
Le misure alternative alla detenzione, come il lavoro esterno o gli arresti domiciliari, non sono regali. Non sono “premi” ai detenuti né un segno di debolezza dello Stato. Sono strumenti efficaci per abbattere la recidiva e favorire il reinserimento sociale. A dirlo non sono slogan, ma i numeri.
Secondo l’associazione Antigone, al 15 marzo 2025, quasi 97.000 persone stavano usufruendo di benefici alternativi alla detenzione. Solo l’1,2% di chi lavora all’esterno ha commesso nuovi reati, contro un impressionante 69% di recidiva tra chi esce dal carcere dopo aver scontato la pena in modo tradizionale. La matematica non è un’opinione: le misure alternative funzionano.
Il problema è che nell’opinione pubblica resiste un’idea rozza e primitiva della giustizia, secondo cui “chi sbaglia paga” significa solo una cosa: carcere duro e isolamento, senza possibilità di riscatto. Un’idea alimentata da un populismo penale tossico e da una politica sempre più prona al consenso istintivo, e sempre meno guidata dalla conoscenza.
Chi invoca “buttiamo via la chiave” non sa — o finge di non sapere — che così facendo peggiora la sicurezza di tutti. Perché un ex detenuto lasciato solo, stigmatizzato, e senza strumenti per reinserirsi, è molto più probabile che torni a delinquere. Lo dimostrano i fatti, e lo spiega con chiarezza Daniela Campana nel libro “Condannati a delinquere? Il carcere e la recidiva” (FrancoAngeli, prefazione di Giuseppe Mosconi).
Un libro per smascherare i falsi miti del populismo penale
Il volume di Campana è un lavoro accurato e rigoroso, che sfida i luoghi comuni sulla funzione del carcere. Analizzando dati, storie e studi, l’autrice smonta il mito del carcere come unica forma di giustizia e denuncia il circolo vizioso tra repressione, esclusione sociale e recidiva. Secondo Campana, chi pensa che “più carcere uguale più sicurezza” ignora la complessità del fenomeno criminale e contribuisce a una spirale fallimentare che alimenta nuove devianze.
Il libro è un invito alla riflessione, ma anche un atto d’accusa contro il sistema penale italiano, che troppo spesso abbandona il proprio mandato costituzionale di rieducazione per rincorrere l’urlo del giustizialismo mediatico.
Oltre la vendetta: la vera sicurezza nasce dalla rieducazione
Ogni volta che un singolo caso (come quello di De Maria di questi giorni) viene usato per screditare l’intero sistema delle misure alternative, si compie un danno enorme. Si dimenticano i 880 che hanno scelto un’altra via, che oggi lavorano, si formano e provano a ricostruirsi una vita. Di loro non si parla mai. Ma sono la prova vivente che un’altra giustizia è possibile.
Chi invoca solo il carcere come risposta alla criminalità non vuole più sicurezza. Vuole vendetta. E la vendetta, come dimostra Campana, è una pessima consigliera in una società che vuole davvero risolvere i problemi e non solo gridare.