problemi quotidiani – guasti, urgenze, imprevisti – vengono risolti non seguendo il protocollo, ma violandolo. In molti reparti produttivi, chi conosce veramente il lavoro sa che i problemi si risolvono “smanettando”, improvvisando, usando una pinza invece del componente previsto, saltando un passaggio o chiedendo informalmente a un collega di aggirare un ostacolo. È lì che si vede la vera efficienza: non nella procedura, ma nell’intelligenza del caos.
Un esempio ancor più radicale è quello degli “scioperi delle regole”: i tassisti o i ferrovieri che, invece di fermarsi, decidono di fare scioperi bianchi applicando alla lettera ogni singola norma prevista. Il risultato è devastante: le città si paralizzano, i treni si bloccano, gli utenti impazziscono. È una dimostrazione lampante che il funzionamento quotidiano dei sistemi complessi dipende da una zona grigia in cui le regole vengono interpretate, negoziate, adattate. In altre parole, da una forma di anarchia funzionale.
Il libro è pieno di esempi storici e antropologici: i villaggi malesi dove la proprietà della terra è gestita collettivamente e in modo flessibile; i mercati informali africani dove le transazioni avvengono senza contratto ma con più affidabilità delle banche; le comunità montane che si autogestiscono senza bisogno di leggi scritte. In ognuno di questi casi, l’assenza di un ordine imposto dall’alto non genera disordine, ma un equilibrio dinamico, adattabile e spesso più efficace.
Scott non difende l’anarchia come ideologia, ma come pratica quotidiana. Il suo è un elogio della realtà così com’è, con le sue pieghe imprevedibili, i suoi compromessi invisibili, le sue soluzioni locali. Il suo messaggio è chiaro: i grandi fallimenti della modernità – dallo sviluppo urbano disumanizzante alla distruzione delle foreste, dalla burocrazia paralizzante alla crisi climatica – sono spesso il risultato di un eccesso di ordine e di fiducia cieca nei modelli astratti.
In un’epoca in cui tutto viene digitalizzato, classificato, regolato e sorvegliato, “Elogio dell’Anarchia” ci ricorda che c’è una saggezza nei margini, un’intelligenza nell’informalità, una forza nella disobbedienza. Il caos non è il problema. Il caos, spesso, è la soluzione.
“L’anarchia è la più alta espressione dell’ordine.” – Elisée Reclus